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Le nomine e la logica politica

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 19/02/2024

In edicola In edicola Sabino Cassese, Corriere della Sera
“Nomine nelle società controllate dai poteri pubblici, sistema delle spoglie e terzo mandato dei presidenti di regione riportano l’attenzione sul difficile equilibrio tra competenza e fedeltà politica, merito e lottizzazione, regole e persone, nella gestione dello Stato”. Lo scrive Sabino Cassese sul Corriere della Sera ricordando che “la politica è anche gestione di uomini e donne: anche i politici devono saper scegliere le persone giuste. Ma il problema è ora diventato più importante perché non ci sono più i partiti associazione, grazie ai quali passavano spesso in secondo piano ambizioni personali di carriera e le nomine erano filtrate attraverso le strutture associative, mentre ora sono solo opera dei vertici. Le società partecipate dai poteri pubblici centrali, regionali e locali sono circa 8 mila. Vi è quindi un esercito di amministratori da nominare ogni tre anni. È fondamentale – sottolinea l’editorialista - che i poteri pubblici possano ricorrere al diritto privato, costituendo o partecipando in società per azioni, anche perché in molti casi operano sugli stessi mercati dove sono presenti imprenditori privati con cui devono competere. Ma la durata triennale dei membri dei consigli di amministrazione, che una volta era funzionale anche alla brevità dei governi, è insufficiente per la corta durata, né è corretta la scelta meramente discrezionale, non basata su criteri resi pubblici, e non competitiva”. Cassese fa poi riferimento al dibattito sull’eventuale terzo mandato per i presidenti di Regione: “Se la scadenza triennale delle cariche dei consiglieri di amministrazione di società è un fatto fisiologico, è invece un fatto patologico la regola che i titolari delle posizioni apicali delle amministrazioni pubbliche siano precari e cessino con i cambiamenti di governo, per cui ogni nuovo governo può nominare nuove persone. In conclusione – sottolinea - è bene che la politica possa far sentire la propria voce (attraverso le cariche elettive), ma anche che essa rispetti il principio della competenza e del merito, e freni la deriva verso la personalizzazione del potere, due tendenze che, sul lungo periodo, finiscono per danneggiare la politica stessa”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Stefano Folli su Repubblica parla del ‘girotondo politico’ intorno a Navalny: “Nel giorno in cui la vedova di Navalny lancia il suo appello affinché il popolo russo trovi il coraggio di ribellarsi - scrive - non si può che apprezzare la manifestazione del Campidoglio organizzata da Carlo Calenda, aperta a tutte le forze politiche. Almeno è un’iniziativa, un gesto concreto per esprimere indignazione. Se non ci fosse stata la fiaccolata, con tutti i suoi limiti, non avremmo avuto niente. Solo quei pochi che sono stati incredibilmente schedati dalla polizia per aver deposto qualche fiore in ricordo della vittima di Putin. Ed è successo in Italia, non a Mosca. Poi, come è ovvio, si deve valutare il resto. Ad esempio il marchio partitico sulle fiaccole di Roma: come dire una porta spalancata sulle polemiche, condensate in altrettante battute per i telegiornali. In un certo senso, era inevitabile. Ma forse – sottolinea l’editorialista - sarebbe stato meglio cogliere l’occasione di una riunione non certo oceanica per provare a elevare il profilo etico della nostra politica estera. Per dichiararsi con orgoglio cittadini occidentali, convinti dei valori liberali rappresentati in questa parte del mondo. Invece la tentazione a cui qualcuno ha ceduto è stata di dividere la piazza in tre settori: intransigenti nemici dell’autocrate; tiepidi anti-Putin in cerca di informazioni sulla morte del dissidente; amici di lunga data del dittatore desiderosi di rifarsi una verginità politica a buon mercato. L’impressione finale è di una certa, generale freddezza. Si avverte una singolare sintonia nel modo in cui la destra e i 5S hanno pescato le parole per tenersi distanti da Mosca. La frase chiave è: ‘vogliamo che sia fatta chiarezza’. In sé stessa, un’espressione ineccepibile. Eppure non suona bene nel suo contesto. Si parla di un dissidente condannato per reati d’opinione e fatto morire in un carcere della Siberia. Fare chiarezza è una richiesta un po’ troppo asettica. In compenso assomiglia nel tono e nella sostanza alla dichiarazione di Trump, amico di Putin e possibile presidente degli Usa in novembre. Forse la destra italiana si sta già preparando alla svolta di Washington? Sarebbe una manifestazione di cinismo in anticipo sui tempi. E – conclude - toglierebbe valore alla lunga campagna pro-Ucraina”.
 
Montesquieu, La Stampa
“Tra meno di un anno, un soffio, l’Europa potrebbe trovarsi ad esaurire, con Giappone, un pezzo di Corea e con qualcosa d’altro, quanto resta nel pianeta di democrazia applicata”. Così l’editorialista che si firma Montesquieu sulla Stampa sui futuri scenari politici internazionali e interni: “Continueremmo ad annoverare gli Stati Uniti d’America, se sarà l’America di Trump, nell’annuario delle democrazie in esercizio, sapendo però che potremo e dovremo aspettarci decisioni e gesti di una autocrate imprevedibile, nel caso più fortunato. Le democrazie presidenziali sono le più sensibili ai rischi di accentramento dei poteri, specie nel ripetersi dei mandati, che intaccano la pienezza e la stabilità democratica. In Russia – osserva - è in atto il tentativo, inaudito, di realizzare una sintesi da incubo, inimmaginabile persino in laboratorio, tra i peggiori connotati del comunismo sovietico e del nazismo. La Cina, poi, è lì, pronta a dirigere il mondo; e nel frattempo, a fare un boccone della piccola, ingegnosa isola di democrazia che considera propria proprietà personale. Resta da chiedersi, della nostra piccola, ambigua, fragile Europa, con le sue incoerenti infiltrazioni, interne ed esterne, che ruolo potrà avere, nelle inquiete vicende del pianeta. In questo quadro inquietante, ci aspettano tra qualche mese, paese membro per paese membro, le elezioni per il Parlamento europeo, e le decisioni dei singoli governi per formare gli organi guida. Noi italiani, bombardati dai nostri sedicenti rappresentanti sulla base di argomenti come il numero dei mandati per guidare una regione, o le altre, infinite banalità, che compongono il nostro dibattito politico, tra maggioranza e, solo per tecnicismo, opposizione. E su quelle, non più edificanti, che si consumano all’interno, rispettivamente, della maggioranza e delle minoranze. O – conclude - abbiamo il diritto e il dovere di pretendere (ma come, oltre alla minaccia di non votare?) da tutti i partiti di sapere qualcosa che abbia relazione con l’impari ruolo che l’Europa, e al suo interno il nostro governo o qualcosa che assomigli ad una futura coalizione di governo, avrà nel mondo; o, almeno, sul terreno della difesa, almeno, della propria, complessiva e individuale, tenuta democratica?”.
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