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Altro parere

Bugiardi, pazzi, criminali

Redazione InPiù 27/02/2024

Altro parere Altro parere Marco Travaglio, Fatto Quotidiano
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano si scaglia contro quelli che definisce “bugiardi, pazzi, criminali”: “In principio – scrive il direttore - erano le armi a Kiev per sconfiggere la Russia e le sanzioni per mandarla in default. Poi le settantatré malattie di Putin per condurlo alla tomba. Poi il golpe di Prigozhin, o chi per esso, per rovesciarlo come lo zar. Poi la prima controffensiva ucraina, la seconda e la terza, una più irresistibile dell’altra. Poi l’Armata Rotta che ha finito gli uomini, le divise, le munizioni, i missili, i carri armati, le navi e tutto il resto. Ora che l’avanzata russa in quel che resta dell’Ucraina spazza via gli ultimi brandelli di balle dei media europei e soprattutto italiani, ne servono disperatamente di nuove. Ed ecco pronto il fornitore ufficiale, Zelensky, che annuncia liste di putiniani da zittire (si pensava fossero i pacifisti, poi si è saputo che sono russi da espellere: in pratica è furibondo perché i russi sono filo-russi) e ripete che Putin è pronto a invadere l’Europa. Nessuno sa con quali mezzi, uomini e soprattutto motivi, visto che fatica pure a prendersi l’intero Donbass e attaccò l’Ucraina proprio perché non era ancora entrata nella Nato e non rischiava la guerra atomica. Ma sono quisquilie: ci vuole un Recovery bis da centinaia di miliardi per la guerra alla Russia. Cioè – osserva Travaglio - siccome è morto Navalny, facciamo morire altre decine di migliaia di ucraini. Macron si porta avanti col lavoro: ‘Inviare truppe di terra in Ucraina perché la Russia non vinca questa guerra’, anche se purtroppo ‘non c’è ancora consenso’. Che costui, spirito guida dei nostri centrini, fosse il politico più stupido d’Europa era noto. L’unica opzione che questi manigoldi escludono a priori è negoziare prima che la sconfitta di Kiev e Nato diventi disfatta, con un compromesso che salvi il salvabile. Quello che si stava facendo due anni fa in Turchia subito dopo l’invasione russa. Il 28 marzo 2022 un pericoloso putiniano dichiarò: ‘Lo status neutrale e non nucleare dell’Ucraina siamo pronti ad accettarlo: se ricordo bene, la Russia ha iniziato la guerra per ottenere questo. Poi servirà discutere e risolvere le questioni di Donbass e Crimea. Ma capisco che è impossibile portare la Russia a ritirarsi da tutti i territori occupati: questo porterebbe alla Terza guerra mondiale’. Il suo nome era Volodymyr Zelensky”.
 
Claudio Cerasa, il Foglio
Claudio Cerasa sul Foglio fa un’analisi della sconfitta di Meloni in Sardegna: “La destra meloniana – scrive il direttore - ha un enorme problema di classe dirigente e quel problema nasce da una forma di complottismo che il presidente del Consiglio, in questi quindici mesi di governo, non è riuscita a governare. Ci si fida solo di chi si conosce bene. Ci si fida solo di chi ha costruito con la premier un legame quasi famigliare. Ci si fida solo di chi ha condiviso con la premier un percorso all’interno del quale la lealtà viene prima di ogni altra cosa. In Sardegna, più che i voti, ciò che Meloni ha perso è però soprattutto altro. E’ la sua aura di invincibilità, l’idea cioè che il percorso della presidente del Consiglio sia inevitabile, ineluttabile, privo di impacci. Gli ostacoli invece ci sono, sono rappresentati da un’opposizione al centrodestra che improvvisamente si rende conto di poter essere un’alternativa semplicemente smettendo di considerare come avversari i partiti delle opposizioni e non quelli della maggioranza, e di fronte a questi ostacoli Meloni ha due scelte possibili. La prima – sottolinea Cerasa - scelta è tornare sui propri passi, archiviare le svolte moderate tentate in questi mesi e tentare di non lasciare a Salvini lo spazio identitario della destra più di lotta che di governo (spazio che come è evidente semplicemente non c’è). La seconda scelta, più saggia, è rendersi conto che in prospettiva il principale problema di consenso che potrebbe incontrare Meloni non è legato al suo essere una populista osteggiata dall’Italia antipopulista ma è legato al suo essere una post populista. La Meloni di governo, lo sappiamo, è molto diversa dalla Giorgia di lotta. Ma fino a che sarà solo la presidente del Consiglio a incarnare il percorso di conversione della sua destra, e fino a che non vi sarà una classe dirigente diffusa, capillare, in grado di trasformare l’incoerenza meloniana in un fattore di crescita e non in un elemento di contraddizione con il passato, l’impressione che il governo continuerà a offrire sarà quella di voler indicare una strada, per il suo futuro, che salvo la premier nessuno vuole davvero percorrere. Più che la lealtà – conclude - conta la competenza. Più che la fiducia, conta la capacità. Più che la paura di contraddirsi, c’è la necessità di crescere”.
 
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