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Domande scomode su Israele

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 19/02/2024

Domande scomode su Israele Domande scomode su Israele Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia invita a riflettere, con realismo e non con partigianeria, sul significato assunto oggi dalla formula «due popoli due Stati» nell’ambito del conflitto israelo-palestinese. Pochissimi sono coloro che lo fanno, osserva Galli, e pochissimi sono anche coloro che si fermano a riflettere sulle reali condizioni che potrebbero consentire una tale soluzione, che è innanzi tutto una: la garanzia assoluta della sicurezza di Israele. Senza di che è del tutto impensabile che lo Stato ebraico possa mai accettare l’esistenza di uno Stato palestinese. Tanto più oggi, dopo quanto è accaduto il 7 ottobre quando Israele, cioè, ha dovuto rendersi conto della fragilità di quello che fino ad allora era un caposaldo assoluto della propria strategia politico-militare: vale a dire la convinzione della propria sostanziale invulnerabilità rispetto a un attacco convenzionale da parte araba. Il pogrom di quel sabato ha dimostrato, viceversa, che a determinate condizioni Israele può essere attaccata con successo da forze convenzionali. Proprio perciò uno Stato arabo ai propri confini — quale per l’appunto era di fatto Gaza e sarebbe qualunque Stato palestinese — rappresenta comunque per essa una minaccia mortale e dunque inaccettabile. Questo è il fatto nuovo e gravissimo accaduto quel giorno: ma quanti sono in Italia coloro che se ne sono accorti? Stando così le cose, oggi il solo modo per l’Occidente di essere dalla parte della formula «due popoli due Stati», di crederci realmente e non a chiacchiere, è quello: a) di informare solennemente i palestinesi per primi e il mondo arabo in generale che il riconoscimento senza se e senza ma dell’esistenza di Israele costituisce una condizione sine qua non; e b) eventualmente di farsi esso per primo, l’Occidente, garante dell’esistenza di Israele nel solo modo che conta, cioè sul piano militare.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
Su Repubblica Ezio Mauro si occupa di Aleksej Navalny, “morto di opposizione”. Un punto decisivo, questo, afferma Mauro, che dev’essere chiaro all’opinione pubblica europea, com’è chiarissimo in Russia per le migliaia di persone capaci di sfidare le polizie attraversando le piazze per deporre fiori, candele, immagini e lumini negli altari laici di strada che ricongiungono l’oggi al passato sovietico, rendendo omaggio all’ultima vittima della repressione putiniana. Di fronte all’evidenza politica dell’accaduto, la cattiva coscienza della nostra realpolitik (nel comodo riparo della libertà occidentale) è pronta ad accusare il nemico del Cremlino di egoismo narcisistico, piegando la curva della sua giovane biografia fino a farla coincidere con la martirologia garantita dalla scelta del sacrificio. Come se per tutti non ci fossero ormai principi e ideali, visto che noi non siamo in grado di tener fede ai valori in cui diciamo di credere, e non esistessero più gli assoluti: per i quali naturalmente chiunque si augura di non dover morire, ma forse — almeno per qualcuno — vale la pena vivere, anche nelle latitudini dell’abuso e del sopruso, sopportandone le conseguenze senza per forza barattare la coscienza con il cinismo, come consiglia la cifra dell’epoca. Non c’è bisogno delle risultanze dell’autopsia per capire come il prigioniero dello Stato che aveva tentato due volte di ucciderlo sia stato accompagnato dal governo in una progressiva restrizione di vita e privazione di libertà, incanalato verso l’esito inevitabile, privato giorno dopo giorno di qualsiasi motivazione per l’esistenza residua che non fosse la pura resistenza, anzi ormai la testimonianza, il gesto più che la parola. Il caso Navalny è talmente incarnato nella realtà russa che diventa lo specchio di ogni cosa, dalla repressione interna all’invasione dell’Ucraina, alla campagna del Cremlino contro la democrazia liberale, che trova qui oggi la sua prova del nove, il suo vero significato.
 
Mario Sechi, Libero
La morte di Alexei Navalny è più di un memento sulla realtà della Russia e del suo presidente, commenta a sua volta su Libero Mario Sechi: è una distesa di campane che rimbomba per tutto l’Occidente, è il richiamo di un’antica battaglia che qualcuno pensava chiusa con il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, è lo scontro tra il Bene e il Male che per cinquant’anni definì la vita nell’era della Guerra Fredda. Vladimir Putin è responsabile della sua morte per un motivo corazzato da una ferrea logica, in punta di diritto e di fatto: Navalny era sotto la custodia della Russia, è morto a 47 anni a Kharp, nel Circolo Polare Artico, in una prigione il cui nome evoca tutta la sua durezza, “la colonia dei lupi polari”. Come ha ricordato l’editorial board del Financial Times, dopo Stalin, la dissidenza in Unione Sovietica era punita con la prigione, l’esilio interno o l’allontanamento all’estero, ma l’assassinio era un evento raro, nella Russia di Putin l’avversario politico che non si allinea al Cremlino perde la vita. Un tempo erano i “raffreddori sovietici” oggi è una formula sofisticata, “sindrome da morte improvvisa”, il risultato è lo stesso, la sparizione di un oppositore scomodo. Era una fine annunciata, nel 2020 il dissidente russo era sopravvissuto all’avvelenamento - quasi certamente ad opera di agenti della sicurezza - con un gas nervino di tipo militare, il Novichok. Putin certamente aveva messo nel conto, l’incidente, il cedimento, tutta la procedura di falso, verosimile e vero che si mette in moto quando un uomo viene letteralmente mandato a morire in un luogo dove non c’è domani. La morte per mano della Russia non prevede né pietas né onore, la Grande Falciatrice colpisce e se ne va, al resto pensano le squadre di “pulizia” dei servizi segreti, le burocrazie dell’assassinio.
 
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