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La lezione del voto in Grecia

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 24/05/2023

La lezione del voto in Grecia La lezione del voto in Grecia Paolo Mieli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Paolo Mieli analizza l’esito delle elezioni in Grecia di domenica scorsa. La cui novità, osserva, è che, nonostante il centrodestra abbia vinto con oltre il 40 per cento dei voti, tra la fine di giugno e gli inizi di luglio i cittadini greci torneranno alle urne. Si voterà, stavolta, con un sistema elettorale diverso che assegnerà al partito con più suffragi – presumibilmente Nea Demokratia di Kyriakos Mitsotakis – un consistente premio: fino a 50 seggi (su 300). Le sinistre contavano su risultati diversi: i sondaggi prevedevano per Syriza di Alexis Tsipras poco meno del 30 per cento, invece l’ex primo ministro ha ottenuto appena più del 20. I socialisti sono cresciuti giusto quel po’ che è servito a mandarli a dormire felici. Ma la sera stessa di domenica si è capito che con quei risultati era impossibile dar vita a maggioranze stabili. Così a decidere chi governerà la Grecia per i prossimi anni, non sarà il Parlamento, ma l’elettorato. In un certo senso la Grecia affronta problemi simili a quelli di cui ci occupiamo da circa trent’anni qui in Italia. Presidenzialismo, semipresidenzialismo, sistema maggioritario, proporzionale puro o con correzioni le più svariate, si torna sempre lì: chi deve scegliere il governo, il Parlamento coadiuvato dal capo dello Stato o gli elettori? La sinistra – in Grecia, come in Italia – vuole che siano le Camere, eventualmente con una generica indicazione dell’elettorato. Così, del resto è scritto nella Costituzione. La realtà è però che in Grecia come in Italia il centrosinistra non si fida della propria capacità di dar vita ad una coalizione che raccolga un voto in più di quelli che prendono gli avversari. Ma sul ponte di comando, conclude Mieli, è giusto che si salga esclusivamente dopo aver conquistato la maggioranza nelle urne. Solo così la sinistra greca sarà costretta a strutturarsi come ha saputo fare la destra, tornando ad essere competitiva. E non solo la sinistra greca.
 
Carlo Bonini, la Repubblica
Il “me ne frego” con cui Giorgia Meloni ha voluto e imposto alla presidenza della commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo, commenta Carlo Bonini su Repubblica, suo avatar politico per anagrafe, storia e contiguità con un universo nero con cui FdI non vuole e non può recidere i suoi legami, è qualcosa di più e di peggio di un oltraggio. È la cartina di tornasole di un analfabetismo politico che confonde il governo con il comando. È l’ennesimo sintomo di una inesauribile e patologica ossessione predatoria nel dare l’assalto e finalmente occupare, quantomeno nominalmente, i luoghi in cui la sinistra avrebbe costruito nel dopoguerra repubblicano la narrazione alla base della conventio ad excludendum della destra oggi alla guida del Paese. A chiedere di riconsiderare la nomina di Colosimo non erano state le opposizioni. Ma, prima di loro, e insieme a questo giornale, decine di associazioni di vittime della mafia e del terrorismo politico che in quella scelta vedevano una macroscopica incongruenza. Quella di insediare a San Macuto, alla presidenza di una commissione chiamata a indagare il complesso sistema di relazioni di organizzazioni criminali storicamente legate anche alla manovalanza neofascista, una giovane parlamentare di FdI che, per superficialità o per convinzione, aveva condiviso un tratto della sua esperienza politica alla Regione Lazio con le istanze di un vecchio arnese del terrorismo neofascista: l’ex Nar Luigi Ciavardini.
Meloni avrebbe potuto ascoltare quelle voci non con l’arroganza e il fastidio con cui si liquida chi disturba il manovratore per partito preso. Da presidente del Consiglio avrebbe avuto il dovere, insieme alla sua maggioranza, di mettere la commissione Antimafia nelle condizioni di poter avviare il suo cammino libera da ombre e ambiguità. Accogliere quelle istanze sarebbe stato un gesto di forza consapevole.
 
Francesco La Licata, La Stampa
Sulla Stampa anche Francesco La Licata parla di “me ne frego” di Giorgia Meloni: ieri – scrive – doveva essere la giornata della memoria, del ricordo delle vittime di Capaci e di Giovanni Falcone il giudice che ha offerto tutta la sua vita, fino al sacrificio estremo, per liberare la Patria (per usare un termine tanto di moda) dal giogo della mafia, il mostro che era arrivato ad aggredire lo Stato cercando di minarne le basi più irrinunciabili: libertà e democrazia. Ma, al di là della coreografica rappresentazione canonica delle corone di fio- ri, degli squilli di tromba e del- le parole di vuota retorica, non si può dire sia stata onorata la memoria di uno dei nostri eroi più cari. La maggioranza di governo si eleggeva la “propria” presi- dente della Commissione Antimafia nell’assenza di una opposizione uscita dall’aula in segno di protesta per la scelta e la difesa di una candidata, Chiara Colosimo, ritenuta poco presentabile per via di trascorsi contatti con elementi della destra eversiva degli anni passati. È grave ciò che è accaduto, perché, al di là di ogni infrazione al galateo politico, rimane il messaggio che viene lanciato: un messaggio di frattura all’interno del Parlamento che ci fa tornare al passato, quando l’Antimafia “lottizzata” e divisa fra governo e opposizione rimaneva immobile e imbalsamata senza riuscire ad incidere nel tessuto dei partiti, malgrado avesse persino i poteri giudiziari, proprio per la “necessità” di difender ognuno il proprio orticello. Forse sarebbe stato auspicabile un colpo di teatro di Giorgia Meloni che, forte della consapevolezza di quanto la lotta alla mafia sia bene prezioso e comune, avesse posto le basi per una trattativa possibile con le opposizioni. Ma così non è stato e ha vinto il “me ne frego”. Che a Giovanni Falcone non sarebbe piaciuto. Come non sarebbe piaciuto il dibattito oggi tanto di moda sul 41 bis e neppure qualche presa di posizione del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ex magistrato poco “falconiano” quando era in servizio.
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