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La miccia che brucia il mondo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 03/12/2023

In edicola In edicola Walter Veltroni, Corriere della Sera
“Un ciclo di consultazioni elettorali può sconvolgere, nei prossimi dodici mesi, gli equilibri globali”. Walter Veltroni sul Corriere della Sera prova ad analizzare ‘la miccia che brucia il mondo’: “Durante il 2024 - scrive l'editorialista - andrà alle urne il 51% della popolazione globale, in Paesi che producono più della metà del Pil globale. Voteranno 76 Paesi, tra i quali India, Iran, Indonesia, Pakistan, Bangladesh, Messico e Russia. In poco più della metà di essi, secondo l’Economist, si andrà a votare in un clima pienamente democratico, libero, pluralista. Forse vale la pena di soffermarsi a guardare, senza presunzione di capacità predittoria, le macro tendenze che attraversano gli elettorati in questo crocevia degli anni venti. ll rischio, evidente, è di importare nel mondo globalizzato e interdipendente, nell’Europa multiculturale, la drammaticità del conflitto israelo-palestinese e le sue logiche di conflitto di civiltà”. Secondo Veltroni, “l’ipertrofia emotiva e il sonnambulismo del razionicinio sono un mix che può generare effetti diabolici. Tutto è ridotto a semplificazioni paradossali, a dietrologie infernali, a radicalizzazioni estreme. Il «Senza se e senza ma» è diventata la formula perfetta dei nuovi integralismi e ha divorato la complessità e il dubbio, anime della libertà. È tutto veloce, unidimensionale, estremo e tende ad espellere l’idea dell’altro da sé — identità, religione, comportamento sessuale, idee politiche — concepito come minaccia, fastidio. La frenesia della società digitale non è salutare per la democrazia, finisce col reclamare forme e sedi di decisione veloci e semplificate. La paura genera comportamenti e preferenze che si esaltano nell’ascoltare oggi fantasiosi e irrealizzabili proclami demagogici e populisti, di destra e non solo. E se la paura e l’ansia, sentimenti di questo tempo, agiranno in una prateria sprovvista di razionali speranze, di capacità di far valere la bellezza e l’utilità della democrazia come strumento per la sicurezza personale e sociale, per l’affermazione di un’idea alta di comunità come luogo di possibilità individuali e di vita armonica – conclude - l’esito rischia di avvalorare le previsioni più cupe sul destino della conquista più grande del Novecento, quella ottenuta vincendo, a caro prezzo, la Shoah e i Gulag”.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
“Quante destre ci sono oggi in Italia, all’ombra del governo Meloni?” E’ la domanda che si pone Ezio Mauro su Repubblica parlando di moderati e incompiuta della destra: “L’energia politica della Premier e la sua personalizzazione del comando, di fronte alla debolezza della squadra ministeriale reclutata sulla fedeltà più che sulla competenza – scrive Mauro - trasformano spesso nella propaganda dei media l’acqua in vino, trasmettendo un’immagine di compattezza: come se tutto ciò che è destra nel nostro Paese formasse un blocco unico, e la fusione delle esperienze, delle storie e degli interessi fosse già avvenuta. In realtà sotto la cenere dell’antica fiamma che la presidente del Consiglio non ha voluto spegnere entrando a palazzo Chigi dopo la vittoria elettorale, covano almeno tre diverse idee del Paese, dell’Europa e dell’Occidente, a dimostrazione del fatto che il nodo della destra italiana non è ancora sciolto definitivamente, convertendo un cartello elettorale in una cultura, vale a dire in ciò che definisce e determina una visione del mondo. Anche Berlusconi – ricorda Mauro - il suscitatore della destra italiana, aveva operato un assemblaggio di forze diverse, riunendo sotto la sua potestà i nazionalisti di Alleanza Nazionale e i separatisti della Lega di Bossi, oltre ai moderati sparsi. Ma sull’alleanza aveva impresso il marchio unificatore del berlusconismo come riferimento carismatico, ben oltre il peso del suo partito personale. Ma la destra oggi guida il Paese e il suo governo rappresenta l’Italia, dunque la sua identità e la sua rotta sono l’incognita più rilevante. È quasi incredibile che dopo tanto pedagogismo speso negli anni per spingere la sinistra a completare la sua evoluzione, liberandosi dai legami con l’eredità del mito comunista sovietico, oggi nel sistema politico-mediatico passi sotto silenzio questa incompiuta della destra. Eppure il limite è evidente: è come se quel mondo fosse in grado di produrre leader in grado di conquistare il consenso e di vincere le elezioni, da eccellenti ‘campaigner’, ma poi incapaci – conclude - di trasformare il comando in governo e il potere in cultura politica diffusa”.
 
Alessandro De Angelis, La Stampa
Alessandro De Angelis sulla Stampa parla del flop sovranista dell’adunata di Firenze: “In fondo – scrive l’editorialista - nel solito, stanco e ripetitivo spartito del leader leghista, che a differenza degli altri non è all’opposizione, manca anche la carica di rottura dei bei tempi: ‘lotta normale senza farsi male’ più che ‘lotta dura senza paura’, si sarebbe detto una volta. Perché va bene la retorica del Davide contro Golia, inteso come l’Europa delle banche e dei poteri forti, dell’intramontabile Soros e dei vincoli esterni. Peccato però che la manovra appena varata è stata scritta proprio per non disturbare vari Golia. Insomma, va bene la sfida ‘da destra’ a Giorgia Meloni ma sui fondamentali la cornice è quella di un ‘simul stabunt’. La verità è che questa riunione fiorentina del gruppo di Identità e democrazia è stata un mezzo flop. Logorato dai suoi vari Papeete andati male, dal vincolo di esprimere il ministro dell’Economia col loden, dal ruolo di comprimario che sogna il dieci per cento, Salvini aveva pensato all’appuntamento come a un palcoscenico internazionale. Palcoscenico dove indossare l’abito del ‘guardiano della rivoluzione’, custode di quell’universo simbolico che Giorgia Meloni non può più evocare del tutto, meno libera tra Washington e Bruxelles. Sempre meglio che occuparsi di infrastrutture e di un Ponte non si farà mai. Salvini – osserva De Angelis - sa bene che non c’è una sola possibilità che, dopo le Europee, si possa formare una maggioranza di centrodestra dai sovranisti ai popolari passando per i conservatori, per ragioni numeriche e politiche. La sua postura fintamente unitaria è tutta curvata su una chiave interna, che vale per l’oggi e per il dopo, quando Giorgia Meloni dovrà decidere se partecipare o meno alla nuova maggioranza con popolari e socialisti, dove la prima scelta, ispirata alla realpolitik, si espone alla critica, da destra, di ‘tradimento’. È tutto solo una sfida di consenso. Finora lo schema non ha funzionato un granché anzi l’altro paradosso è che in Trentino la Lega vince con Maurizio Fugatti che non ha nulla a che fare con Wilders. Però – conclude - Salvini conosce solo quello e non sa cambiarlo”.
 
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