Versione stampabile Riduci dimensione testo Aumenta dimensione testo

La nuova febbre degli estremismi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 21/03/2024

In edicola In edicola Federico Rampini, Corriere della Sera
Federico Rampini sul Corriere della Sera parla della ‘nuova febbre di estremismo della generazione X’: “Il ragazzo che ha fatto «il gesto della pistola» al Senato contro Giorgia Meloni – scrive l’editorialista - non rappresenta un fenomeno solo italiano. Dietro quell’episodio c’è un fenomeno in corso da tempo in America e in altri Paesi occidentali. Una giovane generazione torna a legittimare la violenza, se usata per abbattere un oppressore (o presunto tale) oppure per «salvare il pianeta». Che cosa dobbiamo dire noi adulti a questa generazione? Forse qualcosa imparammo nei nostri anni di piombo, quando certi adulti furono cattivi maestri, altri invece seppero vaccinarci contro la tentazione della violenza. Anche rischiando la vita. Nel lavaggio del cervello a cui sono stati sottoposti molti giovani, l’esplorazione della realtà viene scoraggiata, è più rassicurante il conformismo di massa. Gli adulti che credono di aiutare i giovani perdonando ogni impazzimento ideologico, giustificando ogni deriva fanatica, in realtà abdicano alle loro responsabilità e rinunciano a essere degli educatori. In America – osserva Rampini - è ormai disponibile una impressionante mole di studi sull’infelicità di questa Generazione Z. È la più pessimista di tutte. Paga prezzi pesanti anche in termini di patologie: depressioni, tossicodipendenze, suicidi. Non si vede «il gesto della pistola» contro Vladimir Putin, benché stia mandando tanti giovani russi a morire al fronte. Non lo si vede esibire contro Xi Jinping malgrado la disoccupazione giovanile in Cina abbia superato il 20% (dato ufficiale). Il nostro paradosso è questo. La gioventù occidentale gode di privilegi enormi: non solo il benessere materiale ma libertà senza precedenti nella storia. Eppure è infelice perché convinta di vivere nella civiltà più oppressiva, ingiusta, distruttiva e schiavizzante. L’idea di progresso la disgusta. È cieca di fronte al fatto che il resto dell’umanità aspira a condizioni di vita occidentali, e se le conquista copiando la nostra tecnologia e la nostra economia di mercato, o addirittura emigra per migliorare le sue opportunità. Quale mondo immaginario abbiamo raccontato ai ragazzi, noi adulti?”.
 
Walter Galbiati, la Repubblica
“In un Paese come l’Italia dove oggi non esiste una politica industriale, avere una guida forte e carismatica a capo di Confindustria è fondamentale. Il suo compito è indicare la strada della crescita e al tempo stesso difendere la libertà economica dalla politica senza scadere nella difesa degli ‘interessi di parte’”. Lo scrive Walter Galbiati su Repubblica sottolineando che “Confindustria è una monarchia costituzionale, non è una democrazia plebiscitaria per cui serve un presidente molto autorevole con sotto di lui un corpo molto compatto. Un presidente che sia in grado di servire e di non usare l’associazione per i suoi fini personali e che non abbia nemmeno bisogno della politica, cioè che non sia ricattabile. Oggi — è un dato di fatto — altre rappresentanze come Coldiretti hanno un peso maggiore. Nei vari tavoli di lavoro, quando avvengono le consultazioni, Confindustria non è mai invitata. Il nuovo presidente deve essere in grado di riportare orgoglio in una associazione che finalmente è stata risanata nei conti e che ora può davvero pensare a prendere posizione per la crescita del Paese. È vero che siamo in un momento di crisi della rappresentanza, che colpisce tanto i partiti politici quanto i sindacati. E se – sottolinea Galbiati - da una parte abbiamo ministri non autorevoli, non ci dobbiamo aspettare che anche dall’altra parte non ci siano figure carismatiche. Non è una regola e non si può prescindere dal voler il miglior presidente possibile che abbia la capacità di pensare in una dimensione europea e mondiale. Siamo in un periodo storico decisivo in cui dovranno essere riscritte le regole del bilancio europeo, la politica industriale e fiscale comune, in cui si dovrà trattare il mercato unico del lavoro e il mercato dei capitali. Di fronte a una carenza politica generale, Confindustria deve scegliere il candidato che sappia interpretare al meglio queste sfide, costruendo una squadra coesa e competente. Non può pensare di presidiare Bruxelles con la forza attuale (10 persone e un direttore), ma – conclude - deve essere in grado di avere una struttura a fisarmonica che si ingrandisca quando serve seguire la scrittura di una legge fondamentale per le nostre industrie e il nostro Paese”.
 
Nathalie Tocci, La Stampa
Nathalie Tocci sulla Stampa analizza la situazione sul fronte ucraino e scrive che “il problema più grave è che mentre la Russia si organizza per una guerra lunga contro l’Occidente, l’Europa non fa altrettanto, mentre i 60 miliardi di dollari di aiuti militari promessi dagli Stati Uniti a Kyiv rimangono bloccati dallo speaker della Camera dei Rappresentanti Usa, il repubblicano Mike Johnson. Attorno al tavolo del Consiglio europeo c’è consapevolezza che spetterà sempre più all’Europa assicurare la difesa dell’Ucraina, e, sebbene un attacco russo su altri Paesi europei non sia imminente, il rischio che questo accada aumenterebbe esponenzialmente laddove l’Europa dovesse fallire nel sostenere Kyiv. Il costo di questo fallimento, umano ed economico – sottolinea l’editorialista - sarebbe infinitamente maggiore delle briciole donate all’Ucraina sin ora. Non sono solo chiacchiere. Nel 2021 gli Stati europei spendevano collettivamente 184 miliardi di euro per la difesa; quest’anno si arriverà a 350 miliardi, ossia un aumento del 90% in tre anni. Sono fondi utilizzati per ripristinare gli arsenali, ma anche per investire in nuovi capacità militari. E mentre tutto questo può apparire parecchio da una prospettiva eurocentrica, se Washington dovesse voltare le spalle alla difesa dell’Europa in una possibile seconda amministrazione Trump, il Vecchio continente sarebbe costretto a spendere circa il 5% del Pil per potersi difendere da solo: cifre da capogiro. Il problema è particolarmente grave per una manciata di Stati, tra cui l’Italia, in compagnia di Spagna e di altri Paesi piccoli come Belgio, Lussemburgo, Portogallo e Slovenia, che spendono molto meno del 2%. Un problema che si acuisce alla luce dello spazio fiscale risicato di un Paese altamente indebitato come il nostro. Spendere meglio, e quindi spendere a livello europeo, è essenziale. Questo non tanto perché permetterà un risparmio complessivo sulla difesa: ciò era possibile nell’era pre-guerra, ma l’opportunità non è mai stata colta. È essenziale spendere insieme perché – conclude - il costo sarà così ingente che renderlo quantomeno efficiente ed efficace, superando nazionalismi stantii, è dovuto”.
Altre sull'argomento
Contro le fake news vietare l'anonimato sui social
Contro le fake news vietare l'anonimato sui social
L'Unione europea dovrebbe farsi promotrice della regolamentazione
La Ue ci chiede di approvare il Mes
La Ue ci chiede di approvare il Mes
Anche per sbloccare l'Unione bancaria che è nel nostro interesse
Altro parere
Altro parere
Teste lucide
Il rumore dell'odio
Il rumore dell'odio
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Pubblica un commento
Per inserire un nuovo commento: Scrivi il commento e premi sul pulsante "INVIA".
Dopo l'approvazione, il messaggio sarà reso visibile all'interno del sito.