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Ora comincia una partita tutta da scrivere

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 27/02/2024

Ora comincia una partita tutta da scrivere Ora comincia una partita tutta da scrivere Stefano Folli, la Repubblica
Da oggi – scrive su Repubblica Stefano Folli, all’indomani della vittoria di misura in Sardegna della candidata di Pd e M5S, Alessandra Todde – comincia un nuovo capitolo nella storia del governo Meloni e della maggioranza che lo sostiene, ma anche dell’opposizione, in prospettiva della stessa legislatura. Il voto sardo ha spazzato via molte certezze e fatto giustizia di altrettante illusioni. La prima delle quali era l’idea che la Sardegna fosse a disposizione della coalizione regnante a Roma, dimenticando che gli abitanti dell’isola sono gente poco incline a farsi dire come comportarsi. Cambiare in corsa il presidente uscente, Solinas, per quanto mediocre, e imporre un personaggio altrettanto poco affidabile nonché reduce da un’esperienza tutt’altro che gloriosa come sindaco di Cagliari, dove ha preso il 20 per cento meno della sua concorrente, si è rivelato un azzardo eccessivo. Truzzu, l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, ha trovato il voto dei piccoli comuni, ma ha perso quello delle città. Per la prima volta Giorgia Meloni ha commesso un errore grave, e proprio sul terreno che in teoria le è più congeniale: la gestione del consenso, la capacità d’interpretare un elettorato che chiede cose semplici e concrete. Si tratta di una sconfitta grave per le circostanze in cui è maturata e per la sfida in corso nel centrodestra, che ha visto la leader della coalizione tentata di assestare il colpo di grazia o quasi al suo rivale Salvini. In base al principio che il potere non si divide e due galli nello stesso pollaio sono destinati a non convivere. Ma il governo non è un pollaio, soprattutto perché alle volte è peggio. Ora è presto per dire che è cominciato il declino meloniano, tuttavia la stagione in cui tutto era visto con indulgenza, persino con una certa soggezione psicologica di fronte alla vincitrice del 2022, è finita.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Salutata esageratamente quasi come la presa del Palazzo d’Inverno, e seguita dall’annuncio de destra-centro che chiederà il riconteggio dei voti, la vittoria d’un soffio, di Todde e del centrosinistra formato 5 stelle-Pd non ha certo valore nazionale, ma un certo peso ce l’ha. Intanto perché interrompe la serie di sconfitte che sembravano irrimediabili e segna la prima caduta del destra-centro che pareva imbattibile. Poi perché spinge a ragionare, a sinistra come a destra, sul presente e sul futuro, con la regola aurea del pessimismo dell’intelligenza e dell’ottimismo della volontà. Se infatti il centrosinistra avesse potuto sommare alla fine tutti o quasi i voti confluiti sulla lista di Soru avrebbe superato il 50 per cento. Non male per uno schieramento che da un anno e mezzo, dopo la vittoria di Meloni alle politiche e la sua ascesa a Palazzo Chigi, appariva soggiogato dai suoi conflitti interni e non più amalgamabile, viste le divisioni profonde e non superabili tra Conte e Schlein (la seconda più unitaria del primo), su materie sensibili come le guerre in Ucraina e Medio Oriente e i rapporti con Putin e Israele. A questo bisogna aggiungere il successo delle due liste, con il Pd che ridiventa primo partito. Quanto al centrodestra, la sconfitta in Sardegna è stata preparata e cercata a Roma da Meloni e dai suoi alleati. Si sapeva che il governatore uscente Solinas non era ricandidabile perché lui e la sua amministrazione avevano dato modesta prova di se stessi. E dovendolo sostituire, sarebbe stato meglio, invece di litigare sul nome del successore, come hanno fatto a lungo Meloni e Salvini, scegliere una persona capace ed equidistante da loro. Invece la premier ha preferito imporre un suo amico dai tempi della politica giovanile, sindaco di Cagliari più o meno mediocre di quanto Solinas lo era stato come governatore della Sardegna.
 
Gian Antonio Stella, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Gian Antonio Stella si occupa del caso Caivano e di don Maurizio Patriciello, il parroco del comune nel Napoletano, salito alla ribalta nei mesi passati per un caso di stupro su due bambine di 10 e 12 anni, compiuto da un gruppo di giovanissimi. Da anni, ricorda il giornalista, don Patriciello si batte per la legalità al Parco Verde. Ora la criminalità minaccia chi va nella sua chiesa ma lui non ha intenzione di indietreggiare. Dai e dai – scrive Stella – dopo aver invocato via via aiuto a tutti i sindaci, tutti i governatori regionali, tutti i capi di governo, il prete di Caivano è riuscito infine a smuovere le acque spingendo Giorgia Meloni («Mica mi son rivolto alla leader di Fratelli d’Italia: ho chiesto una mano al presidente del Consiglio, bianca rossa verde o gialla che fosse») a far sentire finalmente la presenza dello Stato. Perché anche a lui si sono messi di traverso i «bravi». Che in nome della camorra e dello spaccio hanno minacciato gli abitanti della zona: «Questo catechismo non s’ha da fare». E dunque la smettessero di mandare i loro bambini all’oratorio e a prepararsi per la prima comunione e frequentare loro stessi la messa nella Parrocchia di San Paolo Apostolo retta da quel prete «reo» di denunciare il «sottobosco putrido» delle mafie. Una minaccia da non prendere sottogamba. I mafiosi possono appendere sopra il letto il crocifisso, fingere di leggere il Vangelo come Michele Greco detto «il Papa», pagare uno sproposito per portare il «bastone di San Giuseppe» in processione ma non sopportano i preti che fanno i preti. Entro l’8 marzo centinaia di famiglie di Caivano che hanno ricevuto un ordine di sfratto dalla Procura dovranno andare via. Anche quelle che non sono legate alla camorra e allo spaccio. I camorristi gli imputano d’aver acceso i riflettori sulla «loro» roccaforte, e di fronte alla soluzione di buonsenso di distinguere caso per caso, famiglia per famiglia, questi hanno posto un ricatto inaccettabile: «Tutti dentro o tutti fuori». Don Patriciello ha già detto che non intende cedere, ma guai, a questo punto, avverte Stella, se lo Stato lo lasciasse solo.
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