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Tremonti: la globalizzazione finanziaria ha generato debito

Carlo Marroni, Sole24Ore, 23 febbraio

Redazione InPiù 25/02/2024

Tremonti: la globalizzazione finanziaria ha generato debito Tremonti: la globalizzazione finanziaria ha generato debito "Il debito globale raggiunge un nuovo picco storico, 313 miliardi di dollari, mai visto nella storia: «Il messaggio che da questi dati emerge è chiaro: la globalizzazione è ancora in atto, seppure nella discutibile dimensione della finanza. Se c'è ancora la globalizzazione, è in crisi l'ideologia che l'ha spinta, prodotto di un periodo compresso ed esploso in tre decadi. Non è finito il mercato, ma il mercatismo, l'utopia della globalizzazione". Giulio Tremonti, intervistato da Carlo Marroni sul Sole 24 Ore di venerdì 23 febbraio analizza i dati pubblicati dal quotidiano sul debito globale - che pure mostra una dinamica più moderata rispetto alla crescita del Pil, anche se il rapporto è del 331% - frutto di un periodo storico di tre decenni. «Dietro la finanza ci sono sempre dei miti che ritornano: il mito biblico del vitello d'oro e il Mefistofele di Goethe, quando dice che non è necessario cavare l'oro, basta dire che è dentro la miniera. Fino alla Montagna Incantata di Thomas Mann, sul denaro imperatore, quando dice "Il denaro sarà imperatore, ma solo fino alla completa demonizzazione della vita". La Montagna è del 1924, il 1929 è venuto subito dopo. Questo hanno rappresentato questi anni, l'attualizzazione di questi miti». Nella finanza - dice Tremonti, presidente della Commissione Esteri della Camera - «c'è stato qualcosa di simile a quello che nella pittura è stata la svolta cubista di Picasso, una trasformazione. Perché è stato messo il surreale al posto del reale, il debito al posto del capitale, i liquidi con i tassi a zero al posto dei soldi. È stata una stagione dove si è passati dai billion ai trillion, e tutto in 10 anni». Il dato globale sul debito indica quindi come si è modificato il capitalismo: «Quello tradizionale aveva lo stato patrimoniale, che era il metro della responsabilità verso i risparmiatori, i lavoratori, la comunità, i figli, il futuro, mentre il nuovo capitalismo ha obliterato lo stato patrimoniale a favore del conto economico, dove tutto viene shortato, si riducono i tempi, e da una visione di valori si è passati a fattori istantanei, senza responsabilità». Quindi sono emersi nuovi soggetti finanziari, fondi senza patria: «Emerge una mutazione nella struttura del capitalismo». Tremonti richiama il recente discorso a Washington di Mario Draghi, per la prima volta critico della globalizzazione: «È importante che sia stato fatto notare che fossero necessarie le regole. Un rilievo critico, ed è positivo che sia stato fatto da Draghi. Facendo un po' d'ironia verrebbe da dire che sembra che un Borbone esprima dubbi sulla monarchia...». E ricorda come l'idea di fondo delle regole risalga al G7 del 2003, quando entrò il concetto di "regole condivise". Ma per Tremonti il momento decisivo è il 2009, dopo lo scoppio della crisi finanziaria che poi sarebbe diventata economica e dei debiti sovrani: «Portammo nell'assemblea dell'Ocse una bozza di trattato su Global Legal Standard, e presentai il progetto parlando a Pechino nella sede del Partito Comunista Cinese. L'altro approccio era il Financial Stability board - presieduto da Draghi - quindi una visione finanziaria. Due ipotesi politiche, fu scelta la seconda». Per Tremonti è positivo «che ci sia stata una correzione da parte di Draghi rispetto alle politiche monetarie restrittive del 2011. In effetti ricordo la lettera DraghiTrichet dell'agosto 2011...». Piuttosto, aggiunge, un pensiero interessante è quello espresso da Jacques de Larosiére, già direttore del Fmi, intitolato "En finir avec le régne de l'illusion financière". Quindi, per riannodare il fili, «non è solo finanza, è un falso d'epoca. All'inizio di questo secolo viviamo una situazione simile a quella vissuta a metà del '500, che vide due fatti rivoluzionari: anzitutto la scoperta dell'America, con il suo portato geopolitico con la nuova centralità dell'Oceano Atlantico, la successiva nascita degli Statinazione, l'arrivo di nuovereligioni. E poi l'invenzione della stampa: fino ad allora il sapere era chiuso nei monasteri, la stampa da quel momento libera il sapere, e così si arriva a Copernico, Galileo e Cartesio, e il suo "cogito ergo sum", che è alla base della scienza moderna». Era un mondo complicato, e Tremonti ricorda il libro da lui scritto nel 2016 Mundus Furiosus («titolo copiato da un libro del 1561 stampato a Colonia»), testo che si richiama all'Europa nel 'Soo, dopo la scoperta delle Americhe e l'avvento rivoluzionario degli sterminati «spazi atlantici»: «Facciamo un salto d'epoca: a inizio del secolo c'è stata la scoperta economica e politica dell'Asia e il passaggio del sapere dalla carta alla rete, ormai si è a "digito ergo sum". Allora le rivoluzioni si dispiegarono in un secolo, oggi in 3o anni». Ma l'era che viviamo è segnata anche da drammatici conflitti armati: «È una stessa guerra quella in Ucraina e quella in Medio Oriente. Cosa le accomuna? È un mondo che difende la tradizione dal mondo globale. Ricordiamo che cosa accadde 1'11 settembre: furono abbattute le torri gemelle del World Trade Center di New York, un simbolo della globalizzazione. E oggi Vladimir Putin giustifica la guerra d'aggressione all'Ucraina con la difesa della tradizione». E in Medio Oriente la situazione è simile: «Il presidente americano Joe Biden a Israele dice di non commettere gli errori commessi in passato dagli Stati Uniti, che hanno distrutto Stati come la Libia, la Siria e l'Irak. Il nodo è che puoi vincere una guerra contro uno Stato, alla fine anche distruggerlo, ma non si può vincere contro un popolo al quale sono state scardinate le istituzioni». In questo contesto di crisi e di globalizzazione finanziarizzata c'è un dato che per Tremonti va messo in luce: «Tra Usa e Cina non è detto che si arrivi ad uno scontro. È vero che la Cina è in crisi, ma non credo sia la strada giusta trapiantare lì il modello economico occidentale. Usa e Cina si affacciano sullo stesso oceano, hanno davanti uno stesso destino. In questo senso vanno ricordate le parole del presidente Theodore Roosevelt all'apertura del Canale di Panama: potrebbe essere il nuovo Mediterraneo».
 
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