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Hrytsak: «Licenziare Zaluzhny? È stato un errore di Zelensky: in Ucraina lo amano tutti»

Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera, 11 febbraio

Redazione InPiù 11/02/2024

Hrytsak: «Licenziare Zaluzhny? È stato un errore di Zelensky: in Ucraina lo amano tutti» Hrytsak: «Licenziare Zaluzhny? È stato un errore di Zelensky: in Ucraina lo amano tutti» "Stiamo assistendo alla preparazione della prossima fase politica e militare ucraina. Non ho difficoltà a pensare che Valery Zaluzhny sarà il presidente del futuro, o comunque l'uomo chiave che lo determinerà», sostiene lo storico e politologo Yaroslav Hrytsak, intervistato da Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera di domenica 11 febbraio, commentando il lungo braccio di ferro che tre giorni fa ha determinato la mossa di Volodymyr Zelensky per le dimissioni del comandante in capo delle forze annate ucraine. Cosa ha motivato il presidente? «Disponiamo di scarsi elementi per giudicare. Zelensky in questi due anni di guerra ha generato un'organizzazione del potere chiusa, molto simile a quella che imperava ai tempi dell'ex presidente filorusso Viktor Yanukovich. L'ironia di questa storia resta che Zelensky è nato come un leader che rompeva col vecchio sistema, avrebbe voluto riformarlo drasticamente, ma adesso lo ha ricreato. Si può spiegare dicendo che è colpa della guerra, dell'urgenza di difendersi dall'aggressione russa, lo capisco e non lo critico, però questa è adesso la realtà: un'organizzazione del potere verticistica e poco trasparente». I soldati amavano Zaluzhny... «Gli ucraini in maggioranza erano contrari alle sue dimissioni e il presidente lo sa benissimo. La cosa è curiosa, perché Zelensky è un populista molto attento agli umori della gente, però si è dimostrato disposto a sfidarli».
 
Perché? «Credo che lo abbia fatto perché in gioco c'è la visione politica e militare del futuro dell'Ucraina. Si va ben oltre il conflitto personale tra Zelensky e Zaluzhny. I due percepiscono la guerra in modo ormai opposto, ma la visione di Zelensky presenta gravi contraddizioni e problemi insolubili». Cioè? «Sin dalle primissime settimane del conflitto, Zelensky ha prospettato un successo rapido, si fida del suo intuito e della fortuna. Ancora adesso parla della necessità di liberare tutte le zone occupate, compresa la Crimea, senza però dirci come. Ma ormai è evidente che siamo entrati in un lungo conflitto di attrito. Zaluzhny, dopo il fallimento della contro-offensiva l'estate scorsa, si stava razionalmente attrezzando per resistere, aveva accantonato le mire sulla Crimea. Zelensky non lo accetta, anche perché ben difficilmente potremmo vincere se diventasse un prolungato braccio di ferro sulle risorse e sulla capacità di tenuta della nostra popolazione. Cresce il rischio della sconfitta. Zelensky non ha risolto la contraddizione insita nella volontà di combattere e però della possibilità reale di perdere se il conflitto durasse per troppo tempo. Vorrebbe essere come Churchill, ma non ha lo stesso coraggio di dire agli ucraini che oggi può soltanto assicurare sudore, lacrime e sangue. Ed esige di avere attorno a sé collaboratori su cui può contare, cerca bravi esperti che però non lo contraddicano, in realtà vuole yes-men». Oleksandr Syrsky, il nuovo comandante in capo, è uno yes-man? «Certamente molto più di Zaluzhny, che non lo era affatto. Questa scelta rivela anche le debolezze di Zelensky, preoccupato tra l'altro dall'ombra di Trump e dalla diminuzione del sostegno militare alleato. Non invidio le sue difficoltà, oltretutto appare stanco, logorato da due anni per garantire la tenuta civile e militare del Paese. Purtroppo,  è proprio la stanchezza che induce a commettere errori».
 
Zaluzhny potrebbe diventare l'alternativa politica di Zelensky? «È ovvio, ma non subito. Lui dice di non avere aspirazioni politiche. Ma siamo in una delicata fase di transizione, nel prossimo futuro il suo peso politico crescerà: è troppo popolare e carismatico perché ciò non avvenga. Certo è che oggi si sta comportando molto bene, evita lo scontro frontale con il presidente e i suoi uomini, si ritira in buon ordine, persino ammette i propri errori e questo lo rende ancora più simpatico. Mi attendo che ad un certo punto gran parte della società civile lo vorrà come leader». Quanto pesa la necessità di trovare una pace di compromesso con Putin? «Qui siamo tutti convinti che Putin intenda ancora occupare l'intera Ucraina e farne uno Stato satellite come la Bielorussia. Qui tanti sarebbero anche pronti al compromesso, c'è stanchezza, ma non si fidano. Nonostante le sue promesse, anche nell'ultima intervista all'ex giornalista di Fox, nessuno crede a Putin. Qualsiasi concessione territoriale da parte nostra necessiterebbe di granitiche garanzie da parte della Nato, dovrebbero essere assolutamente diverse dal precedente degli accordi di Budapest nel 1994, che avrebbero dovuto assicurarci indipendenza e integrità territoriale sui confini del 1991, ma sono stati violati da Putin sin dal 2014. Ci siamo già bruciati una volta, lo abbiamo pagato sulla nostra pelle: non deve ripetersi». 
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