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Centrosinistra: allearsi non è facile

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 29/02/2024

Centrosinistra: allearsi non è facile Centrosinistra: allearsi non è facile Aldo Cazzullo, Corriere della Sera
Sommare e confrontare i voti del centrodestra e del centrosinistra è interessante, ma inutile, scrive sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo, riflettendo dopo l’inattesa vittoria del centrosinistra in Sardegna con Alessandra Todde. Perché – osserva – il centrodestra è una coalizione, per quanto rissosa; il centrosinistra no, o non ancora. Partito democratico e Movimento Cinque Stelle oggi possono unirsi dietro una candidatura locale dignitosa; non possono rappresentare una maggioranza di governo. Prima dovranno trovare un’intesa sulle questioni su cui si vota alle Politiche: a cominciare dalle tasse. Da trent’anni, i rapporti di forza tra i due schieramenti sono abbastanza equilibrati, con una certa alternanza tra le Amministrative — in cui spesso il centrosinistra esprimeva candidature considerate dall’elettorato più convincenti — e le Politiche, dove il centrodestra ha perso solo quando si è diviso. Il motivo è semplice: alle Politiche si vota sulle tasse; e tradizionalmente la maggioranza degli italiani cerca un campione in grado di sconfiggere la sinistra, che delle tasse è considerata l’emblema. Messo in soffitta lo scudo crociato, ci si è affidati prima a Berlusconi — qualcuno a Bossi e a Fini —, poi a Salvini, ora alla Meloni; ma nel 2013 e nel 2018 molti votarono Grillo pur di non vedere il Pd al governo. Il Movimento 5 Stelle nasce contro la vecchia politica, ma in primo luogo contro il partito additato come il partito di sistema, dell’establishment, del «regime»: il Partito democratico. Il Vaffa Day si fece non a caso a Bologna. Nel grande comizio del 2013 in piazza San Giovanni — l’ultimo vero comizio visto in Italia —, Grillo additò il nemico in Bersani, definito «Gargamella» e «parassita». Per lui Bersani era peggio di Berlusconi. Pd e 5 Stelle si sono messi insieme solo nel 2019, per non far vincere le elezioni anticipate a Salvini: un po’ poco come collante. Se ora volessero riprovarci, dovrebbero trovare un terreno comune. Il tema non è solo la politica estera. Il tema è l’economia.
 
Alessandro De Nicola, la Repubblica
Su Repubblica anche Alessandro De Nicola invita a prendere con le pinze il risultato elettorale delle regionali sarde. È pur vero – scrive – che la vittoria della candidata grillina Todde è giunta inaspettata, ma se facciamo un confronto con le politiche del 2022 il quadro sembra un po’ diverso. Ebbene, i partiti della coalizione di centrosinistra e M5S, cui possiamo aggiungere per completezza lo 0,7% preso da Rifondazione Comunista (che appoggiava Soru), hanno preso il 43,3% dei voti. Il centrosinistra (salvo +Europa) più 5 Stelle e Unione popolare di de Magistris nel 2022 ottenne il 48,2%. Il Campo Largo non sembra allargarsi, in effetti. Il dato veramente notevole è quello che spiega la sconfitta del centrodestra, però. Nonostante la coalizione abbia raccolto il 48,8%, il candidato di FdI, il sindaco di Cagliari Truzzu, si è fermato a solo il 45% e questo può suonare come campanello d’allarme per il governo. È vero che ci sarà stato qualche militante leghista o del PSd’A che avrà votato Todde o Soru per ripicca, ma oggi di iscritti a partiti che seguono ordini di scuderia sussurrati a mezza bocca quanti ce ne sono? Una fetta importante di quelli che hanno scisso il voto potrebbe essere di persone che hanno poca stima del primo cittadino di Cagliari o della sua parte politica ritenuta un po’ estrema. Qui potrebbe esserci un dilemma per la presidente del Consiglio. Per ora le sta andando tutto bene ma non può dimenticarsi che l’elettorato della sua coalizione è in buona parte moderato. Coloro i quali votavano Forza Italia non si sono dissolti nel nulla: sono passati prima alla Lega di Salvini quando era il contraltare dei 5 Stelle e poi a Fratelli d’Italia. Quindi se la presidente Meloni continua un’evoluzione moderata che la porti ad essere più Conservatore britannico o Popolare spagnolo, la débâcle sarda potrà rimanere un episodio. Se, invece, forza i toni, lascia mano libera ai gaffeur del suo partito, impone soluzioni politiche sgradite, insiste su temi identitari come lo stop al fine vita o la proliferazione dei reati nel codice penale, e si dimentica l’economia che fra un paio d’anni perderà lo scudo del Pnrr, rischia molto di più.
 
Giordano Stabile, La Stampa
Sulla Stampa Giordano Stabile parla di partita scacchi ai confini dell’Occidente. Come all’inizio del 2022 – osserva – Occidente e Russia si preparano a una fase nuova del conflitto, con elementi inediti, mai visti persino nei momenti più tesi della Guerra Fredda. Due anni fa il tabù da infrangere era l’uso della forza militare per modificare i confini di uno Stato sovrano in Europa. Non era più successo dal 1945 in poi, a parte secessioni consensuali, come per la Cecoslovacchia o sanguinosissime, nell’ex Iugoslavia. Vladimir Putin ha rotto il tabù e provato a prendersi a cannonate un pezzo di un’altra nazione indipendente. È stata la breccia in una diga. Altri tabù hanno cominciato a vacillare. Emmanuel Macron ne ha messo uno sul tavolo. E cioè lo scontro diretto fra le truppe della Nato e quelle della Russia. Aleggiava da tempo, gli alleati della Francia lo hanno subito escluso. Ma lì sta. La discussione sull’efficacia delle sanzioni, per non parlare della diplomazia, è ormai superata. La ha archiviata la stessa opposizione russa. Già prima della morte di Alexey Navalny i suoi collaboratori avevano fatto trapelare che le misure economiche non bastavano. Yulia Navalnaya lo ha detto in chiaro al Parlamento europeo. La sua sfida diretta a Putin agisce in tandem con la nuova postura francese, l’attivismo della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, e con gli accordi bilaterali che impegnano sempre più Stati europei, a cominciare dall’Italia, a difendere Kiev, accettando rischi crescenti. Putin deve ora mettere sulla sua bilancia tutti questi elementi nuovi. La nascita di una bandiera dell’opposizione russa, libera di muoversi e sorretta da tutto l’establishment europeo. La maggiore determinazione, anche sul piano militare, della leadership occidentale. L’indebolimento degli argomenti della fronda pacifista all’interno degli Stati rivali. Vede ridursi le chance di un cambio di orientamento dopo il voto europeo. Confida poco persino in Donald Trump, lo ha detto, con il solito tono sornione. Al leader del Cremlino resta la sua ambiguità strategica preferita. Cioè il possibile uso del nucleare. Il tabù dei tabù.
 
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