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Sorprese (possibili) da Kiev

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 22/02/2024

In edicola In edicola Paolo Mieli, Corriere della Sera
Paolo Mieli sul Corriere della Sera parla di ‘sorprese (possibili) da Kiev': “Domani – ricorda l’editorialista - saranno due anni dall’inizio della guerra d’Ucraina. Due anni da quella selvaggia aggressione, negata fino a poche ore prima da tutti i simpatizzanti di Putin, che si abbatté fino alla periferia di Kiev con l’esplicito obiettivo di disarcionare Zelensky, se non di toglierlo brutalmente di mezzo. Molti domani dovranno prendere atto che il quadro del 24 febbraio 2024 è assai meno confortante di quanto lo fosse un anno fa o due. Così torneranno a farsi sentire i sostenitori della tesi secondo la quale sarebbe stato meglio non combatterla per niente questa guerra, e abbandonare fin dall’inizio l’Ucraina al proprio destino. Che poi la Russia già a fine primavera del ’22 si sarebbe seduta al tavolo della trattativa accontentandosi di qualche non meglio identificata porzione del Nord (o poco più, qualcosetta, una piccola città, una centrale nucleare) e la pace sarebbe tornata sovrana. Avremmo solo dovuto distrarci per qualche giorno. Un po’ come si era fatto nel 2014 fingendo di non vedere che Putin si era presa la Crimea. Del resto, non sarebbe stata la
prima volta nell’ultimo ventennio che al momento in cui Putin «agiva» avevamo guardato altrove. E’ possibile, a due anni da quel apparentemente lontanissimo 24 febbraio del ’22, che il morale dei combattenti ucraini ceda, che nel Paese prenda il sopravvento lo spirito di divisione caratteristico del decennio passato, che il mondo occidentale si rassegni alla «stanchezza» e che Putin trovi il modo di far fare a Zelensky la stessa fine di Navalny. Del resto in questi giorni la produzione di morti riconducibili al sistema moscovita cresce di giorno in giorno in maniera esponenziale. È possibile perciò che l’evidente campagna in atto per screditare l’uomo di Kiev, si concluda con la sua eliminazione prima e uccisione poi. Ma non è detto. Sia perché Zelensky ha ancora energie e risorse. Sia perché parte consistente del mondo occidentale ancora lo sostiene. Sia perché la misteriosa interconnessione tra guerra d’Ucraina, di Gaza e un’infinità di conflitti minori potrebbe riservare delle sorprese. Sorprese tali – conclude - da rendere meno statico e prevedibile l’intero quadro di riferimento”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
“Non è una sorpresa la spaccatura nel centrodestra. Sul famoso ‘terzo mandato’ dei presidenti di Regione era inevitabile, a meno di un rinvio del voto nella commissione Affari Costituzionali. Viceversa il voto c’è stato e la frattura anche”. Stefano Folli su Repubblica analizza quella che definisce 'la frattura a destra (e i dubbi a sinistra)': “L’emendamento di Salvini è affondato, ma il governo è rimasto in piedi: ancora una volta il vero sconfitto è il capo della Lega, il quale non è riuscito a proteggere i “governatori” della Lega e tra un anno si troverà a dover gestire un personaggio popolare come Zaia rimasto senza un ufficio. Chi prova a guardare lontano vede delinearsi una sorta di alleanza degli amministratori locali pronti ad aprire le ostilità contro un Salvini che ha schierato la Lega all’estrema destra. Ora la questione è: a chi giova il nuovo incidente che scuote la maggioranza di governo? In teoria dovrebbe aiutare l’opposizione, ma c’è da dubitarne. Elly Schlein e Giuseppe Conte continuano a non essere una coalizione. In definitiva la rottura di ieri trova da un lato l’opposizione impreparata, ma dall’altro getta un macigno sul sentiero del governo. Per adesso – aggiunge Folli - si ha la conferma che la lotta di potere tra la premier e il suo rivale continua e non si arresterà fin quando uno dei due non sarà fuori gioco. Sulla carta, è il leghista quello più a rischio: è il più debole, il più insidiato dai magistrati per via del Ponte sullo Stretto, il meno dotato di una visione a medio termine; e come se non bastasse, il più invischiato in una politica estera filo-russa non compatibile con un Paese aderente alla Nato, specie in una fase di forti tensioni internazionali. Peraltro anche a sinistra la politica estera resta un nodo irrisolto. Ma per tornare alla destra, neanche una disfatta in Sardegna dello schieramento restituirebbe l’antico smalto a Salvini. Tuttavia il leghista non sarebbe funzionale ad alcuna alternativa. Del resto, non esiste in Italia l’istituto tedesco della sfiducia costruttiva, nemmeno in una versione pragmatica. Dopo il blocco del terzo mandato e al di là del caso Sardegna, il governo Meloni andrà avanti sia pure ammaccato. E se poi dovesse un giorno collassare – conclude - all’orizzonte stavolta non ci sarebbe un esecutivo tecnico”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Marcello Sorgi sulla Stampa descrive lo scontro interno alla maggioranza che, sottolinea, 'ora si sposta sul premierato': “Chissà cosa s'inventerà adesso Salvini, dopo la sconfitta, non la prima né l'ultima, incassata in commissione sull'emendamento sul terzo mandato, affossato con i soli tre voti a favore dei senatori del Carroccio e l'astensione di quello renziano. Senza, cioè, neppure il preventivato (ma mai assicurato) soccorso rosso del Pd, che pure avrebbe potuto avere qualche interesse ad aprire la strada a una proroga per i governatori De Luca (Campania) e Emiliano (Puglia). Ma i numeri non sarebbero bastati lo stesso. Si vedrà nei prossimi giorni, poi – osserva Sorgi - se la partita è definitivamente chiusa, o appunto se Salvini immagina una coda o un secondo tempo che potrebbe riguardare forse le riforme istituzionali. In quel campo, per la verità, un accordo definitivo sul premierato non c'è ancora. La riforma è stata riscritta dalla ministra Casellati, ma per quanti sforzi siano stati fatti, il problema sollevato da Salvini non è risolto. Si oscilla tra la proposta di Meloni secondo cui il premier eletto, in caso di sfiducia dovrebbe avere il potere di sciogliere le Camere (attualmente riservato al Capo dello Stato), e quella di Calderoli (Lega), che prevede l'apertura di un secondo tempo, con un eventuale nuovo incarico a un esponente della maggioranza (cioè a un leghista). Proposte evidentemente sbilanciate a favore dell'una o dell'altro alleato della coalizione. Ma per ciò che riguarda il voto di ieri, si può dire che si tratta di una vittoria, non della sola Meloni, ma anche della Schlein, che ha nel governatore campano innanzitutto, ma anche, sotto sotto, in quello pugliese, due avversari che adesso - salvo sorprese, improbabili quando la stessa materia arriverà nell'aula sovrana di Montecitorio - dovranno cercarsi un altro futuro. Stessa sorte per Zaia (Veneto), avvistato spesso a Roma nelle scorse settimane, forse a discutere del proprio destino, e per Fedriga (Friuli), indicato come un possibile successore del Capitano leghista se le europee dovessero andargli male. Di sicuro – conclude - c'è che in quattro regioni la partita si riapre da zero”.
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