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La sinistra e i voti smarriti

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 14/11/2023

La sinistra e i voti smarriti La sinistra e i voti smarriti Aldo Cazzullo, Corriere della Sera
Non è vero, scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, che l’Europa sia pervasa da un’onda nera. In Germania c’è un cancelliere socialdemocratico, in Francia un presidente centrista che viene dal Ps; nel Regno Unito i laburisti sono nettamente in testa ai sondaggi in vista delle elezioni del 2024, in Spagna il socialista Sánchez sta per formare il nuovo governo. In Italia accade qualcosa di strano. L’esecutivo perde colpi. Ma il principale partito dell’opposizione, il Pd, non cresce, anzi scende al 18%, sotto il risultato – modestissimo – delle politiche. E pochi considerano la sua leader, Elly Schlein, come un’alternativa credibile a una Giorgia Meloni che pure attraversa le sue difficoltà.Il punto è che in Germania il cancelliere Olaf Scholz si è presentato come l’erede naturale di Angela Merkel, dopo che il suo predecessore Spd Gerhard  Schröder aveva vinto due elezioni di fila con lo slogan «Die Neue Mitte», il nuovo centro. A Londra Keir Starmer ha posto fine alle follie estremiste –  e antisemite – di Jeremy Corbyn e di fatto ha riallineato il Labour sulle posizioni del vituperato Tony Blair, uno che ha vinto tre elezioni di fila. Emmanuel Macron non è di sinistra, ma è arrivato due volte all’Eliseo battendo nettamente Marine Le Pen grazie ai voti dei riformisti. Pedro Sánchez ha rintuzzato la concorrenza interna di Podemos grazie a una coraggiosa politica sociale, ma il Psoe è fortemente radicato al centro della società spagnola. Elly Schlein sembra aver scelto un’altra linea. Non che sia una pericolosa estremista. Ma non appare consapevole dell’esigenza di recuperare voti dall’altra parte. Si muove come se la priorità fosse allargare il proprio bacino elettorale a sinistra. In realtà, questa riserva di voti a sinistra non esiste. La sinistra in Italia è storicamente minoritaria. Ha vinto o comunque è stata competitiva quando è riuscita a sottrarre anche solo una frazione di voti al centrodestra: cosa che finora è riuscita solo a un cattolico come Romano Prodi, e in parte al vituperatissimo Matteo Renzi, prima che venisse travolto dai suoi errori. Ovviamente la Schlein non può trasformarsi in Prodi. Però dovrebbe stare attenta a non disfare quello che il Pd è diventato: un partito di ceti medi.
 
Marco Bentivogli, la Repubblica
Su Repubblica Marco Bentivogli difende le ragioni del sindacati nello scontro con il governo sullo sciopero generale proclamato per il 17 novembre, e sul quale il Garante ha detto che non ci sono i requisiti. Lo sciopero, dunque, scrive Bentivogli, è uno strumento che va sempre utilizzato correlando gli obiettivi che ci si propone con la possibilità (non astratta) di portare a casa risultati. Non si dichiara lo sciopero per il gusto di averlo dichiarato. Aggiungo: è molto insidioso collocare il sindacato nel ruolo di “opposizione politica”. Sono due ruoli diversi e distinti. Non da oggi gli elettori votano una maggioranza e poi chiedono al sindacato di riparare i danni che fa la maggioranza di governo. Magari gli stessi che hanno creduto all’abolizione della legge Fornero, alla cancellazione delle accise, alla riduzione dell’Iva e alle mille altre promesse sbandierate in campagna elettorale. Esistono “partiti di opinione”, ma non può esistere un “sindacato d’opinione” plasmato su quello che richiedono i media ma che poi non ha radicamento, capacità educative e di generazione di consenso reale. Detto tutto ciò, la Commissione di garanzia sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali si è dimostrata meno severa con scioperi proclamati da organizzazioni autonome. Sigle con scarsa rappresentatività che hanno spesso messo in ginocchio i cittadini e non i governi e le istituzioni locali. Secondo, le argomentazioni utilizzate dal vicepresidente del Consiglio sono inaccettabili. Quando si è a capo delle Istituzioni, il mancato rispetto delle organizzazioni sindacali non è ammissibile. Non esiste una democrazia solida senza sindacati liberi e forti e senza rispetto del loro ruolo. Si può sfidare il sindacato ma bisogna avere la credibilità per farlo. Salvini è più allenato a far promesse e dividere i lavoratori che a dare risposte. E lo scontro che ha messo in campo ne è l’ennesima conferma.
 
Mario Deaglio, La Stampa
Sulla Stampa Mario Deaglio spiega perché l’Italia è in balia dei tassi. E ricorda che le cure di alcune infermità delle nostre economie possono risultare efficaci ma creare contemporaneamente scompensi nuovi, non necessariamente meno seri dei mali che cercano di guarire. Stiamo purtroppo sperimentando da un paio d’anni questa situazione nelle economie più ricche e avanzate del pianeta per effetto – tra l’altro – della guerra ucraina: le sanzioni alla Russia hanno contribuito fortemente a far scattare all’insù il prezzo dell’energia e hanno così innescato una spirale inflazionistica particolarmente pericolosa per l’Unione Europea che – a differenza degli Stati Uniti – dispone di poche fonti energetiche proprie. A questo punto, alle banche centrali – e in particolare alla BCE – non rimaneva altro da fare che alzare i tassi: a tassi più elevati si riduce la quantità di moneta in circolazione e quindi non solo l’inflazione ma anche il credito. Se tutto va bene, si riportano i prezzi verso la normalità, ma si inserisce un freno all’attività economica che riduce le prospettive di sviluppo e può incidere pesantemente sui divari socio-economici già esistenti. L’azione della banca centrale richiede pertanto una parallela azione dei governi per ridurre questi effetti collaterali di carattere sociale a cui si è accennato sopra. Il che, però, comporta normalmente un aumento della spesa pubblica; per produrre gli effetti voluti tale aumento dovrebbe essere compensato da un’equivalente riduzione di altre spese: a pochi mesi dalle elezioni europee, tutto ciò non sarebbe certamente popolare. La conseguenza di quest’intreccio tra economia, società e politica è un generale abbassamento delle previsioni di crescita dei principali centri internazionali di ricerca sull’attività economica di questi paesi nel 2023 e nel 2024 soprattutto per l’area euro e per il Regno Unito che nel 2024 (o, al più tardi, nelle prime settimane del 2025) dovrà far svolgere le elezioni politiche. Certo, il segno meno nella crescita non dovrebbe tornare e l’Europa (gli Stati Uniti in misura minore) dovrebbe oscillare sul crinale crescita-non crescita, la crescita “zero virgola” che l’Italia conosce bene da un paio di decenni.
 
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