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Il braccio armato del Pd per i lavori sporchi

Redazione InPi¨ 14/11/2023

Altro parere Altro parere Alessandro Sallusti, Il Giornale
Alessandro Sallusti sul Giornale si occupa dello scontro tra governo e sindacati sullo sciopero generale proclamato per il 17 novembre. La Commissione di garanzia per gli scioperi, sottolinea Sallusti, ha bocciato la richiesta di Cgil e Uil di bloccare il Paese venerdì con una sorta di sciopero generale camuffato. Ma i due sindacati non riconoscono la decisione e rilanciano la sfida: noi scioperiamo. Ovvio che il problema è squisitamente politico e la domanda è una, molto semplice: perché? Intendo, quale è l’emergenza così grande, il sopruso o l’inadempienza inaccettabili imputabili al governo da dover mettere in campo l’arma più dura e violenta in mano ai sindacati per di più violando la legge? Andiamo con ordine. Se il problema sta nella manovra economica in approvazione, ecco, la prova che non si tratta di qualche cosa di punitivo per i lavoratori è che la stessa è stata ieri bocciata dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi, perché a suo avviso scontenta la grande industria, così come è innegabile che il ceto medio sia rimasto sostanzialmente a bocca asciutta avendo il governo messo la gran parte del poco a disposizione proprio sulle classi sociali medio-basse e sui redditi dei lavoratori con gli stipendi al minimo o poco intervenendo sul cuneo fiscale. No, oggettivamente la manovra economica non può essere motivo di una generale mobilitazione sindacale. E allora perché Maurizio Landini chiama la mobilitazione generale quando tutti gli indicatori che misurano l’occupazione segnano un continuo miglioramento? Non c’è logica se non voler deliberatamente fare male al Paese per fare male al governo a lui sgradito, dare all’estero l’immagine di un’Italia arrabbiata e oppressa che non corrisponde per nulla alla verità. Del resto la Cgil, insieme alle toghe rosse, è da sempre il braccio armato della sinistra politica, quello addetto alle operazioni sporche sotto copertura.
 
Nadia Urbinati, Domani
Giorgia Meloni – scrive Nadia Urbinati sul Domani – ha rivelato il progetto della destra, quella che da settantacinque anni attende di vendicarsi della Costituzione del 1948. Nel video che ha divulgato in questi giorni ha detto esplicitamente che se nonostante i tanti cambiamenti – di leggi elettorali, di governi e di partiti – esiste ancora instabilità, la causa va cercata a monte. Nella Costituzione. La Costituzione antifascista è il problema. Meloni lo ha finalmente detto. È giunto il tempo di rottamarla, per introdurre quel che la democrazia parlamentare non può ammettere: maggioranze medio-lunghe decise con assoluta certezza prima ancora che si formino in parlamento. Maggioranze generate da una legge elettorale che assegna un premio generosissimo a chi vince anche con una manciata di voti e che incorona il capo dell’esecutivo. Una riedizione della legge Acerbo. Un tradimento della rappresentanza che lascerebbe il posto al conteggio arbitrario dei seggi della maggioranza: qui sta per Meloni la garanzia della stabilità, ottenuta con la sepoltura del sistema parlamentare, che prevede lo scioglimento anticipato delle camere. Una clausola di sicurezza e di controllo che vuole far sentire ogni maggioranza sempre e solo una maggioranza tra le altre e mai in totale comando. Ma per Meloni questa è instabilità; causata, ha detto, da un sistema politico basato sul pluralismo dei partiti; un pluralismo che lei concepisce al massimo in successione cronologica, come una maggioranza dopo l’altra che governi senza ostacoli; alla base di tutto, il comando del governo. Il modello politico della destra è dunque una democrazia delegata nella quale i cittadini esprimono un “sì/no” a un capo, e poi se ne vanno a casa, buoni buoni, attendendo altri cinque anni prima di esprimere la loro voce sovrana.
 
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