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L'Europa sbanda sull'Ucraina

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 01/03/2024

L'Europa sbanda sull'Ucraina L'Europa sbanda sull'Ucraina Federico Fubini, Corriere della Sera
Secondo Federico Fubini, l’unica cosa peggiore del dividersi fra alleati, nel momento più drammatico di una guerra, è il farlo pubblicamente. E l’unica cosa peggiore del dividersi pubblicamente, di fronte a una minaccia che di comune accordo viene definita «esistenziale», è il gestirla come fosse un problema contabile. Eppure – fscrive Fubini sul Corriere della Sera – di fronte all’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina e all’ordine internazionale, i governi europei stanno riuscendo a inanellare tutti questi errori con stupefacente naturalezza. Rientra senz’altro in questa categoria l’ultima uscita di Emmanuel Macron. Lunedì il presidente francese si è rifiutato di escludere un impegno dei militari europei in Ucraina contro la Russia, ma lo ha fatto senza prima aver costruito neanche un embrione di consenso su un’idea dirompente come sfidare sul campo di battaglia la seconda superpotenza nucleare del pianeta. Così, in un colpo solo, Macron è riuscito in una serie di evitabili sbandate. Ha esposto le divisioni fra i Paesi europei, ma soprattutto la loro confusione strategica quanto alla risposta da dare a Vladimir Putin. Ed ha esposto se stesso ad accuse di ipocrisia da parte degli altri governi, perché la Francia non sembra affatto primeggiare in Europa per il sostegno all’Ucraina. Secondo i dati riportati dal Kiel Institute for the World Economy, gli aiuti francesi a Kiev varrebbero in totale 640 milioni di euro: in valore assoluto, circa la metà di quelli della Repubblica Ceca; in percentuale alle dimensioni dell’economia, il totale del sostegno di Parigi all’Ucraina sarebbe inferiore a quello dell’Ungheria filorussa di Viktor Orbán. Va aggiunto qui per onestà che, secondo lo stesso istituto di Kiel, il sostegno militare italiano all’Ucraina sarebbe di appena 30 milioni di euro superiore a quello di Parigi; e che la Germania in due anni ha fornito dieci volte più aiuti di Italia e Francia, in proporzione alle dimensioni delle rispettive economie. A Roma si contestano queste cifre, osservando che esse non terrebbero conto di certi aiuti che il governo italiano preferisce non rendere noti. Ma, anche così, incolpare il Congresso americano perché tiene bloccato il pacchetto da 60 miliardi di dollari per Kiev sarebbe ipocrita: i nodi europei ormai vengono al pettine, impossibili da dissimulare.
 
Tito Boeri e Roberto Perotti, la Repubblica
Su Repubblica, Tito Boeri e Roberto Perotti indicano cosa fare per ridurre le morti sul lavoro, che in Italia – osservano – sono del 40% più frequenti che nella media europea, e non solo perché contabilizziamo tra queste anche gli incidenti negli spostamenti da casa a lavoro. Molti ritengono che si debbano inasprire le sanzioni, ma oggi – ricordano i due economisti – le sanzioni sono già molto pesanti, in teoria. Così la proposta di introdurre il reato di omicidio per il datore di lavoro in caso di incidenti mortali in aziende non in regola si colloca nel solco della tradizione italiana di mettersi la coscienza a posto prefigurando punizioni esemplari che non verranno mai applicate. È lo stesso approccio seguito nella legge sul caporalato, che prevede la reclusione da uno a sei anni per il reato di intermediazione e sfruttamento di manodopera. Non ci risulta che il caporalato sia stato minimamente scalfito da questa norma. Si parla anche di estendere al settore privato le norme degli appalti pubblici per limitare il ricorso ai subappalti e la competizione basata unicamente sui prezzi. Ma si dimentica che il nuovo codice degli appalti pubblici ha liberalizzato il subappalto a cascata e ha mantenuto un ruolo centrale ai prezzi nell’aggiudicazione delle gare. In realtà ci sono quattro cose da fare se si vuole davvero ridurre il numero di incidenti sul lavoro. Primo, aumentare il numero degli ispettori, ma solo se li mettiamo in condizione di essere più efficaci nei controlli, indirizzandoli verso le aziende dove è più facile riscontrare irregolarità. Secondo, adottare un approccio preventivo ponendo come requisito per l’aggiudicazione delle gare d’appalto la regolarità contributiva non solo dell’azienda capofila, ma dell’intera filiera, come previsto dal Durc appalti proposto dall’Inps nel 2016 (e poi bloccato dalle associazioni di categoria). Terzo, prevedere una maggiore digitalizzazione delle informazioni raccolte nei controlli ispettivi, premessa anche di un rating oggettivo delle imprese di cui tenere conto nell’aggiudicazione degli appalti. Quarto, e ovviamente, intensificare la lotta al lavoro nero in quanto sommerso e infortuni sono fenomeni tra di loro fortemente intrecciati.
 
Veronica De Romanis, La Stampa
Le prossime elezioni europee – osserva sulla Stampa Veronica De Romanis – saranno cruciali per delineare i nuovi equilibri politici in un contesto caratterizzato da forte incertezza e crescenti tensioni geopolitiche. La campagna elettorale nel nostro Paese è iniziata da un po’. Quasi tutti gli schieramenti sostengono di voler cambiare l’Europa che, così com’è, piace poco. L’Europa, del resto, è diventata oramai da tempo il capro espiatorio ideale. Quando qualcosa non funziona la colpa è di Bruxelles che viene puntualmente presentata come un’entità astratta, lontana, estranea. E invece non è così. Sembrerà banale dirlo ma l’Europa siamo anche noi. O meglio, l’Europa è – anche – il risultato delle nostre scelte. Pertanto, se le misure europee non ci soddisfano, la responsabilità è in parte nostra perché abbiamo deciso di farci rappresentare dalle persone sbagliate. Qualche esempio? In passato abbiamo eletto ex calciatori e cantanti, persone bravissime nel loro campo ma forse poco esperte nelle materie comunitarie. Non solo. Abbiamo mandato politici che interpretavano il mandato europeo come un mero parcheggio in attesa di un posto, considerato migliore, a Roma. Gli altri Paesi non compiono simili errori. I nostri partici politici, invece, sembrano aver rinunciato a selezionare una classe dirigente adeguata. L’imbarazzante dibattito sulle candidature da capolista dei leader lo dimostra. I termini della questione sono più o meno questi. Ad oggi, né Giorgia Meloni né Elly Schlein hanno sciolto la riserva. Nel caso, si tratterebbe di nomi di facciata: nessuna delle due lascerebbe l’attuale compito. L’eventuale candidatura servirebbe solo ad attrarre il maggior numero possibile di voti: il posto, infatti, verrebbe immediatamente ceduto ai primi non eletti. L’obiettivo sarebbe quello di rafforzare il peso del partito in Europa. Questa strategia, tuttavia, convince poco. Si basa sull’assunto che il peso si misuri unicamente con la quantità e non con la qualità delle persone.
 
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