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Il nostro pigro fatalismo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 16/02/2024

Il nostro pigro fatalismo Il nostro pigro fatalismo Danilo Taino
Nelle prime settimane del 2016, nel dibattito pubblico si sorrideva all’idea che in giugno il Regno Unito potesse votare l’uscita dall’Unione europea e che a novembre Trump potesse essere eletto presidente. Ipotesi peregrine da trascurare. La Brexit si affermò, The Donald vinse e la storia ebbe uno scossone: un certo compiacimento per lo status quo impedì a politici e intellettuali di vedere arrivare tempi nuovi. La pigrizia è uno stato mentale del quale le democrazie continuano a essere vittime: in giorni di guerre e di disordine globale, come oggi, è diventata un male acuto e pericoloso. L’inerzia rischia di diventare depressione e nichilismo. Nella conversazione in corso nelle democrazie, il futuro appare solo oscuro. Ma il 2024, super anno elettorale con consultazioni che riguardano mezzo mondo, è iniziato con uno stop alle pretese della più potente autocrazia: lo scorso 13 gennaio, Taiwan ha votato a nuovo presidente il candidato inviso a Pechino, nonostante le minacce del Partito comunista cinese. In Ucraina, la situazione continua a essere drammatica. Si dimentica, però, che la Russia sta perdendo la battaglia del Mar Nero. L’uscita dalla guerra nel Medio Oriente è molto complicata. Ma la possibilità che dalla tragedia nasca un equilibrio più stabile non è irrealistica. L’obiettivo di Stati Uniti, Qatar, Egitto e di parte della politica israeliana di raggiungere una tregua umanitaria è un primo passo per un obiettivo più rilevante. Nel corso della pausa dei combattimenti a Gaza, Israele potrebbe, nonostante e oltre Benjamin Netanyahu, muoversi nella direzione del congelamento degli insediamenti in Cisgiordania e accettare di discutere della soluzione dei due Stati, in cambio del riconoscimento diplomatico da parte dell’Arabia Saudita di Muhammad bin Salman. Il tutto sotto la protezione e la pressione di Washington. Israele continuerebbe per un certo periodo a garantirsi la difesa dalle minacce provenienti dalla striscia di Gaza, fino a quando non sarà chiaro il destino di quel che resta di Hamas, a quel punto annullata politicamente oltre che decimata militarmente. Lo sconfitto effettivo in Medio Oriente sarebbe l’Iran degli ayatollah, più isolato. Come nel 2016, siamo in un’era in cui l’impensabile può materializzarsi. Se le democrazie ci credono.
 
Carlo Cottarelli, la Repubblica
Su Repubblica Carlo Cottarelli commenta le previsioni della Commissione Europea pubblicate ieri ed espone tre sue riflessioni in merito. La prima – scrive – riguarda l’Europa. La crescita economica resta modesta, 0,8% per il Pil reale nel 2024. Negli Stati Uniti si viaggia a un ritmo due-tre volte superiore. Pesano su questa bassa crescita la precaria situazione tedesca e l’aspettativa che la politica monetaria della Bce resterà stretta per altri mesi. La seconda riflessione riguarda l’Italia. La crescita nel 2024 (0,7%) è più bassa dell’ottimistico 1,2% sul quale la legge di bilancio è stata costruita. È solo di poco inferiore alla crescita media dell’area euro (0,8%), ma c’è poco da vantarsi perché la media è tenuta bassa dalla Germania. Su 20 paesi dell’area siamo sestultimi. E poi dovremmo crescere più degli altri se vogliamo recuperare il terreno perso nel ventennio precedente il Covid, il peggiore nella storia economica italiana. La bassa crescita reale e una bassa inflazione comportano che il Pil in euro aumenterà meno del previsto. Dato che il Pil è la base per la tassazione, le entrate dello stato cresceranno meno di quanto messo in bilancio e il deficit potrebbe salire al 4.5%-5%, contro l’obiettivo del 4,3% e ben sopra il 3% delle regole europee. La terza riflessione, infine, riguarda il Portogallo, da cui forse dovremmo imparare qualcosa.  Attraverso le riforme, compresa la riduzione della burocrazia per favorire gli investimenti, il paese, dopo la crisi del 2011-12, ha iniziato a crescere rapidamente. La spesa pubblica è stata contenuta attraverso la spending review e con le entrate che aumentavano trainate dal Pil, il Portogallo ha mantenuto dal 2016 un consistente avanzo primario (entrate meno spesa al netto degli interessi), positivo tranne che nel 2020-21. Nel 2023-24 dovrebbe essere intorno al 2,5% (l’Italia ha ancora un deficit primario). Conseguentemente i tassi di interesse sono scesi rapidamente e lo spread portoghese è la metà del nostro. Risultato: il rapporto tra debito pubblico e Pil, sopra il 130% nel 2016, è previsto scendere sotto il 100% quest’anno.
 
Luca Ricolfi, Il Messaggero
Sul Messaggero il sociologo Luca Ricolfi confessa di essere sempre rimasto perplesso, nel corso della sua carriera di studioso, dall’uso ossessivo e ripetitivo dell’espressione “disagio giovanile” per descrivere la condizione dei giovani dagli anni della contestazione in poi. Con il passare del tempo – continua – la perplessità si è progressivamente tramutata in stupore, e alla fine in un sentimento di incredulità. Questo perché, se prendiamo in considerazione il cinquantennio che va dal 1969 (anno dell’esame di maturità facilitato e della liberalizzazione degli accessi all’università) fino al 2019, ossia all’ultimo anno prima del Covid, quello che ci è dato osservare è, semmai, il processo inverso: la instaurazione progressiva di condizioni materiali e immateriali sempre più agiate. Dalla libertà sessuale, incomparabilmente maggiore oggi, al lavoro (si è allungato di circa 5 anni il periodo della vita in cui se ne può fare ameno), fino al servizio militare, abolito vent’anni fa da un governo di destra. Insomma, almeno a prima vista, nei decenni in cui illustri colleghi rilasciavano pensose riflessioni sul “disagio giovanile”, la società spensieratamente evolveva per mettere sempre più a suo agio la maggioranza dei giovani. Tuttavia, si assiste oggi a una vera e propria esplosione di comportamenti che manifestano una condizione di reale disagio e malessere. E c’è sicuramente un nesso, secondo Ricolfi, fra il disagio di oggi e gli agi dei 50 anni precedenti: la cifra del cinquantennio felice 1969-2019 è stata la rimozione sistematica e progressiva di ogni possibile ostacolo, nella famiglia, nella scuola e nella società, e la piena affermazione della cultura dei diritti, ovvero dell’attitudine a pretendere piuttosto che a conquistare. Questo ha reso i giovani non solo più fragili e impreparati ad affrontare difficoltà, sconfitte, sfide difficili, ma anche più insicuri, più suscettibili, più in competizione reciproca (anche grazie ai social), e in definitiva meno capaci di perseguire la felicità esistenziale.
 
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