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Altro parere

La competizione in Confindustria è vera e non soporifera

Redazione InPiù 16/02/2024

Altro parere Altro parere Claudio Cerasa, Il Foglio
Sul Foglio Claudio Cerasa si occupa della corsa alla guida di Confindustria, rilevando come quest’anno – contrariamente al solito – sia una competizione aperta. Da tempo, scrive Cerasa, la partita che si apre ogni quattro anni alla fine del mandato di un presidente è una partita solitamente segnata in partenza: in molti fanno sapere di volersi candidare, qualcuno baratta la propria candidatura con una vicepresidenza, qualcuno poi si candida davvero ma al fondo ciò che conta, nel profondo, è l’accordo di sistema tra i pesi massimi del patto di sindacato, considerato fondamentale, come si dice, per “non dividersi troppo” e per “non mostrare lacerazioni eccessive”. Quest’anno, per il dopo Carlo Bonomi, la competizione invece c’è, è forte, è fatta anche di colpi bassi, e ha permesso di mettere l’uno contro l’altro alcuni candidati dai profili interessanti. Alla fine del primo round elettorale, ai saggi sono arrivate quattro candidature: Emanuele Orsini, Edoardo Garrone, Antonio Gozzi, Alberto Marenghi. Il primo ha ottenuto 48 firme, il secondo 44, il terzo 32, il quarto 22. Il nuovo leader di Confindustria verrà designato il 4 aprile ma il dato interessante è questo: mai come in questa occasione i candidati più forti di Confindustria rappresentano un pezzo significativo dell’imprenditoria italiana. Il favorito è Orsini, un manager, è l’ad di Sistem Costruzioni, e di Tino Prosciutti, ha lanciato la sua corsa diversi mesi fa, ha ricevuto giorni fa qualcosa in più di un mezzo endorsement dall’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, ha costruito la sua base di consenso tra Toscana ed Emilia (non la Romagna) e rappresenta un’imprenditoria che si ritrova più nelle piccole imprese che in quelle grandi. Ma i saggi di Confindustria, per via di una lettera anonima che ha messo sotto osservazione senza prove specifiche alcune spese effettuate da Orsini ai tempi della guida di Federlegno, hanno invitato il candidato a valutare l’opportunità di fare un passo di lato. Orsini ha detto di no. Ma la storia è destinata a non finire qui e potrebbe anche far dilatare i tempi della successione a Bonomi.
 
Agostino Giovagnoli, Avvenire
Come scrive su Avvenire lo storico Agostino Giovagnoli, è importante che l’accordo sulla mozione della Camera a sostegno di «ogni iniziativa volta alla liberazione degli ostaggi israeliani e a chiedere un immediato cessate il fuoco umanitario a Gaza» abbia coinvolto tutte le forze politiche. La politica estera, infatti, è molto diversa da questioni interne che sopportano anche forti contrapposizioni e non può essere ad libitum di maggioranze di governo per loro natura mutevoli. L’attività internazionale di un Paese si radica anzitutto nella sua geografia, scaturisce da “forze profonde” di lungo periodo e deve basarsi su orientamenti costanti. È bene perciò che le decisioni in questo campo vengano prese insieme da forze politiche diverse o antagoniste, in modo che non vengano cambiate con il mutare dei governi e abbiano più peso sui tavoli politico-diplomatici internazionali. Si tratta di una regola antica ma oggi poco seguita: lo scenario internazionale è in continuo cambiamento e l’ascesa di leader più giovani o meno esperti rischia di far dimenticare le lezioni della storia. La larga approvazione della mozione sugli ostaggi israeliani e per il cessate il fuoco a Gaza si collega a una linea di politica estera italiana avviata ottanta anni fa, con la svolta di Salerno del 1944. Anche se ricordata soprattutto per motivi di politica interna – il ritorno di Togliatti dalla Russia, l’apertura alla monarchia dei partiti antifascisti – tale svolta è stata soprattutto il primo atto di politica estera di un Paese che aveva perso la sua sovranità per colpa di una guerra sbagliata e a seguito di una dura sconfitta, di un pesante armistizio e dell’occupazione militare alleata. I sei partiti del Cln si assunsero allora – tutti insieme, benché profondamente diversi – responsabilità che non erano loro e garantirono davanti alla comunità internazionale che l’Italia avrebbe seguito una politica di pace. A questa scelta fondamentale si sono poi aggiunte l’adesione alla Nato, la vocazione europeista e quella politica neoatlantica che ha portato l’Italia in prima linea nel dialogo con i Paesi non occidentali, dal Medio Oriente all’Africa e alla Cina. Sono questi i pilastri della politica estera italiana che devono essere mantenuti, pur adattandola e rilanciandola secondo i mutamenti imposti dalla storia. 
 
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