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Altro parere

Assange non è Navalny ma l'America non sia come la Russia

Redazione InPiù 22/02/2024

Altro parere Altro parere Filippo Facci, Il Giornale
Sul Giornale Filippo Facci traccia un parallelo tra la vicenda umana di Julian Assange e quella di Alexei Navalny. “Assange – scrive Facci - non è Navalny, ma gli Stati Uniti non sono la Russia. Assange non è imputabile soltanto del reato di giornalismo, ma anche di conseguenze penali che non sono graziabili a furor di popolo e questo tantomeno negli Usa, Stato di diritto per definizione. Gli Stati Uniti sono e restano una democrazia di riferimento, dove la certezza della pena significa anzitutto che una pena c’è stata: è solo all’ombra di questo pilastro che la giustizia d’oltreoceano potrà specchiarsi nelle proprie contraddizioni. Allo stesso modo, Navalny non era un santo, ma è giunto all’appuntamento con la Storia con tempi diversi e di cui si è portato la responsabilità sino alla tomba: questo in una vera dittatura dove lo stato di diritto non ha mai avuto cittadinanza e dove lui, da oppositore, incarnerà a lungo la lotta del popolo per la libertà. Mentre dunque Navalny rappresenta la speranza di una democrazia, Assange ne rappresenta il frutto controverso, un rompicapo che appunto solo una democrazia può permettersi: è colpevole di aver violato delle leggi sulla sicurezza nazionale, ma anche di aver messo in luce delle verità di cui i media mondiali si sono nutriti per anni. Forse una colpa indiretta di Assange è proprio questa: l’aver additato, con la sua Wikileaks, soprattutto crimini occidentali e comunque della stessa civiltà che ha partorito lui e i suoi aneliti di libertà. Assange libero non lo è, prima arrestato, poi rifugiato politico nell’ambasciata dell’Ecuador e poi ancora arrestato, in attesa di sapere, oggi, se l’estradizione sarà concessa. Forse è qui la differenza: Navalny non è sfuggito alla giustizia di Putin, ed è morto. Assange è sfuggito alla giustizia Usa ed è vivo, e lo rimarrà, forse perché il suo e il nostro lavoro non è finito”.
 
Stefano Consiglio, Avvenire
“Tra qualche anno tanti problemi del Mezzogiorno si risolveranno da soli: la mancanza di asili nido, l’evasione scolastica, la mancanza di lavoro, la carenza dei servizi sanitari e socioassistenziali. Nel Sud Italia, infatti, ci saranno sempre meno bambini, sempre meno studenti, sempre meno persone in cerca di occupazione, sempre meno disabili. I problemi del Mezzogiorno si risolveranno perché non ci saranno più le persone. Un modo drammatico e paradossale di risolvere i problemi”. Lo scrive su Avvenire Stefano Consiglio, presidente della Fondazione Con il Sud. “Negli ultimi 20 anni – spiega Consiglio -, circa 2 milioni e mezzo di persone hanno già lasciato il Sud (prevalentemente giovani con alta scolarizzazione), nei prossimi 50 anni si stima che la popolazione meridionale passerà dagli attuali 19,8 milioni ai circa 12 milioni. La popolazione nel Sud diminuirà del 40% e la percentuale di anziani sarà significativamente più elevata. Abbiamo pensato (o forse ci siamo illusi) che questo problema fosse circoscritto. Invece, una parte significativa del nostro Paese rischia di diventare una vasta area interna. Di fronte a uno scenario estremamente preoccupante, non sembra che i policy maker siano particolarmente impegnati ad affrontare una sfida epocale”, visto che “al centro del dibattito pubblico c’è la questione dell’Autonomia regionale differenziata, la cui bocciatura o approvazione non cambierebbe di molto la natura e la rilevanza della questione”. Secondo Consiglio, rispetto “all’enorme problema dello spopolamento la politica dovrebbe porre al centro l’aspetto collaborativo e non quello divisivo, per giungere ad una strategia di impatto che sia realmente operativa ed efficace, non dispersiva in cui ognuno fa per sé”.
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