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Roccella: rilanceremo la natalità con nidi e fisco per famiglie

Andrea Bulleri, Il Messaggero, 20 gennaio

Redazione InPiù 20/01/2023

Eugenia Roccella Eugenia Roccella Per invertire la rotta del calo demografico «occorrono interventi economici e una rete di welfare che funzioni. Ma è necessario anche un cambiamento culturale: fare figli ha un valore sociale, questo valore deve essere percepito e riconosciuto». Lo afferma Eugenia Roccella, ministra della Famiglia, della Natalità e delle Pari Opportunità, intervistata da Andrea Bulleri sul Messaggero del 20 gennaio. Il governo come si sta muovendo concretamente? «In poco tempo abbiamo già dato un segnale molto importante. La legge di bilancio, in una situazione difficilissima, ha destinato un miliardo e mezzo alle famiglie con l’obiettivo di promuovere la natalità. Con una coperta molto corta abbiamo compiuto una scelta, e addirittura c’è chi ci accusa per questo, perché magari voleva che si facesse altro. Le nostre priorità invece sono chiare e le rivendichiamo». Spostiamo l’orizzonte ai prossimi cinque anni: cosa intendete fare per evitare un “inverno demografico”? «Lavoreremo a un grande piano per la natalità. Promuovendo il criterio familiare in ogni ambito dell’azione di governo. E, soprattutto, realizzando un ambiente sociale, normativo e culturale che assecondi e non ostacoli il desiderio delle donne di fare figli, che tutte le rilevazioni dicono essere intatto rispetto al passato. Stiamo lavorando a un tavolo comune con i ministeri interessati, a cominciare da quelli del Lavoro e della Salute, per un intervento ampio e organico. Ed è importante il coinvolgimento delle imprese, del volontariato, degli enti locali».
 
Eppure, ministro, di politiche per incentivare le nascite si parla da anni, anzi da decenni: a guardare i numeri, con scarsi risultati. Cosa le fa pensare che stavolta sarà diverso? «La parola ‘natalità’ nella denominazione del mio ministero non è solo un’etichetta. E, come già detto, le nostre intenzioni sono state fin da subito suffragate da fatti». Da ministra per la Famiglia se lo sarà chiesto: perché, secondo lei, si fanno così pochi figli in Italia? E perché il dato nelle grandi città come Roma è addirittura quattro volte peggiore rispetto alla media? «Si fanno pochi figli non perché ne manchi il desiderio, ma perché il contesto è scoraggiante. Soprattutto per le donne. E, paradossalmente, nelle città è ancora più sfilacciata quella rete parentale di solidarietà che ha sempre sostenuto la maternità. In molti grandi centri i nuclei composti da una sola persona hanno superato le famiglie con figli. E su questo incide anche il costo dei servizi e il tipo di vita indotto dall’organizzazione sociale». E quindi che soluzioni vede, in particolare per la Capitale? «C’è molto da lavorare sul fronte dei servizi e anche sul recupero di una dimensione comunitaria che non è solo un’etichetta. Soprattutto, però, è importante che le donne che vogliono diventare madri non vengano penalizzate o addirittura costrette a rinunciare alla propria realizzazione personale».
 
A sentire chi si occupa di demografia, però, il problema è anche a monte: i giovani (e in particolare le donne) in età fertile sono pochi, nel nostro Paese. Un’immigrazione controllata potrebbe aiutare a “ringiovanirci”? «Sarebbe una soluzione illusoria. I dati ci dicono che gli immigrati assimilano velocemente gli stili di vita e le abitudini del Paese di arrivo, e dunque anche la propensione alla denatalità. In Italia, inoltre, le dinamiche migratorie incontrollate hanno determinato una netta prevalenza maschile. E poi poche nascite sono indice anche di una società poco vitale, poco capace di intraprendere e di innovare». Tanti neogenitori lamentano un welfare carente, a cominciare dagli asilo nidi: pochi, o spesso con rette proibitive. Il governo è pronto a stanziare risorse su questo fronte? «Per gli asili nido c’è un obiettivo del Pnrr che potrebbe davvero rappresentare una svolta. Affinché arrivi a un concreto compimento su tutto il territorio nazionale è però importante semplificare le procedure e accompagnare gli enti locali. È la direzione in cui il governo sta operando». E gli asili nido aziendali, diffusi in molti Paesi del Nord Europa ma ancora molto poco da noi? Come incentivarli? «Una rete di welfare aziendale funzionante è fondamentale. Ci sono buoni esempi da mettere in rete e pratiche da incentivare. Uno strumento che abbiamo reso operativo è ad esempio la certificazione della parità di genere, che premia con sgravi e agevolazioni le imprese che garantiscono non solo una rappresentanza femminile ma anche una particolare attenzione alla maternità».
 
Pensa a nuovi aumenti dell’assegno unico per i figli? E il quoziente familiare? Si parla di metà febbraio come il momento buono per cominciare una revisione del fisco “più a misura di famiglia”. «L’assegno unico lo abbiamo appena aumentato, e a breve si vedrà anche l’effetto della rivalutazione Istat. E un principio di “fattore famiglia” lo abbiamo sperimentato sui bonus edilizi. E’ necessaria anche una revisione strutturale dei sostegni alle famiglie, per correggerne le storture e potenziarli. Ovviamente con i tempi e i modi che saranno consentiti dall’emergenza energetica e internazionale». Nel frattempo, però, è scoppiata la polemica per una proposta di legge presentata dal suo partito, Fratelli d’Italia, per riconoscere i diritti civili sin dal concepimento. Le opposizioni vi accusano di voler limitare la possibilità di abortire: qual è la linea dell’esecutivo? «La maggioranza, a cominciare da Giorgia Meloni, ha detto in non so quante lingue che l’obiettivo è dare piena applicazione alla legge 194, non modificarla neanche di una virgola. Ogni iniziativa parlamentare è legittima, ma sulla 194 la linea è chiara e inequivocabile».
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