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Un'idea (più forte) d'Europa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 02/04/2024

In edicola In edicola Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera
Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera si sofferma su ‘un’idea più forte d’Europa’: “Da anni – scrive l’editorialista - l’Europa non riesce a fare alcun passo avanti decisivo per diventare un vero soggetto politico. Cioè capace di avere una politica estera comune e quindi di cercare di contare qualcosa nell’arena mondiale. Il che a sua volta implicherebbe, naturalmente, avere anche un apparato militare comune, obbediente ad un unico comando nonché dotato di un armamento eguale per tutti i contingenti, magari fornito da un unico produttore. Ma l’Unione europea da questo orecchio non ci sente. I governanti dei vari Paesi membri non intendono fare il passo necessario per costruire una politica estera e militare comune, e cioè rinunciare a una parte cruciale della sovranità nazionale di cui essi sono i titolari. Il fatto decisivo è che dietro un tale rifiuto c’è una ragione che ogni democratico non può non tenere nella massima considerazione: e cioè che la maggioranza dei loro elettori non lo vuole. Vale a dire che la grande maggioranza dei cittadini dei Paesi europei non si sente affatto «europea». Dall’uscita di scena di coloro che avevano vissuto la temperie europea della guerra e del dopoguerra nei Paesi guida del continente– sottolinea Galli Della Loggia – non è più arrivato ai vertici del potere nessun leader capace di misurarsi con la politica nell’accezione forte del termine, con la politica che mira a cambiare le cose, a far nascere il nuovo. Dopo di allora la costruzione europea è progressivamente caduta nelle mani delle burocrazie, si è invischiata nella peste dei «competenti», delle commissioni, dei contabili del deficit e dello «sforamento». Si è preoccupata solo di distribuire soldi. Cullandosi nell’illusione che la formula pretenziosa dello «spazio di libertà, di giustizia e di pace» con cui da un certo punto in poi la Ue ha cominciato a definirsi potesse costituire un effettivo richiamo ideale, il principio di appartenenza ad una patria. Ma da che mondo è mondo una banca o un tribunale non hanno mai costituito un principio di cittadinanza. Ben altro che il Pnrr ci vuole per convincere qualcuno a non dirsi più ceco o spagnolo ma europeo. L’Ue insomma – conclude - ha mancato a quello che avrebbe dovuto essere invece il suo primo compito: fare gli europei”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
“Esiste un nesso tra l’ipotesi di rivedere Ursula von der Leyen sulla poltrona di presidente della Commissione Ue e il cammino del premierato in Italia?”. Stefano Folli su Repubblica tratteggia il prossimo scenario politico europeo: “Al momento – scrive - nessuno, salvo il fatto che al crocevia c’è sempre Giorgia Meloni. Ma dopo il voto di giugno i due piani potrebbero intrecciarsi in modi persino imprevedibili. Intanto è evidente che per la Von der Leyen le probabilità tendono a ridursi di giorno in giorno. Non tanto per la vicenda Pfeizer e il caso degli sms compromettenti, quanto per la difficoltà oggettiva di combinare tra loro i pezzi del mosaico europeo. È un gioco in cui l’Italia non ha, al momento, molte carte da mettere sul tavolo. Certo, è noto il desiderio della nostra premier di essere accolta nell’’establishment’ continentale, ma occorrono anche le condizioni favorevoli. Per adesso non ci sono, al di là dell’ottimo rapporto personale tra lei e la presidente della Commissione. Un governo di centrosinistra sarebbe contento di aggiungersi a Francia e Germania; un governo di centrodestra deve dimostrare al suo elettorato di aver modificato quell’assetto. Ne deriva che Macron – sottolinea Folli - non ha interesse ad agevolare le ambizioni della premier italiana. Al contrario, ha interesse a ridimensionarla. Vedremo come si svolgerà il confronto: prima, è ovvio, sarà necessario guardare nelle urne e contare i suffragi. Ciò non significa che qualche riflessione non sia in corso già ora all’Eliseo e dintorni. Il fatto che il nome di Mario Draghi sia ricorrente — come presidente della Commissione ovvero, con maggiore probabilità, del Consiglio europeo — dice molto. E qui si viene al tema del “premierato”. Ricco d’incongruenze, a cominciare dalla tuttora indefinita legge elettorale, il progetto del governo è comunque arrivato in Commissione. È ovvio che siamo solo ai primi passi, visto che a contare sono le quattro letture in aula, tutte da fare e ancora lontane. Tuttavia si tratta di un messaggio agli elettori. Giorgia Meloni vuole un argomento forte per dare l’impronta alla seconda parte della legislatura. Ovvero, ipotesi subordinata, per giustificare una rottura che potrebbe condurre alle elezioni anticipate. È un’altra partita a scacchi – conclude - tipicamente politica”.
 
Nathalie Tocci, La Stampa
Nathalie Tocci sulla Stampa prova ad analizzare la strategia di Netanyahu: “La minaccia di una guerra regionale in Medio Oriente – scrive l’editorialista - sembrava affievolita. L’uccisione di tre membri delle Guardie rivoluzionarie nel consolato iraniano a Damasco da parte di Israele, nel primo attacco che colpisce direttamente una sede ufficiale della Repubblica islamica, fa invece riaffacciare lo spettro di una deflagrazione regionale. Dall’indomani del 7 ottobre ad oggi il governo di Benjamin Netanyahu, tanto a Gaza quanto nel resto della regione, persegue imperterrito la via dell’escalation. Il calcolo è doppio: strategico e politico. Strategicamente, Israele vuole evitare che la guerra si assesti sia a Gaza sia nella regione sullo status quo ante. Vuole, insomma, capitalizzare sulla catastrofe del 7 ottobre per eliminare, o quantomeno indebolire, la minaccia posta sia da Hamas a Gaza sia dalle milizie filo-iraniane a partire da Hezbollah, al confine con in Libano. Questo – sottolinea Tocci - può avvenire in due modi. Anzitutto, se Israele continua ad attaccare Libano e Siria, ristabilendo la propria capacità di deterrenza, mentre le milizie e soprattutto l’Iran non reagiscono o lo fanno in modo contenuto; insomma, ciò che è accaduto sinora. Oppure, può avvenire se Teheran decide di reagire direttamente, provocata da un attacco israeliano come quello al consolato iraniano a Damasco. Questo trascinerebbe gli Usa (e chissà, forse anche noi europei) in uno scontro regionale, dalla parte di Israele. In sintesi, strategicamente, l’escalation conviene al governo israeliano a prescindere dall’esito. Politicamente, il governo Netanyahu è sempre più alle strette. È nei guai internamente alla luce delle divisioni tra i membri dell’esecutivo riguardo alla questione spinosa del servizio militare degli ebrei ultraortodossi. È altrettanto nei guai con l’opinione pubblica che, pur sostenendo massicciamente l’invasione di Gaza, è fortemente critica del primo ministro. Ed è nei guai internazionalmente. Siamo ancora lontani dal vedere Usa e Europa voltargli le spalle, a cominciare dalla sospensione degli aiuti militari a Israele; ma – conclude - prima o poi questo potrebbe accadere e ciò obbligherebbe Israele a cambiare rotta”.
 
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