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L'identitÓ europea svanita

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 05/02/2024

L'identitÓ europea svanita L'identitÓ europea svanita Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
Partendo da un articolo di Federico Poggianti pubblicato un paio di settimane fa sul magazine on line de Il Mulino, intitolato «Come Bruxelles condiziona la ricerca», sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia critica la scelta di Bruxelles di destinare il grosso dei suoi finanziamenti alle discipline tecnico-scientifiche di area cosiddetta Stem (il 98%) e quasi tutta la parte residuale alle scienze sociali (tutte le sociologie, la psicologia, l’economia). Per le materie umanistiche vere e proprie solamente le briciole. E il motivo – spiega Galli della Loggia – è che  la maggior parte delle loro ricerche insistono naturalmente in un ambito nazionale. In quell’ambito, cioè, che secondo il «politicamente corretto» dominante a Bruxelles deve essere messo al bando e spento. Agli occhi del vuoto utopismo paneuropeo privo di radici, la nazione resta il nemico primo. Negli ambienti dell’europeismo che conta e che ispira ogni giorno la politica dell’Unione resta tuttora centrale (anche se oggi espressa con una certa cautela) l’idea dell’obbligatorio declino dello Stato nazionale, la convinzione messianica della sua futura, inevitabile scomparsa.
Ma c’è qualcosa in tutto ciò di tragicamente suicida. L’Europa ufficiale non si accorge, infatti, che in questo modo, lungi dall’affrettare l’avverarsi della sua utopia, in realtà essa non fa che sancire l’implausibilità di qualunque speranza di divenire un soggetto politico degno di questo nome. Dal momento che solo se ogni nazione europea avrà la conoscenza e la consapevolezza più ampie della propria storia e della propria identità, solamente se questa sarà nota e familiare anche a tutte le altre, solamente se si stabilirà questa larga circolarità delle particolarità di ognuna, solo a questa condizione è immaginabile che si verifichi quanto è necessario. E cioè che pur nell’assenza di una lingua comune, si radichi negli europei la coscienza delle profonde radici che li uniscono, di tutto ciò che li avvicina, che forma un’identità comune: e che quindi può divenire la premessa anche per un futuro storico comune.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
Scrive Ezio Mauro su Repubblica che la metà del campo politico che in Italia si contrappone a Giorgia Meloni e si prepara a sfidarla nelle elezioni europee sotto il nome antico di centrosinistra, non ha nessuna possibilità di vincere e di convincere se non si dota dello strumento indispensabile per interpretare il momento storico che stiamo vivendo, e cioè una linea condivisa di politica estera. A sinistra oggi ce ne sono due, contrapposte e antagoniste. La sinistra è divisa sulle responsabilità del conflitto, sulla strategia da seguire, sugli aiuti a Kiev, sugli armamenti e soprattutto sulle possibili vie d’uscita dalla guerra. Poco per volta le differenze tra i due soggetti principali dell’opposizione si sono fissate su due assoluti, irrigidendosi: la pace per i Cinque Stelle, la democrazia per il Pd. Stiamo incredibilmente assistendo a un contesa innaturale tra pace e democrazia, che poteva nascere soltanto a sinistra, come ultima deformazione dello scontro eterno tra le sue due anime. Per il Pd infatti sono i principii della democrazia calpestata nell’invasione russa che impongono un sostegno al martirio di Kiev. Per i grillini l’imperativo della pace è invece assoluto. Sono due posizioni inconciliabili, che non possono produrre una cultura politica condivisa, e tantomeno una maggioranza e un governo. Non solo. Scavando nel nodo identitario sempre irrisolto della sinistra, rivelano una nuova faglia interna che arriva fino all’idea di Europa, al ruolo della Nato, agli obblighi della democrazia e addirittura al concetto stesso di sinistra, non per caso messo in discussione da Conte: che preferisce il termine “progressisti” per contrapporsi direttamente ai conservatori di Giorgia Meloni, e anche alla tradizione di cui il Pd è erede. Col risultato, per il Paese, di avere una destra atlantica ma non occidentale, e una sinistra che sbandiera valori a patto di non doverli difendere. Due incompiute che non fanno un insieme.
 
Filippo Facci, Il Giornale
Il Partito Democratico che parla di «populismo penale», commenta sul Giornale Filippo Facci, dovrebbe apparire come un’autocritica storica, un mea culpa sui recenti trent’anni di storia italiana. E invece no, la frase di Elly Schlein, che ieri ha attaccato il governo e ha citato un suicidio in carcere e una proposta del Pd sulle detenute madri, è giust’appunto questo: una continuazione del populismo penale con altri mezzi, un nuovo addendo in una somma di miserie che vedono pochi garantisti (veri) da sempre in una minoranza trasversale ai partiti, ma sempre (sempre) allineati e coperti in quel Pci-Pds-Pd che nei momenti che contano ha sempre spiato il vento, l’aria che tirava. C’è da restare tramortiti al pensiero di quanti esempi si potrebbero fare, e si potrebbe cominciare dal dettaglio che Elly Schlein ha parlato proprio da Teramo, città nativa di Marco Pannella e dei suoi Radi- cali, gli unici veramente vicini alle retroguardie del mondo carcerario e i soli a proporre referendum potenzialmente decisivi sulla giustizia: ciò anche di recente, con quesiti che affrontavano nodi cruciali con l’appoggio pure di Carlo Nordio, ministro di questo governo, e il prevalente sostegno dei partiti che lo hanno nominato. E il Pd? Il Pd proclamava una pilatesca «libertà di voto», forse perché giudicava «populismo penale» occuparsi delle correnti della magistratura nel Csm, introdurre varianti meritocratiche nelle carriere dei togati, volere separare le loro funzioni giudicanti e requirenti (le famose carriere), impedire i consolidati abusi della custodia cautelare (su questo Fdi era per il «no») e infine abolire quella Legge Severino che può costringere un eletto a dimettersi subito, anche se un processo poi lo riconoscerà innocente. Tutte cose che questo governo cerca di riproporre nel quadro di una riforma più ampia e possibilmente storica, ma ora giudicata «populismo penale» da chi ha avuto il fegatodi governare con chi? Coi forcaioli urlanti dei Cinque Stelle e del guardasigilli Alfonso Bonafede.
 
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