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Il ritorno alla realtà dopo il voto abruzzese

Redazione InPiù 12/03/2024

Altro parere Altro parere Alessandro Campi, Il Messaggero
La politica italiana – scrive sul Messaggero Alessandro Campi – vive dei miti, delle illusioni, dei giochi di parole e della propaganda a buon mercato che essa stessa colpevolmente alimenta e diffonde. Da parte di esponenti di partito e commentatori dall’animo talvolta sin troppo militante, è ormai un continuo annunciare e smentire, spesso nello spazio di poche settimane o giorni. Detta una cosa oggi, domani si afferma allegramente il contrario, sperando nella scarsa memoria dell’interlocutore. Mai qualcuno che si scusi o che dica: ho(abbiamo) sbagliato. Il voto in Abruzzo doveva dunque avere una valenza nazionale, a maggior ragione dopo l’esito della consultazione sarda favorevole al centrosinistra. Doveva essere, se quest’ultimo avesse vinto di nuovo come dicevano sondaggi che in realtà nessuno ha visto e che parlavano di un appassionante testa a testa, anzi di un prodigioso sorpasso del Fronte del Bene sul Fronte del Male, l’inizio di una fase politica completamente nuova. Fase segnata dalla consacrazione del “campo largo” come alleanza non più occasionale, ma strategica tra Pd e M5S, senza considerare gli altri compagni di strada. Dal conseguente logorarsi dell’immagine di Giorgia Meloni e dall’acuirsi delle divisioni interne al centrodestra, che certo non avrebbe retto l’urto di una seconda e devastante sconfitta. Dal diffondersi di un clima sociale e culturale nuovo, segnato dalla “forza della speranza progressista” contro una destra che vive solo di paura e intolleranza, come sostenuto con slancio lirico dal Grande Scrittore Impegnato prestato per un giorno alla politica. Ma in Abruzzo, come si è visto, il centrodestra ha (ri)vinto, anche con largo margine. Politici appartenenti al campo sconfitto e fior di opinionisti loro fiancheggiatori si sono quindi affrettati a spiegare, smentendo il se stessi del giorno prima, che in fondo si è trattato di una consultazione a valenza localistica, dalla quale sarebbe sbagliato ricavare indicazioni generali. L’Ohio, quale Ohio? Insomma, avevamo capito male anche stavolta.
 
Mario Sechi, Libero
La fatica di unire, il lavoro invisibile “per tenere insieme le cose” – sottolinea su Libero Mario Sechi – è la missione del politico, esaltare la diversità, far emergere i legittimi interessi e trovare i punti in comune tra le forze che aspirano al governo. È la fatica di Giorgia Meloni, il mestiere del presidente del Consiglio, capo del governo, leader di Fratelli d’Italia. Nel paese dei bianchi e neri, guelfi e ghibellini, dell’italiano diviso tra Coppi e Bartali, “tenere insieme le cose” a volte appare come una fatica di Sisifo, ma qualcuno questo lavoro deve farlo e oggi tocca a lei, la prima donna. Deve vincere e rassicurare, governare e condividere, attutire e attaccare. Dopo il voto in Sardegna - un importante test locale, il primo di una sequenza che culminerà con le elezioni europee all’inizio di giugno - l’opposizione ha provato a imbastire la storia di una maggioranza in disarmo, in declino, alla vigilia addirittura della crisi di governo. Un’operazione di propaganda sfascista che con la schiacciante vittoria del centrodestra in Abruzzo si è trasformata in un boomerang e ha rivelato la miope visione del Partito democratico e del Movimento Cinque Stelle. Elly Schlein e Giuseppe Conte si sono rivelati figure tragiche, senza visione e responsabilità, pifferai sull’orlo del burrone che predicano il tanto peggio tanto meglio, dimenticando l’interesse nazionale. La nostra politica interna è cambiata profondamente, è inseparabile dallo scenario internazionale, i fatti guizzano tra le stanze di un edificio di vertiginosa complessità, un labirinto di Escher. La strambata della pandemia è diventata un nuovo corso della storia con l’invasione dell’Ucraina e la materializzazione della guerra al confine orientale dell’Europa. Una leadership si forgia nel ferro e fuoco, chiamata a guidare una grande nazione del G7 in tempo di guerra, Giorgia Meloni è testimone e protagonista dello “stato d’eccezione” in cui siamo piombati dal 2020, anno della pandemia.
 
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