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Stop alla via della seta, prima gli interessi Usa

Redazione InPi¨ 06/12/2023

Altro parere Altro parere Emiliano Brancaccio, il Manifesto
“La decisione del governo Meloni di fare uscire l’Italia dalla cosiddetta «nuova via della seta cinese» rappresenta un errore strategico, che non favorisce l’economia nazionale e non aiuta ad allentare le tensioni sullo scacchiere mondiale”. Così Emiliano Brancaccio sul Manifesto sottolineando che “lo strappo del governo italiano è stato caldeggiato per mesi dall’amministrazione statunitense, che ora saluta la decisione con entusiasmo. L’obiettivo di bloccare la via della seta cinese è un tassello della svolta storica che ha portato gli americani ad abbandonare il vecchio liberismo per inaugurare una nuova politica di protezionismo aggressivo, definita friend shoring: vale a dire, ora intendono fare affari solo con gli «amici» occidentali e i loro sodali, mentre puntano a elevare barriere commerciali e finanziarie sempre più alte e selettive contro la Cina, la Russia e gli altri paesi non allineati. In questa strategia americana rientra pure la costruzione dell’Imeec, il corridoio tra India ed Europa che passa per il Medio oriente, e che gli Stati uniti promuovono come espressa alternativa alla via cinese. Dal punto di vista americano – spiega Brancaccio - questo nuovo ordine protezionista ha precise basi economiche. Si tratta infatti di un tentativo estremo per fronteggiare un ormai sistematico eccesso di importazioni, che ha portato al record storico di 18 mila miliardi di dollari di debito americano verso l’estero, soprattutto verso la Cina. In sostanza, gli Stati uniti faticano a reggere una competizione capitalistica a cui essi stessi avevano dato una spinta decisiva negli anni passati, quando ancora propugnavano la dottrina del libero scambio su scala mondiale. In questo complicato rovesciamento dialettico, l’Unione europea e l’Italia si trovano in una situazione peculiare: anch’esse con un moderato debito verso il gigante cinese ma complessivamente in posizione di credito verso il resto del mondo. Per loro, quindi, aderire al protezionismo statunitense non avrebbe molto senso, eppure stanno ripiegando passivamente verso di esso. La decisione di ieri, da parte del governo Meloni, è l’ennesima conferma di una manifesta subalternità strategica agli interessi americani. Purtroppo, la tendenza ad assecondare in modo acritico il protezionismo aggressivo degli Stati uniti non solo non ha solide basi economiche, ma più in generale non aiuta la pace. I venti di guerra, dunque, vengono intesi come feroci verifiche sulla tenuta o meno del nuovo ordine protezionista. Nella storia del capitalismo un tale funesto inviluppo è già avvenuto. Sta accadendo di nuovo – conclude - ma chi ci governa sembra far finta che la cosa non gli riguardi”.
 
Alessio De Giorgi, il Riformista
Alessio De Giorgi sul Riformista stigmatizza la tendenza sempre più evidente alla netta contrapposizione in ogni ambito: “Uno studente che invoca il genocidio del popolo ebraico sta violando o no i codici di condotta di una università? Va o no punito? La discussione per nulla capziosa visti gli scontri che si stanno verificando nei campus universitari americani, – scrive De Giorgi - è arrivata ieri alla Camera dei Rappresentanti a Washington, dove in un'affollata udienza sono stati sentiti i presidi di tre tra le più blasonate università, Harvard, il MIT di Boston e la Penn. Ad incalzarli ci ha pensato un'astuta deputata repubblicana, che li ha strumentalmente interrogati con quella semplice domanda; a rispondere i tre presidi, che hanno tentato, nella loro balbettante risposta, di tenere insieme le tensioni tra filo-israeliani e filo-palestinesi che a partire dalla risposta di Gerusalemme all'attacco terroristico di Hamas sono scoppiate nei campus americani. Al centro, paradossalmente, la morte del dialogo, in una paradossale inversione dei ruoli, con i repubblicani diventati improvvisamente feroci esecutori di un ‘loro’ politicamente corretto. D'altronde, se c'è un elemento sempre più caratterizzante delle democrazie occidentali, Stati Uniti in testa, è proprio l'incapacità di dialogo tra le parti politiche. Chi ci prova, anche tentando di tenere insieme le due esigenze, non buca, non fa breccia, perché il dialogo è ormai sempre più polarizzato. O sei bianco, o sei nero: per i grigi pare non esserci più posto. In fondo, è lo stesso destino che sta toccando alla Spagna, dove sinistra e destra dopo le vicende del secessionismo catalano non dialogano più su un nuovo regionalismo ed anzi si scontrano nelle piazze. O in Francia, dove abbiamo più volte assistito a scontri tra banlieue e polizia, tra popolazione musulmana e presunti 'nativi’. O infine anche in Italia, dove alcune rappresentanze sindacali della Scala giusto ieri hanno contestato la presenza, nel palco reale, del Presidente del Senato, a causa dei suoi trascorsi politici. E come se gli algoritmi dei social network si fossero impossessati di noi. Dei nostri pensieri, che così liberi ormai non sono più. Divorando il dubbio e l'ascolto – conclude - regalandoci solo inossidabili certezze, portandoci a dire mostruosità, come è tale invocare il genocidio del popolo ebraico”.
 
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