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Ordine pubblico, dissipare le ombre

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 26/02/2024

Ordine pubblico, dissipare le ombre Ordine pubblico, dissipare le ombre Giovanni Bianconi, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Giovanni Bianconi si occupa delle polemiche sugli scontri di piazza a Pisa tra polizia e studenti pro-Palestina. E sottolinea che se c’è un pericolo, nel clima teso che sta accompagnando le manifestazioni di piazza degli ultimi tempi, è che l’orientamento politico del governo possa, direttamente o indirettamente, condizionare la gestione dell’ordine pubblico; e anche la sola impressione che ciò avvenga, non può che peggiorare la situazione. Il sospetto che l’uso del manganello derivi dalla voglia di assecondare questo o quel ministro, o da una sorta di «tolleranza percepita» verso certi eccessi, è un rischio – dice Bianconi – che nessuno può permettersi. Perché invece è solo «una sconfitta», come ha ricordato Sergio Mattarella con parole che più chiare non potevano essere. E perché la polizia di Stato, come le forze dell’ordine nel loro insieme, è per l’appunto «di Stato», non dell’esecutivo di turno. E «di uno Stato democratico che ha il dovere di garantire anzitutto la manifestazione del dissenso», ha precisato il prefetto Pisani. Rassicurazione, promessa e auspicio, ancora una volta. Mentre le reazioni politiche a quanto è accaduto, purtroppo, non aiutano a diradare le nubi. Schierarsi aprioristicamente a difesa delle divise, prima ancora che i fatti vengano chiariti, serve solo ad aumentare la tensione; e addossare ogni colpa «alla sinistra che spalleggia i violenti», o dare del «delinquente» a chi esprime dubbi sul comportamento delle forze dell’ordine, significa abbandonarsi alla propaganda più strumentale, senza fare i conti con la realtà. Dalla quale non dovrebbe discostarsi neppure chi parla di repressione indiscriminata, o paragona i fatti di Firenze e Pisa alla Genova del G8 di ventitré anni fa; niente di quello che è successo finora può accostarsi alle violenze dei manifestanti e nemmeno a quello perpetrate dai Reparti di polizia in quella disgraziata occasione.
 
Marco Bentivogli, la Repubblica
Su Repubblica Marco Bentivogli si occupa dell’impatto sul lavoro dell’Intelligenza artificiale (Ia), la quale – osserva – si è recentemente trasformata da concetto futuristico a realtà tangibile. Attenzione, il nostro paese è anche stavolta diviso tra gli spaventati e i sorpresi… Bisogna invece diffondere i “consapevoli”. Similmente agli algoritmi e ai robot, ora si tende a incolpare l’Ia per ogni cosa. Ad esempio, quando si dice che le big tech stanno licenziando a causa del maggiore impiego di Ia, in realtà quest’ultima è una buona scusa per giustificare piani di riorganizzazione e ristrutturazione. Alcune certezze, negli ultimi 5 anni (dati osservatorio Politecnico di Milano) il mercato dell’Ia è cresciuto del 262%. Gran parte delle ricerche Usa e degli studi stimano che 2/3 del lavoro cambierà per mezzo dell’Ia. Ma il tema è molto più serio del “quanti posti di lavoro perderemo”. Si tratta di utilizzare un “metodo” per capire le tendenze. Quello che propongo riguarda la necessità di ripartire dalle 800 professioni che l’Istat categorizza e censisce in Italia. L’Ia avrà 3 diversi livelli di impatto: 1) genererà nuove professioni 2) cancellerà alcune professioni 3) integrerà, potenzierà e supporterà professioni esistenti. Ogni professione viene esercitata con diversa possibilità di ruolo e bisogna ritornare a scomporre il lavoro e le professioni in attività (task). Accanto ai 3 effetti diretti vi saranno quelli indiretti perché Ia modificherà l’ambiente e l’organizzazione del lavoro e il rapporto, l’ibridazione della persona con le macchine. Oltre questo passaggio è necessario comprendere quali attività non sono core human e che le macchine possono fare meglio di noi. Si tratta non solo di delegare alcuni compiti alle macchine ma di ridisegnare e creare le attività su cui le persone possano fare bene e meglio attività più a loro consone. Questo approccio dovrà essere iterativo perché cambieranno con straordinaria velocità le tecnologie e il loro impatto sulle professioni.
 
Francesco Maria Del Vigo, il Giornale
Ci sono alcune parole che valgono di più e alcune che valgono di meno, afferma sul Giornale Francesco Maria Del Vigo. Anche se a pronunciarle è la stessa persona e per di più a distanza di ventiquattro ore, non di ventiquattro mesi: giusto per fugare il dubbio di una memoria fallace e consolidare la certezza della malafede. A peggiorare la situazione c’è che quelle parole non sono uscite da una bocca qualunque, ma da quella di Sergio Mattarella. Quelle, nettissime, pronunciate sabato dal Presidente della Repubblica sugli scontri di Pisa le ricordiamo tutti e tutti le stanno ripetendo: «L’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». Parole condivisibili e condivise che però, come era facilmente prevedibile, sono state immediatamente «partigianizzate» dall’opposizione e utilizzate come un oggetto contundente nei confronti del governo. «Andrebbero tatuate», ha scritto Concita De Gregorio su Repubblica. E noi rilanciamo, andrebbero scolpite sul marmo. Epperò andrebbero incise (o tatuate, come preferite) anche quelle, altrettanto nette, che il Presidente ha detto lo scorso venerdì: «Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale, perfino effigi bruciate o vilipese, più volte della stessa Presi- dente del Consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Possibile che l’opposizione sia sempre sorda dall’orecchio sinistro? Possibile che non si trovi nessun sincero democratico disponibile a offrire qualche centimetro della propria pelle per farsi tatuare anche queste parole?
 
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