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L'altra trincea

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 06/12/2023

In edicola In edicola Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera
Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera parla di “altra trincea” in relazione al conflitto tra Mosca e Kiev: “Il destino dell’Ucraina – scrive l’editorialista - dipende, in buona parte, da come finirà lo scontro politico nel Congresso degli Stati Uniti. Non è una sfida sui grandi valori, tra i favorevoli e i contrari all’uso della forza, come accadde ai tempi dell’Iraq. È, invece, una rissa caotica, nel Paese già immerso in un’altra tossica campagna elettorale. Alla Camera e al Senato Usa esiste una solida maggioranza bipartisan che considera «criminale» l’aggressione putiniana. Ma Donald Trump ha già preparato gli spot televisivi per le primarie di gennaio, nell’Iowa: Joe Biden ha dimenticato «la vera emergenza, l’invasione dei migranti». Il grosso del partito repubblicano, pur confuso e frastornato dalle mosse dell’ex presidente, non è in linea di principio contrario ad altri aiuti militari a Volodymyr Zelensky. Ma non vuole, o non può, smarcarsi dalla strategia trumpiana e quindi chiede di approvare contestualmente la spedizione di armi a Kiev e misure di controllo più severe alla frontiera con il Messico. Biden – ricorda Sarcina - aveva provato ad aggirare il blocco proponendo un «pacchetto sicurezza» onnicomprensivo: 61 miliardi di dollari per l’Ucraina; 14 per Israele; 7 per Taiwan; 14 per rafforzare la vigilanza ai confini e altro ancora. Tutto ciò non è bastato per evitare l’ennesimo corto circuito della politica statunitense. La Segretaria al Tesoro, Janet Yel len, ieri ha detto che se gli Stati Uniti allentano il sostegno militare, «saranno responsabili della sconfitta ucraina». Oggettivamente è così, ma con un concorso di colpa europeo. Senza le armi americane, l’Ucraina sarebbe diventata da un pezzo un’altra Bielorussia, un altro Stato guidato da un dittatorello tenuto al guinzaglio da Putin. È un passaggio che viene spesso dimenticato nel dibattito pubblico, anche italiano. E’ un momento difficile, la situazione è davvero in bilico. Biden è chiamato a una scelta complicata: decidere fino a che punto cedere alle richieste repubblicane e trumpiane sul confine, pur di portare a casa un finanziamento che consentirebbe all’esercito ucraino di scavallare l’inverno. I capi di Stato e di governo europei, a cominciare da Olaf Scholz e Emmanuel Macron, dovranno capire con pazienza come sminare i ricatti politici di Orbán, il più filorusso del club. È una prova importante anche per Giorgia Meloni, viste le affinità con il leader ungherese. Gli strappi, in questa fase, sarebbero solo controproducenti, perché l’equazione è semplice: niente accordo a Washington e a Bruxelles – conclude - niente fondi per Kiev e quindi mano libera per Putin”.
 
