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Altro parere

Sistema Italia, il lungo declino

Redazione InPi¨ 06/12/2023

Altro parere Altro parere Rossana Gismondi, La Gazzetta del Mezzogiorno
Il Censis (Centro studi sociali), ricorda Rossana Gismondi sulla Gazzetta del Mezzogiorno, «scatta» da 57 anni la foto del nostro Paese. Ci racconta della «vitalità» del «furore» e an- che della «rabbia» che il popolo italiano via via negli anni, rappresenta di sé. L’immagine 2023 ci delinea «sonnambuli». Che non è affatto una buona cosa. Anzi: un eufemismo gentile per non definirci rintronati, svogliati, apatici. Sfiduciati. Saremo nel volgere di pochi anni molto più vecchi: solo una coppia su quattro sceglierà di mettere al mondo un figlio. Perché il mondo ci preoccupa non poco: cambiamento climatico, crisi economica, debito pubblico, guerre. Ma anche un declino inarrestabile del sistema Italia: giovani sfiduciati che emigrano per trovar lavoro. E anche qualcuno che li apprezzi: perché il sistema Italia risente, con ogni evidenza, da Nord a Sud della mancanza di meritocrazia. Che diventa mancanza di competenza, in ogni dove. Che diventa colonizzazione politica e clientelare. Ora: gli italiani sonnambuli hanno più di una ragione per svegliarsi la mattina e rigirarsi dall’altro lato del letto per riprender sonno. Si può non essere sfiduciati dinanzi alla ripetuta incapacità - continuata e trasversale ad ogni governo - di programmare strategie per il Paese durevoli più di due tre stagioni? Già: la nostra politica tutta chiacchiere e distintivo, facce feroci e slogan, manca di visione. Ma non di privilegi. E i risultati sono questi: sfiducia. Con l’idea ormai radicata che tutti, una volta al comando, diventino uguali. Che uno vale l’altro. Il 21,8% dei giovani fra i 18-34 anni alle prossime elezioni politiche pensa di non votare. E l’astensionismo veleggia già verso il 40%: il partito più forte, quello della sfiducia. «Siamo seduti sopra una bomba innescata, pronta ad esplodere» rileva il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii. Nell’Italia distopica ce ne siamo accorti in tanti, ma non quelli che dovrebbero e potrebbero agire. Il Palazzo - tutti i Palazzi di questo Paese - distante dal popolo.
 
Alessandro Sallusti, il Giornale
Capita talmente di rado che quando capita vale la pena di rimarcarlo, scrive sul Giornale Alessandro Sallusti: il Parlamento, all’unanimità, ha fatto una cosa buona e utile ai cittadini. Ieri infatti il Senato ha approvato in via definitiva, e senza alcun voto contrario, la legge sull’oblio oncologico che toglie tutta una serie di limiti e divieti che colpivano chi è stato malato di tumore e che per questo fino a ieri era impossibilitato ad accedere a un mutuo, avere un prestito, stipulare assicurazioni sulla vita, adottare un bambino. In Italia ci sono in vita 3,6 milioni di persone colpite da un cancro, oltre un milione di queste sono già state dichiarate guarite clinicamente, ma finora non lo erano socialmente, perché considerate inabili e a rischio di decesso maggiore. Ecco, d’ora in poi né lo Stato né i privati (banche, assicurazioni, datori di lavoro, erogatori di servizi) potranno più pretendere che nei questionari sanitari si sia tenuti a dichiarare di essere stati malati di tumore in assenza di recidive da almeno dieci anni per gli adulti e cinque per chi colpito da minore. Da tempo, tuttavia, si discute se una persona possa pretendere di cancellare dalla memoria collettiva qualcosa che ha riguardato la sua vita (anche al di fuori dalla sfera sanitaria), nel bene ma più spesso nel male, nel momento in cui questa cosa esce dall’interesse generale dell’opinione pubblica o è superata da fatti successivi. È possibile, nell’era di Internet, raggiungere questo obiettivo? Giuristi di mezzo mondo ci si stanno applicando a tempo pieno senza riuscire a venirne a capo, perché la tecnologia ormai ha il sopravvento sull’uomo nella comunicazione e perché labile è il confine tra il diritto all’informazione e quello alla privacy, addirittura quello tra la falsificazione e la verità. In una società di saggi la parola oblio non dovrebbe significare «dimenticare» ma più semplicemente «non tenerne più conto». Già, sarebbe un giusto compromesso.
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