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Parlare davvero di Africa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 08/02/2024

In edicola In edicola Goffredo Buccini, Corriere della Sera
Sul fronte dell’immigrazione “serve un cambio di paradigma”. Goffredo Buccini sul Corriere della Sera analizza il cosiddetto Piano Mattei: “Perciò – scrive l’editorialista - nonostante una certa dose d’incompiutezza accompagnata per ora da mezzi assai scarsi, è sbagliato guardare con sufficienza al Piano Mattei di cui il governo ha svelato i contorni al vertice di fine gennaio tra Italia e Africa. Non è un’invenzione ma un’intenzione, diceva mesi fa un bravo diplomatico, spiegandolo agli scettici con encomiabile understatement. Una buona intenzione, si può aggiungere ora, diffidando di giudizi apodittici ed estremi. Le analisi radicali, del resto, si attagliano poco a una dimensione complessa quale è l’Africa, che continuiamo a raccontare come un unicum e invece è un mosaico di 54 nazioni e di realtà economiche, politiche e sociali che vanno da possibili locomotive del futuro a lande di disperazione. Le radici di questo progetto di cooperazione «tra pari» - sottolinea Buccini - s’allungano in effetti ben lontano dal nostro Mediterraneo. E affondano nello choc energetico derivato dall’invasione dell’Ucraina e dalla necessità di sostituire in fretta il gas dell’impresentabile Putin. Di fronte a un’emergenza che la espone al «fuoco amico» della Lega, Meloni, cui non difetta una certa pragmatica incoerenza, abbandona l’irrealizzabile formula del blocco navale proposta per anni come panacea e comincia a pensare in termini sistemici: energia, migrazioni e sviluppo quali parti di un’equazione che va risolta con l’Africa. È un sano bagno di realtà di cui le opposizioni non dovrebbero dolersi, perché si passa dal muro in mare al ponte sul mare. Con un approccio che tenta di mettere l’Italia al centro di uno scacchiere da cui è stata assente per troppo tempo. Il rischio di puntare troppo sul fossile, di condurre una battaglia non di avanguardia nello sviluppo africano ma solo di mettere una toppa alla crisi energetica, l’ipotesi d’uno scambio meccanico su un’immigrazione da fermare anziché da formare: sono tutte possibili falle del progetto. Ma un progetto c’è”.
 
Stefano Cappellini, la Repubblica
“C’è da sospettare che, quando a Giorgia Meloni vittoriosa toccò il non sgradevole compito di stilare la lista dei ministri, non avrebbe mai immaginato che la più potente rivolta sociale nel Paese sarebbe scoppiata proprio nel settore di competenza scelto per il ministro a lei più vicino: Francesco Lollobrigida”. Lo scrive Stefano Cappellini su Repubblica osservando che “per Meloni doveva essere un punto di forza: un membro del governo a lei fedelissimo per ragioni non solo politiche. Ora dopo mesi di gaffe, scivoloni e dichiarazioni fuori controllo Lollobrigida si è ufficialmente trasformato nel punto debole di Meloni. Lollobrigida è chiaramente spiazzato dai fatti e non sa, o forse non può, rispondere. Dal punto di vista politico, non fa una grande differenza. Beffardo, per lui e la presidente, che l’inverno caldo sia divampato per via degli agricoltori visto che, se c’è una sigla che in questi mesi si è dimostrata collaterale al governo, è senz’altro Coldiretti. La scelta di Lollobrigida al ministero si sta rivelando miope: maneggiare le politiche agricole, materia ipertecnica e centrale in Europa, nonché guidare il settore nell’era dello sviluppo sostenibile e della transizione ecologica, è più complesso che commentare in studio al Tg1 l’approdo dei maccheroni su Marte. Il primo ad aver capito quanto possa pesare sul governo il caso Lollobrigida non è uno dei leader dell’opposizione, anche se tra questi ultimi, grazie al ministro della Sovranità alimentare, pare rientrato a pieno titolo pure Matteo Renzi, che da giorni parla di Lollo-tax per gli agricoltori e si propone di sfiduciare il ministro in aula. In prima linea contro il ministro-cognato c’è il capo di un’altra opposizione, quella interna alla maggioranza, ovviamente Matteo Salvini, al quale non è parso vero di poter aprire un nuovo fronte di attacco alla presidente del Consiglio senza doversi improvvisare solidale difensore di Chiara Ferragni o inventarsi altri improbabili smarcamenti. Lollobrigida è l’aratro che traccia il solco, ma è la spada di Meloni che lo difende. Salvini sa che Lollobrigida non è Daniela Santanché, non è Vittorio Sgarbi, pedine che Meloni può sacrificare o anche no, a seconda del momento e dell’opportunità. Lollobrigida – conclude - va protetto a oltranza, e questo lo rende in prima battuta più solido, ma come tutti i muri portanti è quello che da solo può far cadere mezzo edificio. Salvini confida che sia la metà abitata da Fratelli d’Italia”.
 
Stefano Stefanini, La Stampa
Stefano Stefanini sulla Stampa parla della questione mediorientale sottolineando come la rigidità di Netanyahu non chiuda il negoziato: “A chi credere sul negoziato per la tregua a Gaza? Benjamin Netanyahu proclama «non cederemo fino alla vittoria finale», mentre Anthony Blinken, incontrato poco prima, parla di «terreno in comune» con Israele per un accordo. Fra Washington e Gerusalemme – osserva Stefanini - ci sono stati dissensi in passato, anche seri dai tempi di Reagan e di GH Bush ai più recenti di Obama. Qui la divergenza è radicale. Netanyahu e Biden vogliono cose diverse. Fermo restando il diritto di Israele a difendersi da Hamas, il Presidente americano ha già chiamato «indiscriminati» i bombardamenti a Gaza. È sotto la pressione dei segmenti pro-palestinesi dell’elettorato che vorrebbero la tregua a Gaza subito. Ha assolutamente bisogno del loro voto a novembre. Dopo il 7 ottobre, si è convinto che la questione palestinese non può più essere cacciata sotto il tappeto – l’ha fatto per quindici anni per 15 anni Netanyahu, ma nessuno in America, o in Europa, ha protestato più di tanto. Bisogna tornare alla soluzione due Stati. Netanyahu risponde picche sia su Gaza che sullo Stato palestinese. A parte la vittoria finale» invocata in conferenza stampa – concetto sfuggente – il Primo Ministro israeliano non dice cosa vuole. L’istinto di sopravvivenza non gli ha mai fatto difetto. Benjamin Netanyahu vuole rimanere in sella malgrado il disastro del 7 ottobre, con lui al governo. Se tiene duro fino a novembre, può sperare in un Presidente Trump che già gli aveva dato carta bianca con i palestinesi. Il negoziato mette a rischio la sopravvivenza politica di Netanyahu, a meno di non offrirgli la resa di Hamas. Che naturalmente non ci sta. Per Hamas e per Yahya Sinwar, la resa a mette a rischio la sopravvivenza fisica e militare oltre che politica. Per sopravvivere chiedono una tregua così lunga che equivarrebbe ad una fine della guerra, esattamente l’opposto di quello che vuole Netanyahu. Questi – conclude - gli strettissimi margini della mediazione del Segretario di Stato americano, coadiuvato dalle diplomazie egiziana e qatarina, con la non distante ombra lunga saudita”.
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