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Le amnesie della premier

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 22/02/2024

Le amnesie della premier Le amnesie della premier Francesco Bei, Repubblica
In Sardegna il centrodestra sta dimostrando di essere un coacervo di forze che stanno insieme per inerzia, senza più spinta e senza programmi. Lo sostiene su Repubblica Francesco Bei elencando tutte le fratture aperte nella coalizione. “Oggi un ministro importante della Lega come Calderoli – scrive Bei - lancia quasi un ultimatum agli alleati di governo sulla questione del terzo mandato. La frattura è clamorosa, dato che la stessa premier ha chiesto al leader leghista di ritirare l’emendamento che farebbe saltare il limite dei due mandati per i governatori e Salvini, per tutta risposta, ha ordinato ai suoi di mantenerlo. Ma la divisione della maggioranza passa anche per le riforme (premierato e autonomia differenziata), investe le politiche economiche del governo, con il ministro Giorgetti che ormai non ricorda nemmeno più il numero di volte in cui è stato sconfessato dal suo stesso partito, e tocca anche la giustizia, col ministro Nordio che mostra di avere una concezione peculiare della sua materia rispetto a quella del resto del governo. Il terreno in cui la distanza diventa macroscopica è però quello della politica estera. Qui la posizione filorussa del vicepremier Salvini rappresenta l’elefante nella stanza che Meloni fa finta di non vedere e di cui si ostina a non dire una parola. Lo scontro è ormai impossibile da occultare: nello stesso giorno in cui Salvini si affida all’imparzialità dei giudici-marionette di Putin sul caso Navalny, il ministro degli Esteri e vicepremier Tajani convoca alla Farnesina l’ambasciatore di Mosca per chiedergli conto della morte dell’oppositore nel carcere siberiano. Il problema, a questo punto, non è tanto di Salvini e dei suoi referenti al Cremlino. Il tema vero è l’atteggiamento di Meloni. Per la quale, avendo giocato gran parte del suo successo sul posizionamento filoatlantico e filoccidentale, sta arrivando il momento delle scelte difficili”.
 
Paolo Pombeni, Il Messaggero
Di segno diverso la lettura che Paolo Pombeni offre sul Messaggero delle imminenti elezioni in Sardegna. “Il centrodestra – scrive Pombeni - ha scelto di far chiudere la campagna elettorale col tradizionale comizio dei tre leader nazionali, Meloni, Salvini, Tajani. Il cosiddetto campo largo, cioè l’alleanza fra Pd-M5s, ha invece scelto di non far svolgere una manifestazione finale che vedesse insieme sul palco Conte e Schlein. Le ragioni sono più d’una, ma indubbiamente segnalano due diversi approcci al problema del rapporto con le leadership nazionali. Da un lato c’è l’immagine che indubbiamente incarna Giorgia Meloni: una leader che si è imposta per capacità in politica internazionale e che guida saldamente la politica del governo. Di conseguenza lei è in grado di attrarre consenso anche a livello regionale, perché poi la maggior parte dei cittadini non si sente estranea alle sorti complessive del Paese. È vero che la coalizione di centrodestra non è esente da tensioni ma alla fine tutti comprendono che sarebbe pericoloso smarcarsi dall’immagine vincente data da Meloni. Dal lato opposto non c’è qualcosa di simile. Il campo largo è a livello nazionale percepito come una alleanza strumentale, senza un leader che si imponga per incarnarla e che abbia le caratteristiche per farlo. Quella tra Schlein e Conte è una competizione aperta sia per consistenza dei rispettivi elettorati, non molto distanti nei sondaggi, sia per incapacità sinora dell’uno (a) di prevalere nettamente sull’altro (a). Il timore dei candidati che pure hanno il sostegno del campo largo è di essere percepiti come frutto dei giochi ‘romani’, di finire nel tritacarne delle rivalità fra le componenti abbondantemente sottolineate dai media. Ecco perché la candidata Todde insiste a proclamare che si tratta di una vicenda che riguarda i sardi e che lei si considera fuori dalle contese che a livello nazionale agitano i partiti che la sostengono”.
 
Chiara Saraceno, La Stampa
Sulla Stampa Chiara Saraceno commenta l’informativa fatta ieri dalla ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone sulle irregolarità registrate in edilizia. “I dati delineano una situazione di irregolarità/illegalità diffusa in modo generalizzato”, scrive Saraceno, e dunque ci si chiede “come il governo possa difendere la sua scelta di liberalizzare gli appalti a cascata (e al massimo ribasso) nel settore privato. Non solo, il governo si accinge ad abolire l’obbligo di badge per gli operai nei cantieri edili, togliendo un ulteriore strumento di controllo su chi è effettivamente in cantiere. Si può aggiungere la stretta sui permessi di soggiorno che lascia nel limbo migliaia di migranti esposti ad ogni ricatto pur di lavorare. La ministra ha parlato di rafforzamento e maggiore coordinamento del corpo ispettivo, il che è cosa buona. Ma forse si dovrebbe interrogare sui limiti e inefficienze di un corpo ispettivo istituzionalmente frammentato tra Inail, Inps, Ispettorato del lavoro, cui si possono aggiungere anche i carabinieri. Calderone ha anche proposto un rafforzamento del sistema sanzionatorio, il che, di nuovo, va bene. Ma se si lascia intatta la possibilità degli appalti a cascata e al massimo ribasso, verrà punito solo l’ultimo anello della catena, non l’impresa che, per risparmiare e avere in fretta il manufatto, ha chiuso gli occhi sulla qualità e onestà dei soggetti lungo la filiera che ha messo in moto. Ogni intervento in questo campo, visti gli errori di valutazione degli effetti negativi delle decisioni prese sinora in totale autonomia autoreferenziale da parte del governo – conclude Saraceno -, dovrebbe essere seriamente discusso con le parti in causa”.
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