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Conflitti (e falsitÓ) sul clima

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 06/12/2023

Conflitti (e falsitÓ) sul clima Conflitti (e falsitÓ) sul clima Maurizio Ferrera, Corriere della Sera
Sapevamo che la transizione energetica non sarebbe stata una passeggiata dal punto di vista politico, scrive Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera. I contrasti che stanno emergendo in seno alla Conferenza sul clima (Cop28) in corso a Dubai ne sono, secondo Ferrera, una evidente conferma. La divergenza più rilevante è quella fra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, tra i quali sono inclusi Cina, Russia e le cosiddette autocrazie petrolifere del Golfo, come Emirati, Qatar e Arabia Saudita.  La Cina e i Paesi del Golfo hanno imboccato un percorso di transizione energetica che è stato definito «ambientalismo autoritario». Le decisioni vengono prese dall’alto e imposte ai cittadini senza nessuna consultazione.  L’ambientalismo autoritario poggia su un mix di repressione e manipolazione. Quest’ultima è usata anche per influenzare l’opinione pubblica dell’Occidente, sfruttandone i canali di comunicazione digitale aperti e privi di censura. Il flusso di fake news è aumentato esponenzialmente nei mesi precedenti l’inizio della Cop28. La manipolazione delle informazioni distoglie l’attenzione dalle pratiche di ambientalismo autoritario e al tempo stesso contribuisce a destabilizzare le democrazie, aumentando la confusione comunicativa. In questo modo si sta erodendo il consenso verso le politiche di transizione energetica e si crea una crescente polarizzazione: da una parte i negazionisti, dall’altra i catastrofisti. In alcuni casi, le fake news sono platealmente false, non hanno nessun rapporto con i fatti. Molte contengono delle mezze verità, che le rendono verosimili. Altre mistificano la realtà capovolgendo le argomentazioni degli avversari. Il cambiamento climatico è una gigantesca minaccia globale che richiede soluzioni incisive, rapide e coordinate. I Paesi occidentali sono stati i primi a riconoscere il problema e ad avviare il processo di transizione. Così facendo, le loro democrazie hanno aperto il vaso di Pandora dei disaccordi e dei conflitti. E hanno scoperto di essere più vulnerabili, meno capaci di affrontare il cambiamento.
 
Elena Stancanelli, la Repubblica
Su Repubblica Elena Stancanelli afferma che il discorso del padre di Giulia Cecchettin al funerale della figlia, svoltosi ieri, è l’ultima tessera che ci viene consegnata per comporre il disegno di quello che è accaduto. Che individua il contesto, la specificità, le ragioni per cui ci ha così profondamente toccato. L’abbiamo sentita subito come una vicenda diversa e non solo perché la vittima e l’assassino erano così giovani da rabbrividire. Abbiamo ascoltato gli appelli e condiviso immediatamente l’attesa angosciosa, trattenendo il fiato, confidando in un ritorno che si faceva ogni ora più improbabile. Trattenendo quel tremendo “noi lo sapevamo già” che alla fine ci è quasi scappato di bocca. Noi chi? Noi che ascoltiamo questa terribile litania di nomi femminili, questa catena di morti legate a un unico movente: essere donna. Gli uomini uccidono le donne con una frequenza inaccettabile, questo dovrebbe bastare per gridare tutti insieme. E invece no, non è bastato fino ad ora, fino all’assassinio di Giulia Cecchettin. Poi c’è stata la manifestazione del 25 novembre. Una folla inaspettata, giovani e adulti, uomini e donne. Gente che forse a una manifestazione non c’era mai stata e non sapeva neanche bene come comportarsi. Ci siamo andati tutti, perché? Ce lo siamo chiesto parlando coi maschi, specie i più giovani. Ho pianto, non ci dormo, non me ne faccio una ragione, dicono in molti. E infine le parole della sorella, Elena Cecchettin. Con quel modo efficace di sfilare il delitto dalla dimensione individuale per tirarcelo, giustamente, addosso come una questione politica e culturale che non siamo ancora stati capaci di affrontare. Aveva appena perso l’amata sorella e ha detto guardiamoci, ragioniamo, perché c’è qualcosa che non va. A quelle parole fa eco il discorso, perfetto, del padre. Bisogna essere insieme per venire a capo di questa mostruosità. Poco importa stabilire se il patriarcato è ancora vivo o se sia così pericoloso proprio perché agonizzante.
 
Marianna Filandri, La Stampa
Sulla Stampa Marianna Filandri si occupa di salario minimo, e osserva come molti ritengano che obiettivo di un’impresa sia il profitto. O meglio: la massimizzazione del profitto. Una volta che i costi sostenuti vengono detratti dai ricavi, rimane il compenso per l’impresa. Aumentare il più possibile la differenza tra ricavi e costi è un comportamento economicamente razionale. Il massimo profitto, però, non coincide necessariamente con gli obiettivi di un’impresa, quand’anche fosse a scopo di lucro. Le dichiarazioni di Carlo Messina sono emblematiche a questo proposito. L’amministratore delegato di Intesa San Paolo ha infatti sostenuto l’importanza di aumentare gli stipendi per mostrare alle proprie persone che ci si prende cura di loro. E non solo ha accennato al valore morale di questa scelta, ne ha anche fatto intuire i benefici economici dicendo che sono le persone che permettono di fare gli utili. Da un lato, infatti, è giusto riconoscere che il lavoro ha una sua dignità in quanto svolto da una persona che deve essere retribuita dignitosamente. Dall’altro lato va considerato che retribuzioni più alte contribuiscono al benessere dei dipendenti in vari modi: riducono le assenze e il turn-over, aumentano la soddisfazione per il lavoro, riducono i disturbi legati all’ansia, alla depressione e al burnout, migliorando il clima nel luogo di lavoro. Per le imprese è spesso più conveniente proporre a un dipendente che ha deciso di andarsene un contratto di lavoro migliore, aumentando sì il costo del lavoro ma garantendo continuità all’attività di produzione. Inoltre, se anche pagare poco i dipendenti aumenta il profitto certamente non rende felici gli stessi imprenditori. Alcuni studi recenti mostrano infatti che gli imprenditori con motivazioni più altruistiche, volti ad aiutare il prossimo, creando valore nelle loro comunità e sostenendo gli altri, tendono a sentirsi bene con se stessi e quindi a migliorare il proprio benessere. Va bene dunque la razionalità economica, ma forse vale la pena considerare anche aspetti diversi dal denaro.
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