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L'Europa deve pesare di più nella Nato

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 09/04/2024

L'Europa deve pesare di più nella Nato L'Europa deve pesare di più nella Nato Paolo Lepri, Corriere della Sera
L’Europa deve pesare di più nella Nato, afferma Paolo Lepri sul Corriere della Sera. Nel 75mo anniversario della sua nascita, il mondo civile – continua Lepri – si attende che la Nato approvi un pacchetto di aiuti militari «stabili». Se arriveranno, 100 miliardi di euro in cinque anni possono sostenere lo sforzo che Volodymyr Zelensky e il suo popolo stanno compiendo per difendere la libertà di tutti. La posta in gioco, come è evidente, è di importanza fondamentale. L’Ucraina deve dipendere meno dai contributi volontari e più da un’azione coordinata. Ne va della sua sopravvivenza. Il principale auspicio, a questo punto, è che i Paesi europei – all’interno di un’Alleanza che dovrebbe astenersi (archiviate le recenti cerimonie bruxellesi) dal festeggiare troppo trionfalisticamente il proprio compleanno – facciano un salto di qualità. Una Nato «a trazione europea», secondo Lepri, è il punto chiave dei futuri assetti internazionali. Le relazioni tra le due sponde dell’Oceano vanno approfondite rimuovendone gli ostacoli. L’America di Biden – dove sono ancora bloccati al congresso gli aiuti per l’Ucraina – non può essere lasciata sola. È un modo, questo, anche per combattere la stanchezza delle opinioni pubbliche e le incertezze che affiorano di fronte ad un conflitto in corso ormai da oltre due anni. Più uniti che mai, quindi, anche per dimostrare al leader del Cremlino di essersi sbagliato pensando che invadendo l’Ucraina avrebbe indebolito l’Occidente. Forse Trump non ricorda che la prima volta nella storia in cui fu attivato l’articolo 5 della Nato, che prevede la difesa collettiva se un Paese membro viene attaccato, fu all’indomani dell’11 settembre 2001. Le alleanze non sono un fatto simbolico. Ora è il momento di rimboccarsi le maniche.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Era facile immaginare – commenta Stefano Folli su Repubblica – che Salvini avrebbe fatto del suo meglio per distinguersi anche in politica estera. Era più difficile supporre che si sarebbe addirittura scelto il suo candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ovviamente Trump, proponendosi a lui come interlocutore italiano e possibile tessitore di un’alleanza europea di estrema destra. Ma è quello che sta accadendo e si capisce che il capo della Lega conferma di non avere ormai alcunché da perdere. Le tenta tutte, sperando che un colpo di dadi prima o poi gli sia favorevole. S’intende, la geopolitica del cosiddetto “Capitano” lascia un po’ a desiderare. In primo luogo non basta sostituire il volto di Trump a quello di Putin stampato sulle magliette. L’infortunio in cui il nostro vicepresidente del Consiglio incorse un paio d’anni fa in un villaggio polacco al confine con l’Ucraina, quando pretendeva di entrare nella nazione in guerra per testimoniare non si sa bene quale solidarietà, è di quelli che segnano per la vita. Soprattutto per il cinismo pasticcione, suo o di qualche collaboratore, dimostrato nell’occasione, nella convinzione che tutti (in Polonia, poi…) avessero dimenticato le foto sulla Piazza Rossa in cui il leghista appariva abbigliato come un fan del dittatore. Con la stessa leggerezza e assenza di radici storiche, Salvini vorrebbe ora presentarsi a Trump, così da bilanciare la scelta pro Biden della sua rivale Meloni. Sfortunatamente egli dimentica che un rapporto politico con un candidato alla presidenza non si costruisce in campagna elettorale. Soprattutto non si mette in piedi dall’oggi al domani, essendo il capo di un partito medio-piccolo del 8 per cento o giù di lì, destinato anche in futuro a un ruolo subordinato. Esistono regole che è meglio non dimenticare quando si vuole giocare la carta della grande politica internazionale.
 
Alfonso Celotti, La Stampa
«Cari studenti, vi siete ben impegnati…». Quando scrivo una lettera agli alunni utilizzo genericamente la forma maschile? Non è il caso, spiega sulla Stampa Alfonso Celotto. Rischio di sembrare un conservatore, perché ormai abbiamo capito che questa forma di declinazione rappresenta un ossequio anacronistico ad un mondo pensato solo maschile. Un mondo plurisecolare in cui le donne erano relegate al servizio dei maschi, per usare un concetto che va da Aristotele a Cavour, passando per San Tommaso. Un mondo di cui troviamo chiara traccia nel nostro Codice civile, che fino al 1975 ancora disponeva: «Il marito è il capo della famiglia; la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo…». Parole che oggi ci fanno venire un attacco di allergia! Eppure, la questione di genere è ancora aperta e il profilo terminologico non ancora risolto. Allora, ai miei studenti scrivo: «Cari studenti e care studentesse, vi siete ben impegnati e ben impegnate…». Utilizzare il maschile e il femminile in tutti i passaggi può appesantire l’esposizione e rendere il testo prolisso per le trappole delle concordanze, dovendo stare attenti a sdoppiare tutti gli aggettivi. Non va bene. Altra soluzione: potrei utilizzare soltanto il femminile, come ha fatto in questi giorni l’Università di Trento, oppure me la posso cavare ricorrendo ad asterischi, schwa e chiocciole? «Car* student@, vi siete ben impe- gnat?…». Attenzione: così non sembra più una frase in italiano, ma piuttosto un gioco enigmistico. Ma allora come devo scrivere? Come risolvere il problema terminologico della parità di genere? Andando a colmare una lacuna delle lingue contemporanee: la mancanza del neutro. Tutti ricordiamo che il greco e il latino avevano tre generi, includendo anche il neutro, proprio per ciò che non era né maschile né femminile. Il neutro si è perduto dopo la caduta dell’Impero Romano di occidente, perché nei secoli bui, in una società sempre più instabile e fragile, la lingua divenne sempre più essenziale: abbandonando le declinazioni e anche il neutro. Non a caso non presente in nessuna delle nostre lingue moderne, ma se ci pensiamo, asterischi, chiocciole e schwa altro non sono che l’embrione di una tendenza a introdurre nuovamente il neutro.
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