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Dombrovskis: attenzione al debito e avanti su riforme

Marco Zatterin, La Stampa, 20 gennaio

Redazione InPiù 20/01/2023

Valdis Dombrovskis Valdis Dombrovskis In questo delicato momento per l’economia europea, tra il rischio recessione che ancora aleggia e la guerra in Ucraina che non sappiamo come andrà a finire, “bisogna evitare che vi siano contraddizioni fra la politica monetaria e quelle di bilancio». Lo afferma Valdis Dombrovskis, vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, intervistato sulla Stampa del 20 gennaio da Marco Zatterin. Un invito preciso a vigilare sul deficit che vale molto per l’Italia, visto che il Paese gli sembra «sulla strada giusta» e dunque «non è il momento di abbassare la guardia». Presidente, l’Europa riuscirà a non andare in rosso? «Attraversiamo un momento difficile. I prezzi dell’energia sono elevati e così è l’inflazione. Negli ultimi mesi abbiamo osservato dei segnali positivi. La crescita economica è più forte di quanto ci aspettassimo e probabilmente eviteremo una recessione. Il mercato del lavoro si mantiene solido. I listini dell’energia sono inferiori al previsto. La velocità di aumento dei prezzi dovrebbe aver raggiunto il massimo, se non ci saranno altri choc». Pensa agli sviluppi dell’aggressione all’Ucraina? «È l’altro dei grandi problemi che abbiamo. Il modo migliore per superare la crisi è porre fine alla guerra. Questo comporta continuare a mettere pressione sui russi, e offrire tutto il sostegno necessario a Kiev, militare e finanziario. L’Ue ha già reso disponibili 18 miliardi e ne ha versati tre. Dobbiamo andare avanti». Tutto tranquillo sul fronte italiano? «La nostra valutazione della manovra per il 2023 è positiva. Le cose sono nel complesso sulla strada giusta. L’attuazione delle nostre raccomandazioni va bene. L’importante è non perdere slancio». Perché? «Il 2023 sarà il grande anno dei pagamenti legati al Next Generation Eu e tutti gli Stati membri devono avanzare con le riforme e gli investimenti. Non si può restare indietro».
 
Molto dipende dal nuovo Patto di Stabilità. A che punto siete? «Stiamo discutendo con gli stati sulle nostre linee guida. Cerchiamo di costruire il consenso più ampio possibile prima del vertice di marzo, in modo da poter intavolare una proposta legislativa». C’è possibilità di adottare la regola aurea secondo cui gli investimenti virtuosi non contano per il debito? «Non è una domanda a cui si risponde sì o no. È molto controversa. Noi proponiamo che gli stati preparino i loro piani di bilancio ragionati in genere su un arco di quattro anni. Se realizzano riforme e investono sulle priorità europee, possono ottenere un più graduale percorso di aggiustamento dei conti pubblici. In questo caso c’è un legame fra la strategia di governo e la correzione di bilancio». Von der Leyen ha annunciato un fondo sovrano anticiclico. Come funzionerà? «Stiamo cercando nuovi strumenti di finanziamento che possono essere trovati nel bilancio pluriennale dell’Unione. Per ora lo consideriamo come una risposta a medio termine nel contesto del bilancio europeo, il che vuole dire comunque alimentare nuovamente la cassa comune perché le riserve sono diminuite per la pandemia e la guerra in Ucraina». Dove prenderete i soldi? «Le vie possibili sono un indebitamento comune o fondi aggiuntivi nel bilancioUe».
 
Il veicolo non potrebbe essere il Mes, visto che è lì, parcheggiato in attesa di qualche catastrofe finanziaria? «È improbabile che si utilizzi il Mes. È un meccanismo al servizio di uno scopo differente, deve offrire sostegno e salvaguardia in caso di crisi. Attualmente, stiamo pensando a qualcosa di diverso». Ma nessuno lo usa… «Certo il Mes è qualcosa su cui ragionare. Durante la pandemia, nonostante le disponibilità, non ha attratto alcun interesse. È divenuto oggetto di una percezione negativa, soprattutto in alcuni Paesi». Con l’Inflation reduction act (Ira) gli Usa hanno posto le premesse per una nuova guerra commerciale. «In generale c’è il rischio di una frammentazione del mercato. Notiamo crescenti tendenze protezionistiche in giro per il mondo. Se tutto questo si concretizzasse, l’Europa in quanto rilevante attore commerciale pagherebbe gravi conseguenze. Per questo dobbiamo sostenere e difendere un sistema multilaterale basato su regole precise e rispettate. Solo così l’Unione può rimanere aperta e attraente per gli investitori». Si può sperare che Washington conceda qualcosa? «Stiamo dialogando con le autorità americane a diversi livelli, c’è una task force che lavora a tempo pieno. Abbiamo fatto qualche passo avanti sui crediti di imposta sui veicoli elettrici. Restiamo indietro sugli aiuti all’industria auto verde, come sulle batterie e i loro componenti. Ci sono aperture sulle materie prime e i chip. Ma resta molto lavoro da fare. Sarebbe già ideale essere trattati come Messico e Canada».
 
Avete sottovalutato la nascita dell’Ira? «Ci sono state delle discussioni con gli americani, abbiamo fatto notare che l’Ira non sta seguendo un percorso legislativo ordinario. Hanno proceduto senza gli avvertimenti normali in queste circostanze». Gli effetti possono essere pesanti? «Posso fare un esempio? Le due auto elettriche più vendute in Germania sono prodotte dalla Tesla, fatte negli Stati Uniti con l’aiuto di sussidi pubblici. È una pratica discriminante nei confronti dei costruttori europei». Cosa farete? «Dobbiamo analizzare bene la questione degli aiuti di stato per garantire l’integrità del mercato unico. Sarebbe bene evitare reazioni dei singoli stati. Ci sono diversi modi in cui si possono sostenere le imprese, con sussidi o con riduzioni di tasse. Ma tutto deve avvenire in una cornice europea equilibrata dal punto di vista della concorrenza in modo da utilizzare al meglio i fondi esistenti, ricalibrando temporaneamente le regole sugli aiuti di stato e non eliminandole. Presenteremo le nostre proposte il primo febbraio».
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