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Schutz: “I due Stati non sono la soluzione magica. Israele è attaccata dall'Iran su tutti i fronti”

Giordano Stabile, La Stampa, 30 gennaio

Redazione InPiù 04/02/2024

Schutz: “I due Stati non sono la soluzione magica. Israele è attaccata dall'Iran su tutti i fronti” Schutz: “I due Stati non sono la soluzione magica. Israele è attaccata dall'Iran su tutti i fronti” «La soluzione dei due Stati potrebbe essere un’idea legittima, il disarmo, la pace ovviamente sono obiettivi accettabili, anche nobili, se vogliamo, ma non corrispondono alla realtà che noi israeliani dobbiamo affrontare in questo momento: ci siamo trovati i terroristi nelle nostre case e adesso siamo impegnati in una guerra, ma non a Gaza, bensì su quattro fronti, una guerra orchestrata dall’Iran». Intervistato da Giordano Stabile per La Stampa del 30 gennaio l’ambasciatore di Israele alla Santa Sede, Raphael Schutz, commenta  «con grande attenzione e interesse» l’intervista con Papa Francesco sullo stesso quotidiano. Ma, in un’ottica israeliana, l’idea di uno Stato palestinese appare sfumata, in lontananza, di fronte alla necessità di difendersi e ripristinare la sicurezza ai confini. Ambasciatore, come risponde all’appello del Pontefice per una rapida soluzione del conflitto, appunto nel solco della soluzione “due popoli, due Stati”? «Ci sono vari aspetti. Il primo, tengo a sottolineare, è che non ci troviamo di fronte a un “conflitto a Gaza”. Siamo di fronte a una guerra su almeno quattro fronti: Hamas a Gaza, al confine con il Libano con Hezbollah, con le milizie filoiraniane in Siria, nel Mar Rosso con gli Houthi. L’Iran è la grande potenza dietro a tutti i conflitti. Ci attacca attraverso le varie milizie manovrate dai Pasdaran. Su questo piano è fuorviante vedere la nascita di uno Stato palestinese come la soluzione». E poi? «E poi, per quanto riguarda più da vicino i palestinesi, Hamas è il primo a non volere la soluzione a due Stati. Lo ha ribadito anche di recente il leader Khaled Meshaal. Hamas ha un’ideologia jihadista che punta alla cancellazione di Israele, questa è la realtà. Vedere i “due popoli, due Stati” come una specie di bacchetta magica che risolve tutto in un colpo è quantomeno ingenuo, e di sicuro sbagliato». Ma se Hamas venisse sconfitta, ci fosse un cambio nell’atteggiamento della leadership palestinese, sarebbe di nuovo una strada percorribile? Il governo israeliano potrebbe accettarla? «Devo essere molto schietto. Non so risponderle in questo momento. Israele è governata da un esecutivo di emergenza. Al suo interno ci sono posizioni diverse sui due popoli, due Stati. Alcuni sono contrari. Altri sono d’accordo». E per quanto riguarda l’opinione pubblica israeliana? «Difficile dire. Certo l’impatto del 7 ottobre è stato molto forte. Noto una diminuzione del sostegno alla soluzione “due Stati”».
 
Quanto è cambiata Israele dopo il 7 ottobre? «Molto di più di quanto viene percepito qui in Europa. C’è Una diversa sensibilità, una esistenziale, ed è anche normale. Le cose che avvengono vicino a noi ci colpiscono di più. Ma se la tua casa sta bruciando, cerchi qualcuno che ti aiuti a spegnere l’incendio. Le discussioni filosofiche possono aspettare. È bello parlare di disarmo, denunciare le nefaste conseguenze della corsa agli armamenti. Sono idee legittime, anche nobili. Sul piano teorico siamo d’accordo, ci mancherebbe, apprezziamo. Ma noi israeliani ci siamo trovati i terroristi nelle nostre case. E in quel momento contava soltanto avere le armi per difenderci, ma le armi non c’erano. Parlare di disarmo, in questo momento, è del tutto fuori contesto. Anche se penso che dovremo abituarci, basti vedere che cosa è successo all’Aja». Al processo nato dalla denuncia del Sudafrica di un possibile genocidio nella Striscia di Gaza. Come lo vive Israele? «Qui ci troviamo di fronte a un ribaltamento della realtà, come nel mondo descritto da George Orwell in 1984. Il Sudafrica accusa Israele di genocidio, quando è invece Hamas che ha come programma il genocidio, cioè cancellare lo Stato ebraico. E chi è che distorce la realtà? L’Onu, perché la Corte internazionale di giustizia all’Aja dipende dalle Nazioni Unite. Quelle stesse Nazioni Unite che gestiscono l’agenzia Unrwa, i cui dipendenti, almeno dodici di loro, sono coinvolti nel massacro del 7 ottobre, hanno partecipato agli orrori del 7 ottobre. Mi sembra, come minimo, che non si possa parlare di un giudice imparziale». I morti nella Striscia sono però tanti, troppi. Non c’è alternativa alla guerra? «Il bilancio delle vittime nella Striscia di Gaza è davvero alto e ogni vittima civile è una tragedia, ma alcuni punti devono essere chiari. Tutte le attività israeliane nella guerra sono in totale conformità con il diritto internazionale. La realtà nella Striscia di Gaza è che esiste un mix senza precedenti di obiettivi militari nella società civile, nelle scuole, nei luoghi di culto, nelle cliniche, negli ospedali, tutti luoghi usati per gli scopi militari di Hamas. Israele sta facendo tutto il possibile per evitare vittime civili mentre Hamas sta facendo l’esatto contrario. Solo Hamas è responsabile di questa tragedia. Nessun dito dovrebbe essere puntato contro Israele».
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