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Clò: «Le prossime Europee possono archiviare questo ambientalismo»

Tobia De Stefano, La Verità 4 dicembre

Redazione InPiù 09/12/2023

Clò: «Le prossime Europee possono archiviare questo ambientalismo» Clò: «Le prossime Europee possono archiviare questo ambientalismo» «Spero che nelle prossime elezioni europee si replichi l’effetto Timmermans, sonoramente sconfitto nel voto olandese, per i guasti provocati da un’impostazione tutta ideologica delle politiche ambientali, così da  modificarne sostanzialmente l’impostazione». Alberto Clò, ex ministro dell’Industria e responsabile della Rivista Energia, fondata nel 1980 con Romano Prodi, intervistato da Tobia De Stefano su La Verità del 4 dicembre, critica da tempo le normative green dell’Ue. È stato uno dei primi ad andare controcorrente, evidenziando che imponendo obiettivi alla transizione verde impossibili da conseguire in tempi rapidi – dal bando delle auto tradizionali alle case green – si finiva per colpire le fasce di popolazione a reddito medio-basso e per allargare il gap rispetto a quelle più abbienti che non fanno fatica a «regalarsi» una costosa auto elettrica o a ristrutturare casa. Oggi rimette a fuoco gli errori commessi a Bruxelles negli ultimi anni e prova a indicare quello che può succedere in futuro. Professore, lei è davvero convinto che le prossime elezioni europee (giugno 2024) possano cambiare il volto dell’Europa? «Lo spero alla luce di quello che è successo nelle recenti elezioni in Olanda con l’eclatante sconfitta di Frans Timmermans, prima vicepresidente della Commissione con delega al Green Deal e paladino dell’ideologia green». Non pensa che, Von der Leyen in testa, in tanti stiano tirando adesso il freno sulle varie direttive iper-ambientaliste per guadagnare consenso e una volta rieletti riproporre le stesse ricette? Insomma, che alla fine ne esca fuori un semplice maquillage? «Non credo. Io penso che imprese e famiglie stiano già pagando un costo elevato a causa della politica ambientale della Commissione. Soprattutto non riesco a capire la superficialità di alcune decisioni. L’ex presidente della Repubblica Luigi Einaudi diceva “conoscere per deliberare”, in Europa invece mi sembra siano state prese decisioni fondamentali per la vita dei cittadini senza aver contezza della fattibilità degli obiettivi sempre più ambiziosi e vincolanti che si fissavano, né degli effetti economici che ne sarebbero derivati». Per esempio? «Mi sembra evidente che i vari termini perentori, il 2035 per esempio per l’addio al motore endotermico nell’auto motive, siano stati indicati un po’ a caso, non basati su seri studi di fattibilità. Altrimenti sarebbe stata palese l’irrealizzabilità di alcuni obiettivi. Gli italiani non possono permettersi l’auto elettrica con vendite che stanno calando. Così come non possono spendere 30 o 40.000 euro o di più per la riqualificazione energetica dell’immobile nel quale vivono. Se non salti un metro e venti centimetri, non è logico alzare l’asticella a un metro e sessanta. Rischi di farti male. Soprattutto rischi di far male ai cittadini, che sono quelli che votano». Quindi lei pensa che l’impatto alle urne sarà forte? «Io penso che la miopia di una certa sinistra che ha sposato le tesi dell’Europa sull’ambiente potrebbe favorire una vittoria della destra in Europa». Che colpe ha la sinistra? «La colpa principale è quella di aver acriticamente sostenuto, col suo voto determinante in Parlamento, decisioni che hanno un impatto tremendo sulla vita delle persone normali, del ceto medio e delle fasce più povere, quelle che in teoria avresti dovuto difendere, così come sulle nostre imprese specie di minor dimensione. Fa specie poi che a sostenere certe tesi sia chi acquista l’auto elettrica come status symbol, mentre magari in garage ha un paio di costosi e inquinanti Suv». La sinistra radical chic. «Non so che tipo di sinistra sia. Ma le ripeto quanto detto in precedenza, prima di deliberare o di sposare una linea devi avere contezza degli effetti macroeconomici delle tue decisioni. Che succede con l’inflazione o l’occupazione? Quali sono le conseguenze sul debito pubblico? Le politiche ambientali sono una delle cause dell’aumento del costo della vita e generano un aumento del debito, perché dovrebbero essere massimamente finanziate dai privati. Chi paga di più per questo? Credo che la questione ambientale sia ancora sottovalutata nelle sue implicazioni politiche. I cittadini vengono a sapere delle decisioni adottate da Consiglio europeo e Parlamento a cose fatte, senza aver avuto una minima voce in capitolo, mentre i partiti se ne sono guardati dal dir loro le cose come stanno». In che senso? «Alle elezioni in Baviera di qualche mese fa (i Verdi hanno perso tre punti in Baviera e cinque in Assia ndr), un movimento denominato “Cittadini infuriati” contro l’iper-ambientalismo e nato da pochissimo tempo ha conquistato il 10% dei voti; in Finlandia il movimento “I veri finlandesi” è entrato al governo attaccando la transizione verde; idem in Svezia. Credo che nel voto europeo del 2024 si deciderà il futuro delle politiche climatiche europee». 
 
