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Il senso di un voto

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 27/02/2024

In edicola In edicola Venanzio Postiglione, Corriere della Sera
“Gli sfidanti principali della Sardegna, messi assieme, hanno superato il 90 per cento dei voti: un duello vero, intenso, combattuto, con i consensi «personali» che sono diventati determinanti. Una bella prova di democrazia: si può dire, stavolta, senza retorica”. Lo scrive Venanzio Postiglione sul Corriere della Sera a proposito del voto nell'isola e sottolinea che “Paolo Truzzu è stato più brillante nella sconfitta che nella campagna elettorale: si è preso la colpa e ha fatto i complimenti alla vincitrice. Il popolo è sovrano e non c’è bisogno che i sovranisti lo ripetano tutti i giorni. Con molti difetti, tanti ostacoli, qualche intoppo, il sistema regge da più di 30 anni, a livello locale e nazionale: due schieramenti, un vincitore e uno sconfitto. Ma l’elogio del bipolarismo, che è il punto primo, porta con sé gli altri due temi: il secondo è lo schieramento, il terzo è la classe dirigente. Il centrodestra – osserva l’editorialista - nelle ultime settimane, è apparso frastornato. Una corsa al logoramento che non fa bene né alla maggioranza né all’Italia, un traguardo (le elezioni europee) che sembra la resa dei conti, un’attenzione esasperata al rapporto con associazioni, gruppi, categorie, una predilezione verso le nomine «ad alta fedeltà» più che «per alto merito». Che lo facesse, a suo tempo, anche la sinistra non è un’attenuante ma un’aggravante. È come se la «rincorsa» prevalesse sul «governo», è come se il punto non fosse concentrarsi (su centinaia di fronti aperti nel Paese) ma marcarsi a vicenda sul mercato del consenso. La maggioranza ha l’occasione per svegliarsi. Uscendo dai veti (e dai veleni) che la stanno fiaccando. La Sardegna è il classico allarme che suona. Poi, certo, il centrodestra ha una solidità antica, mentre l’alleanza Pd-Cinque Stelle è un’incognita e potrebbe già inciampare quando il candidato sarà (sarà?) un democratico invece che un altro nome del Movimento. I candidati, il terzo punto. Per dare un senso al bipolarismo e alla coalizione serve la classe dirigente. Anche fuori dal proprio mondo. «Qui tocca a me» non è solo un concetto vecchio: è la ricerca dell’autogol. Le regioni e le città – conclude - hanno la loro storia e le loro gelosie”.
 
Carmelo Lopapa, la Repubblica
Carmelo Lopapa su Repubblica commenta le elezioni in Sardegna dove, scrive, “cade la maschera di un centrodestra unito comunque vada, nonostante la palese insofferenza reciproca dei tre leader, vincente con qualunque candidato, in una intramontabile e radiosa luna di miele meloniana. S’infrange sulle coste della Sardegna la presunzione di onnipotenza di una premier che ha pensato di poter trasformare davvero in oro qualunque cosa toccasse. Perfino uno dei peggiori sindaci d’Italia. Giorgia Meloni paga l’ingenua convinzione di essere il nuovo Silvio Berlusconi. Rewind. Nelle elezioni di domenica perde un destra-centro mai così in rotta al suo interno, in questi diciassette mesi di governo. In una Regione in cui la coalizione ha dato pessima prova di sé. Il fatto è che se commetti un errore così clamoroso, rompendo con gli alleati, riducendoli a vassalli, schiacciandoli con un tuo uomo, neanche lontanamente tra i tuoi migliori, allora vuol dire che hai perso lucidità, che la tua leadership si è annebbiata, che la tua supponenza ha prevalso sulla capacità decisionale. Ancor più perché – sottolinea l’editorialista - se non ci fosse stato in campo l’outsider Renato Soru la vittoria del centrosinistra sarebbe stata di una decina di punti di scarto abbondanti, altro che finale al fotofinish. E qui si viene alla seconda, profonda ragione della disfatta, che travalica la frattura tra i partiti della coalizione. E chiama in causa la stessa premier e non solo perché è lei ad aver cambiato in corsa un candidato incapace con uno fallimentare. No, Giorgia Meloni è responsabile in quanto presidente del Consiglio di un governo che continua a raccontare la storiella di un’economia in ripresa, con un tasso di disoccupazione ai minimi storici, di un Paese il cui futuro, grazie ai fondi del Pnrr (solo per metà finora investiti), sarà raggiante. Succede però che i sardi e un po’ tutti gli italiani si imbattono quotidianamente con un’altra realtà diversa, alle casse dei supermercati come alle pompe di benzina. L’economia reale sta paurosamente cozzando con quella programmata. E questo alle urne si paga. Ancora, Giorgia Meloni è una leader che appare al cospetto di amici e avversari sempre più arrogante. Nervosa. Distruttiva anziché propositiva. E l’arroganza – conclude - in politica non perdona”.
 
Enzo Cheli, La Stampa
“La nostra Costituzione ha svolto efficacemente per un lungo arco di tempo la sua funzione di strumento di unificazione di una società complessa e disomogenea qual è la nostra, mentre oggi si tende sempre più a pensare, e non solo a destra, che la cultura che l’ha inspirata appartenga al passato per cui sarebbe giusto avviare un suo rinnovamento profondo”. Così Enzo Cheli sulla Stampa osservando che “è vero per quanto riguarda la dimensione europea ed il suo diritto fondato sui Trattati che si è venuto sempre più a intrecciare con il nostro diritto nazionale. Non è vero se si pensa al quadro delle nostre libertà che la costituzione, con una visione decisamente ‘presbite’, venne a costruire nel lontano 1947 come base di uno Stato costituzionale e di una democrazia rappresentativa a impianto pluralista e garantista dove la maggioranza viene investita dell’esercizio legittimo della sovranità popolare ‘nelle forme e nei limiti’ di una costituzione saldamente presidiata da organi imparziali di garanzia. Questa visione che la Costituente seguì con molta chiarezza condusse a legare la prima parte dell’impianto costituzionale, dedicata alle libertà ed ai doveri di cittadinanza, con la seconda parte, dedicata alla forma di governo. E proprio in questa connessione stretta tra le due parti – sottolinea - si pone il nucleo intangibile e qualificante del nostro assetto repubblicano: un nucleo che oggi rischia di essere colpito e stravolto da un progetto anomalo di un ‘premierato’ che, attraverso l’elezione popolare del Presidente del Consiglio, tende nella sostanza a rovesciare, nel quadro della nostra democrazia rappresentativa, il rapporto di dipendenza che lega il Governo, espressione della maggioranza, al Parlamento, espressione dell’intera comunità nazionale, riducendo al tempo stesso il ruolo di garante affidato al Capo dello Stato. La riforma che questo progetto promuove, come è già stato ampiamente rilevato sia in sede politica che scientifica, incide, dunque, negativamente non soltanto su consolidati principi di diritto costituzionale, ma anche sulle basi della cultura istituzionale che ha ispirato la nostra forma repubblicana. Questo – conclude - non esclude che anche il ‘premierato’, pur nella forma ambigua promossa da questo Governo, abbia una sua base culturale, ancorché opposta a quella che ha guidato sinora la nostra vita istituzionale”.
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