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Estraneità elettive a sinistra

Sintesi degli editoriali dei principali giornali

Redazione InPiù 08/04/2024

Estraneità elettive a sinistra Estraneità elettive a sinistra Antonio Polito, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Antonio Polito si occupa della «incompatibilità genetica» di Pd e Cinque Stelle. Incompatibilità che impedisce ai due soggetti di diventare una coalizione. Del resto, sottolinea Polito, l’uno è un partito, l’altro è un movimento. Le parole non si scelgono mai a caso. E non è perciò un caso se il Pd, alla sua nascita, decise di chiamarsi «partito», proprio come quelli che andavano di moda nella Prima Repubblica e che erano stati spazzati via, guarda un po’, dalle inchieste giudiziarie. Gli eredi dei comunisti e dei democristiani volevano così affermare la loro intenzione di proseguire, seppure in termini rinnovati, una storia di radicamento territoriale e di integrazione sociale che fino ad allora era stata tutt’uno con la Repubblica: la storia del partito di massa. Che cosa è invece il Movimento Cinque Stelle? È una Cosa nata esattamente per rifiutare la politica dei partiti e del radicamento; che anzi ha ritenuto fin dall’inizio superflua e dannosa, destinata a essere ben presto sostituita da una nuova, ma finora inedita, democrazia digitale e senza politica. Dunque un movimento di opinione «one issue», cioè con il solo programma di mandare via gli altri perché inevitabilmente corrotti. Ora, dopo lo scandalo pugliese, Conte chiede a Schlein di tener fede alla sua promessa di liberarsi di «cacicchi e capibastone». Ma se lo facesse, se pure potesse, dovrebbe chiudere il partito dei circoli, dei sindaci, degli assessori, dei consiglieri di amministrazione. Dovrebbe trasformarlo in un movimento di opinione al pari dei Cinque Stelle: ma davvero c’è spazio per due in quel campo elettorale? Dovrebbe buttare con l’acqua sporca anche il bambino, anzi il ragazzo, visto che è nato ormai 17 anni fa. E forse buttare anche un bel po’ di voti, che poi è quello che Conte spera.
 
Michele Ainis, la Repubblica
Su Repubblica Michele Ainis si occupa del premierato, commentando l’«ennesima» proposta di Giorgia Meloni, illustrata in tv a Bruno Vespa: «Il capo dello Stato diventerà un nanetto se torreggia il premier? E allora eleggiamo direttamente pure lui». Bipresidenzialismo, ecco la parola, scrive Ainis. Un regime che non c’è in nessun altro regno, salvo scomodare il consolato dell’antica Roma. O la Costituzione di Cipro del 1960, che affianca al presidente eletto dalla comunità greco-cipriota un vicepresidente espresso da quella turco-cipriota. Entrambi con poteri di veto, entrambi al timone d’un governo tagliato in due come una mela. Tuttavia quella Costituzione è poi rimasta sulla carta: fin dal 1963 fu disapplicata senza mai abrogarla, ma senza più eleggere un vicepresidente. E dunque: un’idea eccentrica, se non anche bislacca? Parrebbe; del resto pure l’elezione diretta del premier non figura in nessun’altra contrada, dopo l’infelice esperienza di Israele, sul volgere degli anni Novanta. In realtà, Ainis ricorda che lui stesso, già nel 2013, aveva proposto il bipresidenzialismo, muovendo dall’assunto che se la democrazia rifugge un capo assoluto, come diceva Kelsen, e prima di lui Platone, allora non ci resta che moltiplicare i capi, per eliderne il potere. Con qualche avvertenza, tuttavia. Primo: il presidente della Repubblica dovrebbe continuare a fare il suo mestiere. Un presidente garante, non anche governante. Altrimenti metteremmo due galli nel pollaio, togliendo la pace alle galline. Secondo: lo sfasamento temporale. Non soltanto fra l’elezione diretta del premier e quella del capo dello Stato, che altrimenti sarebbero figli della stessa maggioranza – due presidenti in un corpo solo. Anche rispetto al Parlamento, come accade negli Usa, dove il presidente dura 4 anni, la Camera 2, il Senato per 6 anni. Divided government, dicono laggiù. Quale che sia la soluzione, c’è bisogno di dividere il potere, per evitare che il potente divenga prepotente.
 
Mario Sechi, Libero
Lo spartiacque della politica interna – scrive su Libero Mario Sechi – è la guerra, il triplice fronte Kiev-Gaza-Suez è una formula che va letta come libertà di resistere-esistere-navigare. Su questi tre fili sospesi cammina il nostro futuro. Se ne vedono già i sinistri bagliori all’orizzonte, la festa della Liberazione il 25 aprile servirà a scoprire chi e quanti sono pronti a sventolare la bandiera bianca. Vedremo i «ma anche», le ambiguità, la demagogia. Danzano nel cimitero del disonore, eppure quello che accade sul fronte non permette a nessuno di ballare lo swing, servono decisioni nel mondo del possibile, non nel regno dell’utopia. In Ucraina lo scenario si sta facendo sempre più difficile: l’esercito di Kiev è a corto di proiettili, di copertura aerea, di truppe da mandare al fronte. La Russia ha respinto facilmente la controffensiva ucraina fortificando le posizioni e aumentando l’attrito della guerra per arrivare all’attuale scenario di primavera-estate in vantaggio, cosa regolarmente avvenuta. Il logoramento ucraino deriva da molteplici fattori: da ritardi nel munizionamento, dall’incertezza della politica americana e europea (si vota) e, va detto, dalla condotta della guerra da parte di Zelensky. Il presidente dell’Ucraina ha licenziato capi militari e stretti collaboratori a getto continuo, mettendo a nudo l’incertezza strategica di Kiev, senza commenti ufficiali da parte degli alleati. Il 25 aprile nelle piazze italiane vedremo sfilare il partito della resa che celebrerà la Liberazione negandone i valori, ribaltando la Storia, manifestando contro Israele e definendo «genocidio» la guerra a Gaza. Abbiamo visto in questi mesi l’antisemitismo uscire allo scoperto e crescere come una pianta carnivora. E qui va detto che - con o senza Benjamin Netanyahu alla guida del governo - gli israeliani hanno chiara la minaccia esistenziale, hanno (ri)visto con i loro oc- chi il progetto di sterminio del popolo ebraico da parte dei terroristi di Hamas, di Hezbollah e dell’Iran che muove i fili dalla nascita della Repubblica islamica nel 1979. La Russia e l’Iran hanno un interesse comune, indebolire sempre di più gli Stati Uniti, innescare un’altra ritirata americana dopo quella in Afghanistan. Contano di farlo facendo leva sulle debolezze dell’Occidente e dei suoi leader, fanno leva sulle fragilità delle nostre democrazie che surfano maldestramente sulle ondate emotive dell’opinione pubblica. I dittatori, i nemici della libertà, hanno un grande alleato, l’appuntamento è in piazza il 25 aprile.
 
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