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Il ritorno (dannoso) dei muri

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 23/01/2023

Il ritorno (dannoso) dei muri Il ritorno (dannoso) dei muri Danilo Taino, Corriere della Sera
L’Occidente – scrive Danilo Taino sul Corriere della Sera ha imboccato una strada che ha ottime possibilità di finire in un vicolo cieco. Improvvisamente convinti che la globalizzazione dell’economia sia finita – mentre non lo è, sta solo cambiando sentieri – Stati Uniti e Unione Europea si stanno chiudendo a fortezza nei rispettivi confini. Da Washington a Bruxelles, da Berlino a Parigi passando per Roma, il concetto che sta mettendo radici è «Politica industriale». È il ritorno di un’idea di economia che non era mai scomparsa ma che per tre-quattro decenni – appunto quelli della globalizzazione – è andata via via sbiadendo. Fondamentalmente, i governi americano ed europei intendono riproporre un intervento massiccio degli Stati nella gestione dell’economia: attraverso pacchetti di sussidi con i quali indicano quali settori e quali business devono essere privilegiati e in generale con politiche che puntano a dare una direzione alle scelte delle imprese (e spesso dei cittadini). In passato, prima degli Anni Ottanta del secolo scorso, questo dirigismo ha forse prodotto qualche risultato. Quando le barriere agli scambi sono cadute, quando i capitali hanno preso a muoversi liberamente per finanziare idee e opportunità, quando la tecnologia ha permesso un boom infinito di scambi di informazioni, le politiche industriali e il dirigismo hanno iniziato a declinare. Oggi, però tornano. Ma oltre che un’interferenza pesante nel libero mercato, le nuove politiche di Usa e Ue rischiano di essere un errore economico e allo stesso tempo geopolitico. Le imprese occidentali hanno certamente bisogno di sicurezza in un mondo entrato in un’era di scontro tra potenze. Ma vogliono continuare a muoversi sulle rotte mondiali dove ci sono opportunità, sia per esportare sia per approvvigionarsi. La sicurezza, per loro, sta nel tenere aperte le vie di comunicazione fisica e informativa, non nel costringerle in recinti.
 
Andrea Bonanni, la Repubblica
Su Repubblica anche Andrea Bonanni si occupa delle “insidie nascoste del protezionismo”. E commenta la promessa fatta ieri da Scholz e Macron, riuniti a Parigi per i 60 anni del Trattato dell’Eliseo, di una risposta «rapida e ambiziosa» all’Inflation Reduction Act, la legge voluta da Biden che inietta 730 miliardi di dollari nell’economia Usa e rischia di mettere fuori mercato le imprese europee. Promessa incoraggiante. Peccato – osserva Bonanni – che il presidente francese e il cancelliere tedesco l’abbiano fatta cadere dall’alto di una montagna di oltre 400 miliardi di aiuti di stato straordinari che i due Paesi si sono già fatti accordare nel 2022 dalla Ue in deroga alle regole sulle concorrenza. L’epidemia di Covid prima, e la guerra in Ucraina dopo, hanno indotto i governi un atteggiamento più protezionistico verso le proprie imprese. L’Inflation Reduction Act (IRA) dell’amministrazione Biden a ha ulteriormente accelerato la corsa al protezionismo, facendo tenere una rapida deindustrializzazione dell’Europa in favore degli Usa. Ma come rispondere alla sfida americana? Finora, come si è visto con la crisi energetica, i Paesi europei si sono mossi in ordine sparso. La soluzione, come è avvenuto per far fronte al rallentamento economico provocato dal Covid, sarebbe creare un fondo comune che sostenga le imprese europee senza distinzione di nazionalità. Ma su come finanziarlo, e quanto, le opinioni divergono. Molti governi sono contrari alla creazione di nuovo debito comune. Altri vedono con sospetto la nascita di uno strumento che finirebbe per accentrare a Bruxelles la gestione delle politiche industriali, tolta alle sovranità nazionali. Per quanto vaga, l’uscita di Macron e Scholz lascia sperare che Parigi e Berlino possano finalmente trovare un’intesa per un’azione comune europea «rapida e ambiziosa». Ma questo non esaurisce il problema.
 
Francesco Maria Del Vigo, il Giornale
Sul Giornale Francesco Maria Del Vigo si occupa del problema rifiuti a Roma, cui nessuno ancora è riuscito a porre un rimedio. Non ci sta riuscendo il sindaco Gualtieri, non ci è riuscita, anzi ha peggiorato la situazione, Virginia Raggi, che vedeva come il fumo negli occhi la costruzione di un nuovo termovalorizzatore. Perché, diciamolo chiaramente, afferma l’editorialista, il gigantesco ostacolo che ha ostruito la strada di tante opere – a partire dagli inceneritori per arrivare ai gasdotti – è sempre stata la folle filosofia grillina che vuole inchiodare il Paese al suo passato bloccando qualsivoglia forma di innovazione, nel nome della più acuta sindrome nimby: «Not In My Back Yard», cioè «Non nel mio cortile». Il problema è che se non tocca al cortile di casa tua, tocca per forza a quello di un altro, perché, al netto di ogni stregoneria tecnologica, nessuno è ancora riuscito a far scompari- re i rifiuti nel nulla. Così la spazzatura che butti a Roma ricompare, magicamente, in altre parti del Paese. Infatti, come racconta oggi sul nostro Giornale Paolo Bracalini, il direttore dell’Ama - la municipalizzata romana che si occupa della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti - ha preso carta e penna e ha scritto una lettera alla Regione Piemonte chiedendo che si accolli l’immondizia che invade Roma. Badate bene, non parliamo di due cartacce: 3mila tonnellate alla settimana sono pronte per partire in direzione Torino. Non è la prima volta e rischia di non essere l’ultima. L’idea è geniale: fare gli ambientalisti con gli inceneritori delle altre regioni. La Capitale non sa dove buttare la spazzatura? La distribuisce ai cittadini del Nord, certificando l’idea di un Centro-Sud che vive, mangia e smaltisce pure i rifiuti sulle spalle del Settentrione.
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