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Il nodo dei leader: l'America ha un problema (anzi due)

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 12/02/2024

Il nodo dei leader: l'America ha un problema (anzi due) Il nodo dei leader: l'America ha un problema (anzi due) Federico Rampini, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Federico Rampini si occupa della campagna elettorale americana e dell’accusa rivolta al presidente Biden di essere «troppo vecchio per essere un presidente efficiente»: accusa condivisa da una maggioranza schiacciante degli elettori. Il New York Times, apertamente schierato con il Partito democratico, nel proprio sondaggio più recente conferma che il 70% degli intervistati la pensa così. Per questo 81enne la campagna elettorale è già un calvario, sottolinea Rampini: non passa giorno senza gaffe, errori, smemoratezze. Questo accade mentre la più antica liberaldemocrazia deve guidare l’Occidente in un mondo sconvolto da due conflitti gravi, Ucraina e Gaza, più altri focolai di tensione che possono aggravarsi. Tra Vladimir Putin che lo invita a un negoziato alle spalle del popolo ucraino, Benjamin Netanyahu che ignora la mediazione americana, l’Iran che orchestra attacchi per procura, non è il momento in cui vorremmo dubitare della lucidità del presidente americano. Pure Donald Trump dà segnali di senescenza, ha solo quattro anni di meno (77) e non è affatto in forma. Ma i suoi problemi maggiori sono altri. L’analista dei sondaggi del New York Times, Nate Cohn, riconosce che l’età di Trump preoccupa «meno della metà» di coloro che reputano Biden inadeguato. Il repubblicano è in vantaggio nelle indagini demoscopiche. Resta possibile un suo inciampo finale: i processi a suo carico possono costargli a novembre una mini-emorragia di voti centristi e moderati, quanto basta per perdere. È inaudito che una nazione giovane, all’avanguardia nell’innovazione tecnologica, con l’economia più dinamica del mondo, sia ridotta a scegliere il proprio leader tra «un deficiente e un delinquente»: battuta offensiva e perfino volgare, che però riassume in modo brutale come le due Americhe percepiscono ciascuna il candidato dell’altra. Senza idealizzare l’America di una volta, uno scenario assurdo come l’attuale non si è mai verificato.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
Su Repubblica anche Ezio Mauro si occupa del problema dell’età del presidente Usa Biden, definendolo “il suo principale avversario, capace addirittura di sbarrargli la strada”. Il leader degli Stati Uniti – scrive Mauro – ha 81 anni e tre mesi, ne aveva 78 quando è entrato alla Casa Bianca dopo aver battuto Donald Trump col maggior numero di voti della storia, oltre 81 milioni, e con il record di più anziano presidente mai eletto, un elemento di forza e uno di fragilità. Il 25 aprile dello scorso anno Biden ha annunciato la sua ricandidatura per i prossimi quattro anni: se vincesse, superando tutti gli ostacoli nel suo partito e fuori, dove si profila nuovamente l’ombra vendicativa di Trump, terminerebbe il suo mandato a 86 anni. Negli anni di crisi o di guerra, tuttavia, quando cresce l’insicurezza della popolazione, il dato biografico del presidente diventa biologico, e la fisiologia del potere sovrasta la politica. È esattamente ciò che sta avvenendo, e che tiene sospesa la corsa elettorale dell’America. Come in quasi tutte le Costituzioni, anche negli Stati Uniti è fissata una soglia minima di età per poter concorrere alla carica di presidente, i 35 anni. Non si parla invece di un limite di età in alto, in quanto non c’è una norma che escluda i candidati troppo avanti con gli anni. Ma rispetto al passato, in cui l’esperienza era considerata un valore, oggi conta su tutto l’energia, l’immediatezza, la reattività: il presente, anzi l’oggi, comunque il contemporaneo, meglio ancora il nuovo. La curiosità batte la conoscenza, l’innovazione vince sull’esperienza. Tutto si consuma nel continuo cambio di fase, nulla dura sufficientemente a lungo per diventare punto di riferimento, ogni fenomeno sociale, culturale, artistico brilla nella precarietà, perché rischia in ogni momento di essere soppiantato dall’ultima novità, in una continua sostituzione dell’effimero, dove tutto è performance. In questo ambiente sociale, l’anziano è sempre meno una risorsa, sempre più una riserva: appartata, su un binario morto, o comunque a scartamento ridotto.
 
Alessandro Sallusti, Il Giornale
Le frasi di Donald Trump ostili alla difesa dell’Europa da parte dell’America – commenta sul Giornale Alessandro Sallusti – sono certamente inquietanti e offensive, ma sono comunque un campanello di allarme sui rischi a cui può portare il pacifismo furbetto tanto di moda in questa parte del mondo. Trump, ex e probabile prossimo presidente degli Stati Uniti, ha detto ieri durante un comizio nel South Carolina, che i membri dell’Alleanza atlantica - quindi anche l’Italia - devono spendere come da impegni presi il 2% del loro Pil per la difesa comune e ha dichiarato che non esiterebbe a incoraggiare la Russia ad attaccare i Paesi che non rispettino quest’obbligo, definendoli «delinquenti». Detto che tutti i Paesi europei membri della Nato sono ben lontani da quel due per cento (l’Italia è all’1,68 - circa 33 miliardi l’anno - contro il 3,45 degli Stati Uniti) è chiaro che l’America, non solo Trump, è stufa di pagare la maggior parte del conto per la sicurezza di commensali abituati a mangiare a sbafo fin dalla fine della Seconda guerra mondiale e nei cui Paesi, per di più, si è fatta larga l’idea che i soldi investiti per la difesa sono sterco del diavolo sottratti a esigenze più pressanti e che la Nato è una sorta di associazione a delinquere internazionale. Difficile dare torto a Trump nelle cui parole ci sono sì propaganda e demagogia, ma anche un sottinteso assai semplice: pace e libertà non sono gratis, hanno un costo e vanno difese da malintenzionati se necessario con armi e tecnologie più efficaci di quelle degli aggressori. In altre parole: se vuoi stare in pace non basta esporre alle finestre bandiere arcobaleno o marciare coi ceri in mano, devi armarti altrimenti il Putin di turno farà di te ciò che vorrà. Dubito che l’America possa permettersi di far scorrazzare a piacimento potenze che le contendono il ruolo di guida del mondo (pagherebbe lei per prima prezzi altissimi) ma non dubito che, Trump o non Trump, l’Europa debba velocemente mettersi nelle condizioni di potersi difendere da sola, unico modo per sganciarsi dalla sudditanza nei confronti degli Stati Uniti.
 
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