Lo stesso discorso possiamo farlo anche in Italia? «Io vedo che piangiamo giustamente per i problemi della Magneti Marelli che sono legati alla transizione green dell’automotive, ma credo che di casi simili alla Magneti ne avremo molti. Ci saranno sempre più aziende legate all’indotto dell’automotive che non riusciranno a riconvertirsi. Tutto questo comporterà una perdita di posti di lavoro. Dalla stessa Europa arrivano degli studi che ci dicono che il passaggio all’auto elettrica mette a rischio 600.000 posti di lavoro. Chi li tutela? Anche perché, mi faccia essere chiaro, se il vero obiettivo è quello di abbattere le emissioni nocive, quelle di CO2 in testa, allora noi Italia siamo una goccia, ma anche l’Europa è poco più di una goccia nel mare delle emissioni globali di anidride carbonica. Se l’Europa facesse tutto quel che ha imposto, esse si ridurrebbero di un’inezia. Se anche solo una minima parte delle risorse impiegate fossero state destinate ai Paesi poveri, come si va sostenendo alla Cop 28, i risultati sarebbero stati molto maggiori». Cosa vuol dire? «Prendiamo l’alluvione che ha devastato alcune terre in Emilia Romagna. Lei pensa che sia imputabile alle sole emissioni della regione? Certo che no. Il cambiamento climatico è un fenomeno globale. Il problema è che le emissioni globali stanno crescendo e tutte le Cop (le Conferenze delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che si sono tenute in questi anni non hanno risolto sostanzialmente i problemi, con le emissioni che hanno continuato a crescere. Non sono riuscite a prevenire alcuni fenomeni né a delineare una strategia complessiva. Abbiamo speso 6.000 miliardi di dollari per le rinnovabili ottenendo risultati minimali con le fonti fossili che continuano a farla da padrone con l’82% di copertura dei consumi. E non credo che la Cop 28 che si tiene in questi giorni a Dubai possa fornire adeguate risposte, anche considerando che gli Emirati sono uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo».  Quindi? «Sarebbe stato più utile investire parte delle risorse che abbiamo speso nei Paesi più poveri dove vivono miliardi di persone che avranno sempre più bisogno di energia. È lì che bisogna muoversi in tempo. Anche perché andare verso l’auto elettrica vuol dire fare il gioco della Cina che controlla tutte le materie prime essenziali e le tecnologie per la transizione». Insomma stiamo creando le condizioni per diventare schiavi di Pechino? «Esattamente. A me sembra evidente che ci sia una mancanza di visione nelle decisioni che vengono prese in Europa, così come accaduto col gas rispetto alla Russia». In Italia invece domina la discussione sul passaggio dal mercato tutelato a quello libero di luce e gas. Anche questo imposto dall’Europa. «Guardi, riaprire oggi una discussione sulla “tutela sì” “tutela no” è abbastanza inverosimile. Ne parliamo dal 2017 e la decisione è stata confermata da tutti i governi che si sono succeduti. Riprenderne a discutere adesso dopo anni di proroghe per mere ragioni di scontro politico è sconcertante». C’è di mezzo però la pelle viva dei consumatori. Potenziali rincari delle bollette in un momento di grande difficoltà per le famiglie. «Appunto, discuterei di questo, perché la decisione sul passaggio è stata già presa da tempo. Come tutelare i consumatori». Ecco, come? «Il presupposto teorico è che eliminando la tutela si innesca maggiore concorrenza tra le imprese che offrono energia e di conseguenza i prezzi dovrebbero ridursi». E invece? «A parte che il sistema è complicatissimo, dobbiamo chiederci se il mercato dell’energia elettrica retail può dirsi effettivamente concorrenziale. Io ritengo che non lo sia se ci sono circa 700 imprese attive. Come direbbe il mio amico Bersani, vuol dire che c’è “grasso che cola”. In altri Paesi, penso alla Gran Bretagna, ce ne sono appena 60. Morale della favola: dobbiamo creare un meccanismo per monitorare, per verificare che nel passaggio dal tutelato al libero ci siano reali benefici per i consumatori piuttosto che andare a pietire proroghe di qualche mese in Europa...».
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