Carlo Bonini, la Repubblica
“Figlio della disperazione politica, giuridicamente sgangherato, e finanziariamente costosissimo, l’accordo tra Roma e Tirana per la costruzione di un centro di oltremare per migranti richiedenti asilo provoca nell’Unione europea la sola reazione possibile.” Lo scrive Carlo Bonini su Repubblica sottolineando che “la trovata di Giorgia Meloni viene battezzata come un corpo estraneo alla cultura e alle regole politiche che si è data l’Unione. E come tale verrà considerato. A prescindere da quello che ne sarà concretamente il destino. Il “Gruppo di Berlino” lo ha spiegato a porte chiuse al ministro dell’Interno Piantedosi lunedì scorso. Ancora una volta, prigioniera di una dimensione politica schizofrenica che pensa di poter coltivare insieme tanto l’ambizione a sedersi al tavolo dei leader europei quanto la furbizia demagogica ad uso interno di chi si cucina soluzioni in proprio buone (forse) per la campagna elettorale, Meloni misura la distanza incolmabile che continua ad esserci tra la cultura politica del governo che guida e quella dei Paesi di testa dell’Unione. A prescindere dalle maggioranze che li governano. Una distanza che – osserva Bonini - ripropone la ‘diversità’ del nostro Paese nei suoi termini più deteriori. Quelli ‘antropologici’ dell’italiano che si aggiusta. Che le regole le aggira o se le fa su misura. E che per questo va regolarmente a sbattere. !uel che è peggio, e come accade a tutte le persone con una smisurata considerazione di sé stessi, la premier dimostra di non imparare mai nulla dai propri errori. In poco più di un anno di governo, le iniziative per le politiche migratorie cucinate da Palazzo Chigi si sono infatti tutte regolarmente infrante contro il muro europeo per il segno politico che propongono. Che non è affatto — come la premier sostiene — l’ambizione di battezzare nuove soluzioni o nuovi modelli di gestione e contenimento dei flussi «da cui l’Europa potrebbe prendere esempio». Ma quella di procedere in solitudine — per giunta su un tema globale come quello delle migrazioni — fuori dalla cornice delle regole. In un mix di ferocia autarchica e bullismo diplomatico. In tutto questo, ancora una volta, la sedicente voce “moderata” della maggioranza di governo risulta non pervenuta. Terrorizzata dal dare anche soltanto l’impressione di voler disturbare la donna sola al comando, Forza Italia, con il suo vicepremier e ministro degli Esteri Tajani, si è pavidamente acconciata alla sua consueta veste di salmeria. Convinta, probabilmente, che questo serva a darle un futuro politico. Che, al contrario – conclude - si annuncia sempre più angusto e, soprattutto, irrilevante”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Marcello Sorgi sulla Stampa analizza la situazione nella maggioranza dopo il raduno sovranista di Firenze e l’incontro di ieri tra Meloni e Salvini: “Ora – scrive l’editorialista a proposito della kermesse - non è che di per se questo potesse bastare a immaginare una crisi dell'alleanza di destra-centro che governa il Paese. Più che altro, soffiava un vento di disorientamento, legato al fatto che nessuno dei partner, anche quelli più vicini, come appunto la premier e il ministro degli Esteri, può dire di conoscere a fondo Salvini, e sapere se quando parte per la tangente ci fa o ci è. Invece Salvini è più lucido di come sembra. A cominciare dal fatto che ha capito che per quanto possa inventarsi sulla frontiera dell'estremismo sovranista, stavolta non riuscirà neppure ad avvicinarsi alla metà dei voti raccolti cinque anni fa, e a un terzo di quelli annunciati nei sondaggi per Meloni. Di qui il piano che ha preso corpo a Firenze: allearsi in Europa con i più forti sovranisti. Con l'obiettivo – osserva Sorgi - di portare il gruppo di ‘Identità e democrazia’ davanti a quello dei Conservatori e riformisti. Inoltre non sta in piedi l'ipotesi, ripetuta più volte dal Capitano, che se gli eletti di centrodestra saranno la maggioranza dell'Europarlamento non si vede perché non debbano ribaltare gli attuali rapporti di forza. E non solo perché, a leggere gli studi più accurati delle tendenze europee sarà molto difficile che accada, anche se i sovranisti dovessero avere un boom. Ma per una ragione diversa, che Salvini conosce benissimo: a Bruxelles e a Strasburgo i conti non si fanno tra centrosinistra e centrodestra, tant’e che l'attuale "maggioranza Ursula" , dal nome della presidente della Commissione, è composta da Popolari, socialisti, liberali, verdi e perfino dal Movimento 5 stelle, folgorato sulla via dell'Europa. La divisione, in sostanza, è tra europeisti e non: ecco perché l'anno prossimo - anche se lei non lo dice - in maggioranza potrebbe entrare anche Meloni. Per la quale, l'alleato leghista indispensabile in Italia, in Europa non è affatto un avversario temibile. Come sia andata nel dettaglio la commedia dei sorrisi nessuno lo sa. Circolano, come sempre, molte ricostruzioni: ma è presumibile che la parte più importante del colloquio sia stata dedicata alla ratifica del Mes e alla riforma del Patto di stabilità, al quale, volente o nolente, il governo nei prossimi giorni dovrà adeguarsi. Con buona pace di Salvini, che – conclude - anche stavolta dovrà ingoiare il rospo”.
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