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Altro parere

Il male di vivere al tempo dei social

Redazione InPiù 22/02/2024

Altro parere Altro parere Luca Ricolfi, Il Messaggero
Luca Ricolfi sul Messaggero parla del ‘mal di vivere al tempo dei social’: “Il disagio giovanile – scrive - si sta tornando a parlare da qualche tempo, perché i segnali sono tantissimi, sia prima, che durante, che dopo il covid: ansia, depressione, autolesionismo, disturbi alimentari, suicidi tentati e portati a termine. C’è un aspetto, però, che finora è rimasto un po’ in ombra: l’età e il genere delle vittime. Se guardiamo ai dati internazionali, per lo più molto più ricchi, analitici e aggiornati di quelli italiani, quel che emerge con estrema nitidezza è che il disagio, pur colpendo la gioventù nel suo insieme, raggiunge il massimo di intensità nelle fasce di età più basse (dai 10 ai 19 anni), e in special modo fra le ragazze. Nell’occhio del ciclone ci sono due scienziati sociali, Jonathan Haidt e Zach Rausch, che hanno fatto una scoperta strabiliante: tutti i principali indicatori di disagio svoltano all’inizio del decennio 2010-2020 e, qui sta il lato strabiliante della loro scoperta, lo fanno – simultaneamente – in tutti i Paesi di lingua inglese e in tutti i Paesi del Nord-Europa. Come è possibile – osserva Ricolfi - che i segni del disagio, e in particolare i suicidi, decollino tutti insieme, fra il 2010 e il 2012? La risposta degli studiosi è che il 2010 è l’anno di nascita dell’i-phone4, e il 2012 è l’anno in cui Zuckeberg, inventore di Facebook, spende un miliardo di dollari per acquisire Instagram, che già allora aveva raggiunto un’enorme diffusione. Ognuno può tentare di pubblicizzare il suo ego, ma nel fare questo si espone alle critiche altrui, ma soprattutto alla (naturale) frustrazione di sentirsi surclassato da innumerevoli altri ego, più attraenti, più popolari, più capaci di attirare like. In estrema sintesi. Prima dell’i-phone 4, una adolescente poteva cercare di costruire la propria identità e il proprio successo valorizzando le qualità più diverse: la bellezza, certamente, ma anche l’intelligenza, la simpatia, la socievolezza, l’eccellenza in qualche materia, le doti sportive, l’abilità in qualche campo specifico. cerchia ristretta, e almeno in parte selezionata. Dopol’i-phone4non è più così: giusto o sbagliato che sia, la competizione è soprattutto sulla bellezza e l’avvenenza, e avviene in mare aperto, perché tutti vedono il tuo profilo e tu puoi vedere il profilo di tutti”.
 
Federico Martelloni, il Manifesto
Federico Martelloni sul Manifesto chiede la parità di trattamento tra lavoratori per arginare il fenomeno delle cosiddette morti bianche: “Il lavoro, posto alle fondamenta della Repubblica – scrive - non è mai stato così fragile. Questa fragilità fa vacillare l’intero edificio costituzionale, visto che è proprio il lavoro a rappresentare, per la Costituzione italiana, la porta d’accesso a una cittadinanza intesa in senso pieno. Oggi, invece, è una porta che si apre troppo spesso sul baratro. Lo attesta la scia di sangue che percorre i luoghi di lavoro, dal nord al sud Italia. In questo quadro drammatico, si potrebbero invocare più controlli, denunciare molti limiti del sistema giuridico, rivendicare la centralità della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, formulare molte proposte. Il rischio è, tuttavia, quello di eludere il nodo fondamentale che nessun governo sembra disposto a sciogliere, al di là di proclami e ammissioni: le condizioni di lavoro negli appalti. Inutile girarci attorno: nelle catene degli appalti e dei subappalti, sia pubblici sia privati, alberga la quasi totalità del lavoro povero. Lì – sottolinea l’editorialista - si addensano gli incidenti sul lavoro di maggior gravità, spesso mortali. Lì si concentrano gli abusi, le irregolarità e, in qualche caso, persino le infiltrazioni della criminalità organizzata. Se nessuno ha, fino a qui, voluto sciogliere questo nodo, ora è venuto il momento di tagliarlo, con una soluzione che presenta tre vantaggi fondamentali: è, al contempo, semplice, utile e giusta. Si tratta di reintrodurre il principio di parità di trattamento economico e normativo tra dipendenti dell’appaltante - ossia l’impresa principale che affida a un soggetto terzo un segmento del ciclo produttivo o un servizio – e dipendenti dell’appaltatore (e di eventuali subappaltatori). È persino stupefacente che una soluzione così semplice ed efficace rimanga completamente estranea all’agenda di questo governo, essendo stata caldeggiata da importanti attori istituzionali cui nessuno potrebbe rimproverare partigianeria o bolscevismo. Non ci sono ostacoli, al di fuori della colpevole inerzia di governo e parlamento. Ma è un’inerzia che- conclude - una Repubblica «fondata sul lavoro» non può più sopportare”.
 
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