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Test, l'ossessione per colpire i magistrati

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 27/03/2024

Test, l'ossessione per colpire i magistrati Test, l'ossessione per colpire i magistrati Carlo Bonini, Repubblica 
Su Repubblica Carlo Bonino commenta l’introduzione dei test psicoattitudinali per l’immissione in ruolo dei magistrati. “I test – scrive Bonini -, tradiscono un unico tratto: svuotare il principio di autonomia e indipendenza della magistratura rendendone friabili le garanzie che ne sono il presidio. Per dimostrarlo torna in soccorso l'appello che nel 2003 venne redatto e firmato da 134 soci della Società Psicoanalitica Italiana e da 35 psichiatri e psicologi della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica. In quell’appello, con la pulizia intellettuale che è propria di chi separa l’approccio scientifico da quello politico, si afferrano due verità. La prima: «Nessun tecnico, anche soltanto minimamente competente in materia, saprebbe in coscienza avallare una forma di valutazione predittiva psicologico-psichiatrica del futuro magistrato. Non per un’attuale insufficienza degli strumenti di indagine, ma in ragione di più cogenti criteri metodologici, che impediscono la costruzione di griglie riduttive attendibili atte a testare funzioni così complesse». La seconda: la mancanza di griglie scientificamente solide per una valutazione ‘predittiva’ delle attitudini psicologiche del futuro magistrato avrebbe un’unica conseguenza: «Gli ‘esperti’ esaminatori si troverebbero in balìa di suggestioni intuitive ed empatiche; o, più facilmente, sarebbero indotti a surrogare la mancanza di appropriati criteri ordinativi con un ‘disciplinato’ affidamento, se non con una subordinazione, all’ordinamento politico del momento». Eccoci al punto. Impossibili da tarare scientificamente per renderli uno strumento impermeabile agli umori soggettivi dell’esaminatore o alle attese dei committenti, i test psicoattitudinali assolverebbero a un’unica funzione. Introdurre un criterio di selezione dei futuri magistrati sufficientemente discrezionale da minare sin dall’inizio la loro sfera di autonomia e indipendenza”.
 
Massimo Gaggi, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Massimo Gaggi commenta le conseguenze dell’approvazione della risoluzione Onu che chiede un cessate il fuoco «duraturo» a Gaza e il rilascio di tutti gli ostaggi. “Le brutte notizie per Netanyahu non sono venute solo dallo strappo di Joe Biden che ha rinunciato a porre il veto in Consiglio di Sicurezza, ma anche dalla presa di posizione di Donald Trump, ferreo sostenitore dello Stato ebraico e del suo leader che, in un’intervista al quotidiano israeliano Hayom, ha chiesto a Israele di fare in fretta, avvisandolo che durata e asprezza del conflitto gli stanno facendo perdere appoggi in tutto il mondo. Al netto del consueto cinismo, anche Trump avverte che una reazione estrema, pur legittima, se alimenta nuovo odio finisce per essere autolesionista. Lo strappo di Biden ha conseguenze in Medio Oriente e anche sul fronte politico interno degli Stati Uniti, attraversati da un’onda crescente di sostegno alla causa palestinese soprattutto da parte dei giovani e delle minoranze etniche che premono sulla Casa Bianca, ma non sembra tale da poter cambiare la dinamica del conflitto”. Tanto che “le prime reazioni di Netanyahu confermano la sua ostinazione”. “Ma la diplomazia – prosegue Gaggi - non può arrendersi davanti al meccanismo infernale che trasforma molti civili colpiti in nuove reclute dell’organizzazione terrorista: una spirale che rischia di travolgere un intero popolo. Per ora le conseguenze più immediate e visibili dello strappo deciso a Washington potrebbero essere quelle sulla campagna elettorale americana. Prendendo le distanze dall’attuale governo israeliano, Biden dovrebbe poter uscire, almeno parzialmente, dal mirino di giovani attivisti, musulmani di colore e comunità araba, vasta soprattutto in Michigan, uno degli Stati decisivi per l’esito dele presidenziali di novembre: fasce di elettori tendenzialmente democratici che, se decidessero di disertare le urne, potrebbero decretare la sconfitta del presidente”.
 
Chiara Saraceno, La Stampa
La guerra in Medio Oriente sembra stia avendo lo stesso ruolo di mobilitazione degli studenti universitari che ebbe a suo tempo la guerra in Vietnam in gran parte dei paesi occidentali. Lo scrive sulla Stampa Chiara Saraceno spiegando che “un conflitto drammatico, anche per l’enorme prezzo pagato dai civili, diviene il concentrato di tutte le insoddisfazioni, tensioni, denunce di ciò che non va, non solo nello scenario di guerra, ma anche qui, anche nelle nostre università e più in generale nella nostra società. Allora quella protesta, archiviato il Vietnam, sboccò nel movimento del ’68, che, è bene ricordarlo ai suoi ‘pentiti’, non ebbe come sbocco principale il terrorismo degli anni di piombo. Oltre a costituire il terreno di cultura per i movimenti delle donne, aprì anche una stagione di lotte per i diritti civili che hanno inciso positivamente, in Italia, su un corpo legislativo che aveva subito ben poche modifiche dopo la caduta del fascismo. Con tutte le sue esagerazioni, limiti, rischi di derive pericolose, costrinse il paese, i partiti, a guardarsi criticamente e almeno un poco cambiare. Difficile prevedere se il movimento pro-Palestina che oggi si organizza attorno al boicottaggio degli accordi con le Università israeliane potrà avere effetti analogamente positivi. Il contesto è profondamente cambiato a tutti i livelli. Ma che gli studenti universitari ricomincino a mobilitarsi non solo, come è giusto, per cose che li riguardano direttamente, come il caro alloggi o le molestie, ma anche per questioni di interesse generale e sovranazionale mi sembra non solo positivo, ma necessario, anche se le denunce, le richieste o il modo di formularle, possono non essere condivise. La responsabilità di trovare tempi e modi per interloquire con chi protesta non è solo dei movimenti e dei loro leader. E' anche e soprattutto delle istituzioni cui si rivolgono e di chi le rappresenta”.
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