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Altro parere

Quando la 'N word' sta per 'nobile' il razzismo è ok

Redazione InPiù 21/03/2024

Altro parere Altro parere Maurizio Crippa, il Foglio
Maurizio Crippa sul Foglio prende di mira il ‘razzismo al contrario’ dei mezzi di informazione: “Avete presente tutte le volte che l’autore di una rapina, o di una violenza, è un uomo originario del Ghana, putacaso, o dell’Azerbaigian. O la signora che ha sfilato con destrezza il portafoglio in tram è, putacaso, rom? E tutte le volte spuntano i cervelloni a sentenziare: eh no, non si può scrivere ghanese o calmucco nel titolo, è razzismo bello e buono. E solerti i gazzettieri evitano la specifica etnica, che del resto è solo cronachista, perché nell’epoca corretta è meglio morire che essere trattato come un Acerbi qualsiasi. Bene, poi capita questo, e se la storia non fosse terribile e drammatica, la giovane vittima aggredita col machete ha perso una gamba, sarebbe comica. ‘Pietro Costanzia di Costigliole, 23 anni, origini nobili e da ieri sera un’accusa per tentato omicidio’. ‘Chi è il nobile fermato’. ‘La fidanzata del conte’. ‘Discendente di una nobile famiglia piemontese’. ‘Negli archivi araldici la prima investitura della sua nobile famiglia risale al 1215, ma sui social Pietro non usa mai il suo cognome per esteso’. ‘Una famiglia della piccola nobiltà piemontese, signori di Costigliole Saluzzo (Cuneo)’. E via andare, titolo su titolo, con un additare compiaciuto che in questo caso odora di puro razzismo sociale. Perché se la ‘N word’ significa ‘nobile’, allora liberi tutti i gazzettieri”.
 
Stefano Ungaro, il Manifesto
“La grande maggioranza degli italiani è contraria a contribuire economicamente a uno sforzo bellico”. Lo scrive Stefano Ungaro sul Manifesto a proposito dei progetti di aumento della spesa militare in Europa: “Ma questo, comunque la si pensi sulla guerra in Ucraina, non deve stupire. Da ormai più di trent’anni, giornalisti, politici ed economisti ripetono a reti unificate che gli italiani non si possono permettere un livello così elevato di spesa pubblica. Ora però pare che per finanziare la guerra i soldi si trovino eccome. Secondo i conti di Sbilanciamoci e Rete Pace e Disarmo, nel 2024 l’Italia si appresta a destinare oltre 28 miliardi di euro alla spesa militare. 28 miliardi di euro è poco meno di un’intera finanziaria, quattro anni di reddito di cittadinanza, sette volte la spesa annuale in sanità della regione Calabria. Ma questo non basta: l’alleanza atlantica pretende di più. Ecco quindi che in Europa si discute di come finanziare ulteriormente lo sforzo bellico. Due sono le posizioni sul tavolo. Da una parte i soliti «falchi», con la Germania in testa, che vorrebbero che ogni Stato contribuisse per sé, tagliando ancora la spesa oppure aumentando le tasse. Dall’altra i «latini», Francia, Italia, Spagna, che spingono per l’emissione di eurobond, cioè di debito pubblico europeo. In passato – sottolinea Ungaro - si parlò più volte di una mutualizzazione del debito, ovvero di una sua condivisione tra gli Stati membri dell’Unione, tramite l’emissione di obbligazioni – bond appunto - europei. Se ne discusse per fare fronte alla crisi del debito nel 2011, ma lì la politica interna ebbe la meglio sulla solidarietà. Sono state solo la crisi del Covid, e il finanziamento delle transizioni energetica e digitale a far saltare questo tabù. E ora che la via è aperta, gli eurobond potrebbero servire per costruire un’Europa militare, laddove non siamo riusciti a costruire un’Europa politica e tanto meno una solidale. Tra le due vie, entrambe folli, la soluzione si dovrebbe trovare in una terza strada. Riducendo, invece che aumentando, le spese militari, lavorando il più possibile per diminuire il livello della tensione e per arrivare a un negoziato, invece di sostenere questo scontro che non può portare nulla di buono per i popoli europei. Perché – conclude - la storia insegna anche che a guadagnare dalle guerre, alla fine, sono sempre e solo i produttori di armi”.
 
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