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Il terrore che sfida il mondo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 26/03/2024

Il terrore che sfida il mondo Il terrore che sfida il mondo Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Angelo Panebianco rifletta sul “terrore che sfida il mondo”, all’indomani dell’attentato di Mosca. E ricorda come a partire dagli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 sembrò che il terrorismo internazionale di matrice islamica (con Al Qaeda prima e con l’Isis dopo) fosse la minaccia più seria che il mondo dovesse fronteggiare nel nuovo secolo, con la Guerra fredda ormai alle spalle. Un nemico sfuggente, con simpatizzanti e militanti ovunque, anche in Europa. Ove furono numerosi e sanguinosi gli attentati. Il terrorismo «transnazionale» apparve, come le mafie, l’altra faccia (la faccia oscura) della globalizzazione. Si trattava di un serpente con molte teste. Dall’Afghanistan al Medio Oriente molte di quelle teste vennero tagliate dalla spada occidentale ma la belva non morì. Continuò a espandersi in Africa e in Asia. Ma a un certo punto smise di apparire una sfida ancora insidiosa perché il mondo, nel frattempo, era entrato in una seconda fase. A causa del declino relativo della potenza degli Stati Uniti, dell’ascesa cinese, del ritorno della Russia alla sua antica postura aggressiva. Le anticipazioni (come la conquista della Crimea e del Donbass del 2014) c’erano già state ma, dal febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, apparve chiaro a tutti che il mondo aveva fatto un salto «indietro nel futuro». Una situazione sperimentata per secoli: una guerra per il controllo del territorio fra una potenza che invade e un Paese che si difende e nella quale la posta in gioco, oltre al territorio conteso, è il rapporto di forza che, a seconda di chi vincerà la guerra, si stabilirà fra le grandi potenze. Una vittoria russa in Ucraina darebbe all’invasore un vantaggio strategico a fronte delle democrazie occidentali. Una vittoria ucraina darebbe un analogo vantaggio al fronte occidentale. Ma l’attentato di Mosca, improvvisamente, ci ha ricordato che nel mondo globalizzato la politica internazionale non è solo una faccenda di Stati che lottano fra loro per il controllo di territori e per l’egemonia internazionale. La nebulosa dell’estremismo islamico, mai scomparsa, ha rivendicato il suo diritto di partecipare al gioco del potere.
 
Gianni Riotta, la Repubblica
Anche Gianni Riotta, su Repubblica, si occupa dell’attentato a Mosca e del nemico ignorato. Il presidente russo Vladimir Putin, appena rieletto in pompa magna, aveva irriso infatti il monito che, con l’accordo di Joe Biden, l’intelligence Usa gli aveva girato su possibili attentati Isis nel paese, fino a sconsigliare ai cittadini Usa le sale da spettacolo. Il suo portavoce Peskov preferiva, in quei giorni, chiamare finalmente “guerra” l’invasione dell’Ucraina, il ministro della Difesa Šojgu rivendicare tre nuove armate da mobilitare sul fronte orientale, ma era la campana del fondamentalismo islamico a rintoccare. La campagna di repressione casa per casa in Cecenia, i combattimenti in Siria, a sostegno del dittatore alawita Bashar al Assad, figlio dell’Hafiz al Assad, che nel febbraio 1982 sterminò 45.000 musulmani ad Hama, città ribelle, l’assedio ai Mujahideen voluto dal presidente Breznev, erano scomparsi dalle strategie di Putin, ossessionato dalla sfida agli occidentali, americani imperialisti, vassalli europei. Le doppiezze russe, e cinesi, all’Onu sulla guerra a Gaza tra Hamas e Israele, l’ambigua attenzione ai diritti umani per frenare, in realtà, la diplomazia per il cessate il fuoco di Washington, riportano all’antica tattica leninista del “nemico principale”: prima di tutto battersi contro le democrazie. Anche il presidente francese Emmanuel Macron prova a spiegare ai russi che l’orribile attacco a Mosca non può attribuirsi a dissennata provocazione ucraina, indicandone la matrice fondamentalista, per ricondurre il Cremlino alla Realpolitik che, dietro la maschera da duro, Putin ha, da tempo, smarrito, posseduto dalla logica della I° Guerra Globale che la disinformazione degli untori, siti come “Il Corrispondente”, lacchè come Nicolai Lilin, diffonde servile.
 
Giordano Stabile, La Stampa
Con l’Isis che rischia di aprire un terzo fronte sullo scacchiere mondiale, dopo quello in Ucraina e a Gaza, e ancora più insidioso perché non delimitato a una precisa area geografica, gli Stati Uniti – commenta Giordano Stabile sulla Stampa – provano a gettare acqua sull’incendio in Medio Oriente. La decisione di non porre il veto alla risoluzione che chiede il cessate il fuoco nella Striscia è il segnale più forte finora lanciato dalla Casa Bianca a Benjamin Netanyahu. I moniti, le sanzioni agli estremisti negli insediamenti, il pressing continuo del segretario Antony Blinken erano restati nell’ambito della postura morale. L’azione delle Nazioni Unite, accoppiata al procedimento in corso all’Aja, pone invece una seria pressione sulle forze armate israeliane. Continuare le operazioni come se nulla fosse, per non dire andare all’assalto a quell’enorme campo profughi che è diventata Rafah, vuol dire esporsi a ulteriori accuse di violazione del diritto internazionale. La durissima reazione del premier israeliano è il segno che Joe Biden lo ha toccato sul vivo. L’accelerazione statunitense era nell’aria. Il massacro di Mosca l’ha resa ancora più urgente. È indubbio che Vladimir Putin si appresta a sfruttare l’effetto 11 settembre, ovvero 7 ottobre, anche se in maniera distorta. È pronto a “togliersi i guanti” negli attacchi sulle città ucraine, dopo aver accusato Kiev di essere in qualche modo responsabile dell’attentato al Crocus City Hall. E affila anche le armi della retorica per giustificare le stragi di civili che ne potrebbero conseguire. Se Israele ha potuto radere al suolo le città della Striscia per dare la caccia ai responsabili degli orrori nei kibbutz, allora lui ha il diritto di usare missili e bombe più potenti, come le nuove Fab 3000, da tre tonnellate, in grado di sbriciolare un grosso condominio compresi gli eventuali rifugi sotterranei. È necessario smontare subito il parallelo, smascherare le false accuse ai servizi ucraini, ma anche frenare, e in maniera decisa, l’offensiva israeliana su Gaza.
 
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