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La riforma e un velo di ipocrisia

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 08/02/2024

La riforma e un velo di ipocrisia La riforma e un velo di ipocrisia Antonio Polito, Corriere della Sera
Il centrodestra – commenta Antonio Polito sul Corriere della Sera – sta faticosamente tentando di riparare il progetto di premierato nei punti dove più faceva acqua. Ma per ottenere questo risultato sta anche inevitabilmente toccando le prerogative del capo dello Stato, che pure aveva giurato di voler lasciare intatte. Nella nuova versione il potere di scioglimento del Parlamento passa in molti casi nelle mani del premier, così come quello di proporre la revoca dei ministri. Non è necessariamente un male: almeno così si solleva il velo dell’ipocrisia. L’elezione diretta è infatti una coperta che non può coprire tutto. I poteri del premier, quelli del presidente e quelli del Parlamento, si bilanciano l’uno con l’altro, e in qualsiasi sistema politico chi è eletto direttamente ha una legittimazione sovraordinata. Eppure, nonostante i cambiamenti introdotti, è rimasto in piedi quello che un esperto come Calderisi chiama «il diritto di imboscata» al premier da parte degli alleati. Ma il nodo vero, quello intorno al quale si aggrovigliano tutti questi intoppi, è un altro: quale sarà il sistema elettorale che verrà scelto? Oggi sappiamo solo che il premier sarà eletto direttamente, ma non come. Mentre la prova del budino sta nel mangiarlo. Quando si danno poteri così ampi a una sola persona, di solito l’unico modo democraticamente soddisfacente e politicamente funzionante è che debba ottenere il suffragio della maggioranza dei votanti, cioè il 50% più uno. Si può scegliere la formula con cui questo avviene, ma dal presidente degli Stati Uniti a quello francese, fino al sindaco di Varese o Catanzaro, sempre di un ballottaggio si tratta. Questo sistema di elezione risolverebbe inoltre in radice anche la questione dei poteri del premier rispetto alla sua maggioranza. Quindi delle due l’una: o il centrodestra rinuncia all’elezione diretta e si limita a stabilire l’indicazione sulla scheda elettorale del candidato premier, soluzione più che praticabile; oppure, se insiste sull’elezione diretta, deve accettare che non sia finta e preveda la maggioranza assoluta.
 
Linda Laura Sabbadini, la Repubblica
Su Repubblica Linda Laura Sabbadini avverte che quello che sta avvenendo a livello europeo sulla direttiva contro la violenza sulle donne è un campanello d’allarme nel processo di costruzione della nostra Europa, da considerare prima che sia troppo tardi. Si dovevano trasformare in legge europea i principi della convenzione di Istanbul, rendendo reati europei tutte le forme di violenza, con conseguenti sanzioni per i Paesi che non l’avessero applicata. Il testo passato a maggioranza nel Parlamento europeo, anche grazie al lavoro di tante parlamentari, e in particolare dell’instancabile Pina Picierno, relatrice italiana e dei socialisti, rispecchiava molto di più la Convenzione di Istanbul. E invece no. La direttiva è stata snaturata. Ma come è possibile che prima un Parlamento voti a maggioranza una buona legge e poi questa venga svuotata? È completa sottovalutazione, ignoranza sul problema o c’è dell’altro? Siamo di fronte a un cedimento sui principi che deve preoccuparci seriamente. L’Unione Europea è sempre stata un punto di riferimento per questo, non solo per il mondo, ma anche per gli stessi Paesi che a lei guardavano, come quelli dell’Europa orientale. Quello che sta accadendo è il sintomo di un cedimento sui diritti delle donne che non ci aspettavamo, un modo per non affrontare temi divisivi nei Paesi in campagna elettorale (Francia e Germania) o un tentativo di mediare, glissando magari sulle titubanze o persino vocazioni reazionarie che affiorano in alcuni Paesi dell’Unione. Peccato che si stia giocando col fuoco, i compromessi non si fanno a scapito dei diritti. Non si fanno a scapito dei diritti delle donne. Ne va dell’identità stessa dell’Europa. In questa vicenda ha vinto un’Europa pavida, che invece di andare fiera dei suoi valori democratici, di difenderli e rivendicarli con orgoglio, li mette da parte perché scomodi o, chissà, ne fa materia di scambio.
 
Caterina Soffici, La Stampa
Sulla Stampa anche Caterina Soffici si occupa del tema trattato da Sabbadini. E chiede se sia così difficile affermare che un rapporto sessuale senza consenso è stupro e che lo stupro è un reato Evidentemente – afferma – c’è qualcuno – troppi – a Bruxelles che pensa non sia opportuno, in questi mesi di campagna elettorale, affrontare temi controversi. Cioè i diritti delle donne sarebbero un tema divisivo. Lo pensa sicuramente Orban e c’è poco da stupirsi. Ma stupisce che a chiedere lo stralcio dell’articolo 5, (che disciplinava il reato di stupro come mancanza di consenso esplicito) della nuova direttiva europea contro la violenza sulle donne ci siano anche Francia e Germania. Macron, batti un colpo. Ursula, dove sei finita? Dì qualcosa al tuo connazionale Scholz. L’Italia era favorevole, ma non è bastato a evitare un compromesso al ribasso piuttosto vergognoso. Oltre al danno è andata in scena anche una sottile beffa: nel testo si invitano i paesi membri a sensibilizzare le popolazioni contro il reato di stupro. Sensibilizzare che significa? Senza introdurre norme, è una raccomandazione pleonastica. Questo sconcio giuridico è andato in scena martedì sera, quando il cosiddetto “trilogo” (il negoziato tra la Commissione, il Consiglio e il Parlamento Ue) ha partorito un topolino cieco. Il testo uscito dal Parlamento europeo è stato mutilato quando in Consiglio non ha raggiunto la maggioranza. Perché i diritti (principalmente delle donne, ma non solo) fanno così paura? Sembra quasi che troppi a Bruxelles abbiano avuto paura di dire chiaramente che il corpo delle donne non si tocca senza consenso. Una visione patriarcale (sì, usiamola questa parola) che ha anche scatenato battute e i soliti commenti idioti in rete, del tipo «meno male, per fare sesso non devo andare dal notaio».
 
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