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Se torna il terzo attore

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 29/03/2024

Se torna il terzo attore Se torna il terzo attore Goffredo Buccini, Corriere della Sera
La storia non si ripete ma spesso fa rima con sé stessa, diceva Mark Twain. E, finora, la rima con gli anni Trenta del secolo scorso ci era apparsa a tratti inquietante per come risuonava pedissequa: la brama imperiale di un dittatore, l’invasione di uno Stato confinante con un pretesto etnico, la balbettante risposta delle democrazie occidentali indebolite dall’assolutismo pacifista, quella singolare cecità che induce a non riconoscere un nemico nemmeno quando questi viene a bussare alla porta. Era difficile, insomma, non rivedere in filigrana l’aggressione di Hitler ai Sudeti e l’appeasement anglofrancese di Monaco 1938 dietro la tragica pagina scritta da Putin in Ucraina due anni orsono e i conseguenti collassi «ciecopacifisti» di larga parte della nostra opinione pubblica. Ma la storia, oltre a non ripetersi, sempre ci stupisce. Sicché stavolta nella sua metrica s’è inserita una forte nota dissonante: un terzo attore che avevamo voluto dimenticare e che è entrato in scena la sera del 22 marzo al Crocus City Hall. Per dirla in modo brutale: qualcuno che ci odia più di quanto possiamo mai riuscire a odiarci tra noi. Che i jihadisti dello Stato Islamico ci mettessero tutti nello stesso mazzo era facile da capire sin dall’inizio del conflitto scatenato da Mosca contro Kiev. «Una guerra benedetta», scriveva nel 2022 Voice of Khorasan, uno dei media del gruppo terrorista che, dopo l’annientamento del Califfato sunnita di Raqqa, ha trasferito la propria operatività tra l’Afghanistan e i territori adiacenti. Ma finora Putin è apparso assai riluttante ad ammettere di essersi lasciato alle spalle vasti territori di odio islamista, fomentati dalle nefandezze russe in Cecenia, Siria e Afghanistan. E sebbene sia irrealistico immaginare un ritorno all’afflato internazionale che scattò nel 2001, dopo l’attacco alle Torri, o nel 2015, dopo il Bataclan, spetta allo zar di Mosca l’ultima scelta. Usare la strage del Crocus come la Sarajevo del 1914, accusando Kiev e l’Occidente e lanciandosi verso l’ultimo miglio prima della Terza guerra mondiale, o riconoscere che c’è da sempre un nemico comune più irriducibile in attesa nell’ombra: l’attore che non ci aspettavamo di rivedere in scena.
 
Massimo Ammaniti, la Repubblica
È possibile – si chiede su Repubblica Massimo Ammaniti – che gli adolescenti e i giovani della generazione Z, ossia quelli nati fra la fine degli anni ’90 del secolo scorso e il 2010, siano preda dell’ansia più delle generazioni precedenti? È vero che i segnali di allarme erano comparsi durante la pandemia con un aumento degli stati di ansia e di depressione fra i giovani, addirittura raddoppiati secondo numerosi studi epidemiologici internazionali. Una prima spiegazione, abbastanza scontata, metteva in relazione questo allarmante incremento del malessere giovanile con lo stato di isolamento e con l’allarme suscitato dalla pandemia che avrebbero alterato i loro ritmi della vita quotidiana. Ma forse è stata una considerazione troppo affrettata. In realtà, sottolinea Ammaniti, la generazione Z è stata la prima ad aver affrontato l’adolescenza con uno smartphone in tasca che faceva entrare in un universo lontano da quello di tutti i giorni, ben più attraente ed eccitante, ma anche pericoloso. Sicuramente nessuno si era posto il problema di quali conseguenze ci sarebbero state nella personalità dei ragazzi, in una fase nella quale il cervello andava incontro a grandi cambiamenti. La diffusione degli smartphone in Italia è stata immediata, ad esempio fra i ragazzi dagli 11 ai 13 anni ha raggiunto il 78% nel 2019 e di questi il 50% passa più di cinque ore chattando con gli amici oppure guardando e mettendo in rete foto o video. Il baricentro dei giovani si è spostato, accanto alle attività e agli incontri nella vita di tutti i giorni c’è il mondo in cui si entra con un clic, ci si incontra fra coetanei, si ricercano conferme attraverso le faccine degli emoticon, evitando quelle che esprimono disgusto o dispiacere. Sono nuovi codici convenzionali ben diversi dalle emozioni che si sperimentano negli scambi in presenza fra coetanei che non solo vengono vissute, ma anche espresse e riconosciute favorendone la regolazione in modo appropriato. Gli scambi effimeri degli emoticon sviliscono la sfera emotiva rendendola più fragile e probabilmente modificano la stessa regolazione dell’umore e dell’ansia, generando l’emergenza dei malesseri emotivi.
 
Luca Ricolfi, Il Messaggero
Sul Messaggero Luca Ricolfi si occupa di libertà di parola e diritto al dissenso, dopo i recenti casi di intolleranza avvenuti in alcune università italiane, dove collettivi di studenti pro-Palestina hanno impedito ad alcuni giornalisti di parlare in eventi pubblici. Non è la prima volta che avviene, ricorda Ricolfi, nelle università, nelle librerie, al Salone del libro. E non è la prima volta che gli “interrotti” parlano di squadrismo, attacco alla libertà di espressione, violenza, intolleranza, e gli “interrompenti” replicano: è la democrazia, bellezza! non potete sopprimere il dissenso e la contestazione. Di qui un problema importante: qual è il confine? Fino a che punto contestare un oratore, o più in generale qualcuno che espone le sue idee, è un diritto, e da quando in poi diventa una prevaricazione? Molti, a queste domande, rispondono: il confine è la violenza, in una società democratica la violenza non è mai accettabile. Io non sono tanto sicuro che sia una risposta soddisfacente, almeno finché per violenza si intenda solo la violenza in senso stretto, ossia l’aggressione fisica nei confronti di chi parla (o di chi lo sta ascoltando). In realtà, molto spesso a chi parla viene impedito di parlare semplicemente fischiando, tamburellando, urlando, producendo suoni in modo più o meno tecnologico. È questo il modo in cui, negli ultimi anni, sono state interrotte e impedite innumerevoli lezioni, conferenze, dibattiti. Talora fino al punto di costringere i relatori invisi ad andarsene, o ad autolicenziarsi. Dunque qual è il confine? Io rispondo con un esempio laterale, ma secondo me illuminante, quello del teatro. Qual è, a teatro, il confine? A teatro ci sono due diritti speculari, quello di applaudire e quello di fischiare. Ma di norma, dentro lo spettacolo, entrambi vengono esercitati per intervalli di tempo brevi, che consentono la prosecuzione: non si applaude così a lungo da impedire allo spettacolo di andare avanti e, per il medesimo identico motivo, non si fischia così a lungo da annullare la performance in corso.
 
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