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Il costo del rinvio

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 10/04/2024

Il costo del rinvio Il costo del rinvio Federico Fubini, Corriere della Sera
Quando nel dicembre scorso – ricorda sul Corriere della Sera Federico Fubini – i ministri finanziari dell’Unione europea negoziarono le nuove regole di debito e deficit, ciascuno di loro aveva sotto gli occhi un foglio. La Commissione europea lo aveva distribuito a tutti. In quel documento, i tecnici di Bruxelles avevano fatto il conto delle dimensioni della manovra di bilancio che si sarebbe resa necessaria in ciascuna delle capitali per rispettare le nuove regole. È un po’ difficile dunque sostenere oggi che un governo non sarebbe in grado di indicare i suoi obiettivi di finanza pubblica, perché si è in attesa di ricevere indicazioni da Bruxelles. Se lo si volesse fare, si potrebbe. La direzione di marcia e le grandezze di bilancio, almeno quelle, sono infatti note: l’Italia entrerà in giugno in una procedura europea per deficit eccessivo ed essa prevede che il Paese riduca il suo deficit pubblico «strutturale» — al netto delle oscillazioni dell’economia e delle misure di breve durata — di circa lo 0,3% del prodotto lordo all’anno. Il fatto che oggi in Europa si accetti l’aumento di alcune spese togliendolo dal computo — per esempio per la difesa — fa sì che il vincolo non sia molto stringente. In sostanza, in base alle richieste europee sul deficit, il governo deve trovare sei miliardi di solidi risparmi nella prossima legge di bilancio. In questo momento dunque non siamo sottoposti a diktat europei o dei mercati. Non siamo sospettati di falsificare i conti o di nascondere chissà quali mance elettorali. Né incombe su di noi un conto alla rovescia dall’esterno del Paese. Il problema è tutto il resto: non il rapporto dell’Italia con Bruxelles o con la City di Londra, ma con se stessa. Più difficile che trovare i sei miliardi di risparmi previsti dal nuovo Patto di stabilità sarà infatti trovare, in parallelo, i 19 miliardi che servono per riconfermare tutti gli sgravi fiscali e contributivi che per ora sono stati decisi e finanziati per il solo 2024. 
 
Carlo Cottarelli, la Repubblica
Abbiamo il Def (Documento di Economia e Finanza), commenta a sua volta Carlo Cottarelli su Repubblica ma – aggiunge – lo abbiamo senza il quadro programmatico (ossia senza gli obiettivi di finanza pubblica del governo). Questo sarà definito solo a settembre. Strano, ancora più strano è che Giorgetti in conferenza stampa abbia però, in parte, parlato di tali obiettivi. Insomma, la situazione è un po’ confusa. Giorgetti ha detto che la mancata presentazione del quadro programmatico è dovuta al fatto che non ci sono ancora le “disposizioni attuative” delle nuove regole europee sui conti pubblici. Non si capisce però a cosa esattamente si riferisca. Quali aspetti di tali disposizioni attuative influirebbero sulla definizione dei nostri obiettivi di finanza pubblica? Sappiamo che i Paesi che saranno in procedura di deficit eccessivo (e l’Italia lo sarà, come ha detto lo stesso Giorgetti) saranno vincolati principalmente dall’obbligo di ridurre il deficit strutturale di mezzo punto percentuale di Pil all’anno. Cosa mancava per tracciare il percorso di rientro del deficit, e quindi di tutto il resto del quadro di finanza pubblica? Fra l’altro, la nostra legge sul bilancio dello Stato del 2009 richiede che il Def definisca gli obiettivi di deficit e debito pubblico per il triennio successivo (articolo 10, comma 3). È vero che questo deve avvenire “in coerenza con quanto previsto dall’ordinamento europeo”, ma, come ho detto, non è chiaro quali aspetti delle mancanti “disposizioni attuative” impediscano la definizione dei principali obiettivi di finanza pubblica. Non mi straccio le vesti per l’omissione del quadro programmatico, anche perché nel passato decennio più di una volta gli obiettivi del Def fissati ad aprile furono cambiati nel successivo settembre. Cinicamente si potrebbe dire che il Def non è poi così importante.
 
Veronica De Romanis, La Stampa
Il conto è arrivato, scrive sulla Stampa Veronica De Romanis. E tocca all’attuale governo saldarlo. Almeno per ora, è terminata la lunga fase dei pasti gratis, ovvero delle misure di spesa presentate come se fossero senza costi. A dirla tutta, anche in passato c’era un conto che, però, era finanziato con risorse prese a prestito. Di fatto, il conto veniva nascosto in qualche cassetto. Lo spazio in questo cassetto, ahimè, è esaurito: il debito è aumentato troppo. E, allora, non ci sono alternative: il lungo banchetto servito negli ultimi dieci anni deve essere pagato. Con calma, però. Il governo ritiene di avere ancora tempo per un digestivo: la speranza è quella di rendere il pasto meno amaro. L’immagine di chi è costretto a sedersi ad un tavolo apparecchiato da altri e mira a negoziare con l’oste, ovvero l’Europa, qualche sconto, ben descrive la scelta compiuta ieri dal Consiglio dei ministri di presentare un Documento di Economia e Finanza (Def) senza il quadro programmatico. L’informazione verrà resa nota a settembre. Dal punto di vista dell’Europa una simile scelta non dovrebbe essere un problema. La Commissione pubblicherà le sue “pagelle” solo a metà giugno. L’Italia sarà messa sotto procedura d’infrazione. Resta da capire quale potrebbe essere la reazione dei mercati, ovvero di chi ci presta le risorse, a fronte di un Def privo del quadro programmatico. È bene chiarire un punto: sospendere il pagamento del conto non significa non volerlo pagare. Del resto, sarà inevitabile: altri pasti gratis non potranno essere apparecchiati in un contesto come quello attuale caratterizzati da incertezza crescente e tassi ancora elevati. E, poi, il conto ereditato è davvero salato. A cominciare da quello del Bonus 110%. La responsabilità di questo scellerato incentivo è ascrivibile al governo Conte 2 – composto dal Movi- mento 5 Stelle, dal Partito Democratico e da Italia Viva – che lo ha ideato e introdotto nella primavera del 2020. Ma anche all’esecutivo Draghi che lo ha prorogato in un periodo di inflazione sostenuta e ri- presa economica, e al partito della premier, Fratelli d’Italia, che lo ha appoggiato dalle fila dell’opposizione. Pertanto, nessuna delle forze politiche può rivendicare la propria innocenza rispetto a quello che è stato il banchetto più insensato del- la storia economica italiana degli ultimi tempi.
 
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