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Se in tribunale si utilizza l'intelligenza artificiale

Redazione InPiù 13/02/2024

Altro parere Altro parere Ruben Razzante, il Messaggero
“I sistemi di intelligenza artificiale che forniscono a giudici e avvocati strumenti sempre più avanzati per ottimizzare le loro attività, stanno provocando veri e propri scossoni sul pianeta giustizia, cospargendo il terreno processuale di numerose incognite per la tutela dei diritti individuali”. Lo scrive Ruben Razzante sul Messaggero sottolineando che “se da un lato l’intelligenza artificiale può offrire vantaggi in termini di efficienza e velocità, dall’altro risulta evidente come tale tecnologia, se non attentamente gestita, rischia di compromettere seriamente i principi fondamentali della giustizia. Alcune settimane fa, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il Procuratore Generale di Cassazione, Luigi Salvato, ha lanciato l’allarme AI: «È una tecnologia - ha detto - che plasma e diffonde forme non umane di logica; gli algoritmi di machine learning non sempre sono trasparenti, spiegabili o interpretabili, soprattutto se utilizzano tecniche di deep learning. Alto è il rischio della lesione dei diritti fondamentali e dell’alterazione dell’essenza del processo; alta deve essere attenzione e prudenza nell’applicarla». Ma a turbare comprensibilmente gli attori del mondo legale sono in primo luogo gli strumenti di intelligenza artificiale generativa, come ad esempio ChatGPT, che potrebbero produrre rappresentazioni errate o riportare informazioni inesistenti, aumentando così i pericoli per l’avvocato che si avvale di tali strumenti nei confronti del suo assistito. Un ulteriore motivo di preoccupazione riguarda la possibile riduzione delle attività di consulenza e assistenza legale. L’introduzione di sistemi di intelligenza artificiale nel contesto del diritto penale, inoltre, potrebbe addirittura portare a una disumanizzazione della giustizia. Un algoritmo, per sua natura, non riesce infatti a comprendere le motivazioni psicologiche sottese ai comportamenti umani e, di conseguenza, non è in grado di valutare la possibile applicazione di cause di giustificazione (scriminanti) in grado di escludere l’illegalità di un atto. Infine – conclude - la ‘giustizia algoritmica’ tende a cristallizzarsi sui precedenti, che rielabora in funzione delle sentenze da pronunciare, mentre la giurisprudenza è chiamata a nutrirsi di aperture all’innovazione e di dinamismo decisionale, in funzione dei continui cambiamenti di contesto insiti nella complessità della realtà”.
 
Marco Bascetta, il Manifesto
Marco Bascetta sul Manifesto si chiede ‘chi soffia davvero sull’antisemitismo’: “I tweet – scrive Bascetta - sono una trappola mortale. Perché l’asserzione senza argomentazione si espone con ogni probabilità alle esecuzioni sommarie. Prendiamo il caso di Francesca Albanese, l’inviata speciale delle Nazioni unite per i territori palestinesi occupati, di cui Francia, Germania e una associazione di avvocati internazionali chiedono le dimissioni. L’accusa che le viene rivolta è di avere infranto un tabù mettendo in relazione il massacro perpetrato il 7 ottobre dello scorso anno in Israele dalle milizie di Hamas con lo stato di oppressione in cui vive da decenni la popolazione palestinese, piuttosto che con una pura e semplice insorgenza di violenza antisemita. Le due cose non sono però così fortemente in contraddizione, non si escludono a vicenda. Non vi è dubbio alcuno che tra i palestinesi, soprattutto quelli più vicini al fondamentalismo islamico, o segnati da un vissuto tragicamente ferito, siano andati affermandosi sentimenti antisemiti. Non si può negare, tuttavia – prosegue - che le condizioni in cui versa la popolazione palestinese e le vessazioni a cui è sempre più pesantemente sottoposta abbiano a loro volta contribuito al diffondersi di questi sentimenti di odio. Il tabu ha però, a ben vedere, una sua precisa funzione: usare l’argomento dell’antisemitismo non tanto per denunciarne l’effettiva velenosa presenza, ma per mettere in ombra tutti gli altri fattori che confluiscono nell’ostilità dei palestinesi verso le politiche e le forme di controllo esercitate ai loro danni dallo stato ebraico. Citare questi fattori non costituisce in alcun modo una giustificazione dei crimini commessi dai miliziani sul territorio israeliano. Ometterli, invece, vuol dire sottrarsi a ogni responsabilità politica e posizionarsi sul terreno dell’inimicizia assoluta, senza soluzione diversa dall’annientamento dell’avversario. Che uno stato in guerra si autoassolva di ogni crimine e si dipinga, contro ogni evidenza, come il più umano, corretto, democratico e rispettoso del diritto è cosa consueta. Ma per il resto della comunità internazionale, compresi gli alleati di Israele – conclude - stare a questo gioco di propaganda bellica non è certo un comportamento dignitoso”.
 
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