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Giustizia, lo scatto possibile

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 18/01/2023

In edicola In edicola Goffredo Buccini, Corriere della Sera
“Nell’agenda di grandi riforme immaginata da Giorgia Meloni, quella della giustizia è forse la più divisiva in potenza persino dentro una coalizione vittoriosa, sì, ma ideologicamente assai eterogenea e il ministro Nordio lo sa bene”. Così Goffredo Buccini sul Corriere della Sera sottolineando che “passati il giubilo e i (doverosi) applausi al Ros, l’arresto di Matteo Messina Denaro ha subito surriscaldato il clima. Da un lato prefigurando una nuova stagione di rivelazioni presunte e di veleni sicuri su eventuali «livelli superiori» (dunque politici) di connivenza col boss. Dall’altro rinfocolando tensioni sottotraccia con un giustizialismo trasversale al Parlamento e al Paese che vede, ad esempio, come fumo negli occhi le critiche di Nordio alle intercettazioni. Sicché, intervenendo ieri in Senato, il ministro è stato costretto a spiegare l’ovvio, sotto la pressione di sortite mediatiche delle Procure: che gli ascolti come strumento di indagine contro mafiosi e terroristi non si discutono; da rivedere è invece l’idea che costituiscano una prova in sé (e non una pista investigativa) e che possano essere abusati a strascico su soggetti non indagati, fino alla loro enfatizzazione mediatica. Ancora nulla a confronto di ciò che potrebbe avvenire quando si mettesse mano al corpo vivo dell’impianto giudiziario. Il problema va ben oltre le questioni di tecnica giuridica. Il ruolo di supplenza esercitato dalle toghe, ricorda da ex toga il ministro, è stato consentito dai partiti al tempo di Mani Pulite con «una ritirata precipitosa e un’abdicazione miserevole». Il nodo continua a paralizzare da trent’anni il Paese: per debolezza e scarsa credibilità, la politica tuttora tende, almeno in alcune sue articolazioni, a ripetere la propria legittimazione dalla magistratura. L’attuale maggioranza non dovrebbe avere problemi del genere, forte com’è dell’investitura popolare di Giorgia Meloni. La faccenda, come si vede, può diventare un inciampo notevole per la coalizione di centrodestra. Sarebbe superabile solo con un sussulto bipartisan delle forze politiche (almeno di buona parte di esse) e – conclude - verrebbe da auspicarsi, di una grandissima fetta di magistratura.
 
Raffaele Cantone, la Repubblica
Raffaele Cantone sul Messaggero si sofferma sulle polemiche in corso sulle intercettazioni e ricorda che “il dibattito sulla riforma al momento ha un solo punto fermo, ribadito davanti al Senato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: l’indispensabilità del loro utilizzo nelle indagini su mafia e terrorismo. È altrettanto importante però rilevare come esse siano fondamentali anche in altre indagini a partire da quelle sulla corruzione, nelle quali la questione ha una doppia rilevanza. Anzitutto perché è indubbio che nei territori originari delle storiche organizzazioni criminali la corruzione sia uno degli strumenti tipici utilizzati per rendere cogente l’assoggettamento e l’intimidazione ambientale. È lampante che poter far leva sul controllo di pezzi dell’amministrazione pubblica, soprattutto locale, sia determinante per ottenere quel consenso sociale che rappresenta un obiettivo strutturale dell’azione delle mafie. È necessario rilevare – sottolinea Cantone - come negli ultimi anni siano emersi sempre più di frequente episodi di corruzione messi in atto dalle mafie in regioni dove non c’è un radicamento storico dei clan. Queste considerazioni assumono ancora più rilevanza alla luce degli ingenti investimenti del Pnrr che proprio in questo periodo per concretizzare in tutta la Penisola appalti pubblici per importi mai visti prima nella storia nazionale. Non bisogna illudersi: senza le intercettazioni non ci sarà possibilità di contrastare questi disegni perché sono l’unico strumento efficace per arrivare alla scoperta dei patti illeciti. Quanto agli abusi nella diffusione delle informazioni frutto di intercettazione, condivido certamente la preoccupazione sottolineata dal ministro Nordio: una riforma delle procedure volta a limitare questi abusi è entrata in vigore il primo settembre 2020 altri provvedimenti possono essere introdotti ma questa giusta valutazione – conclude - non può e non deve trasformarsi nel pretesto per azzerare lo strumento di contrasto più importante contro la corruzione”.
 
Francesco Grillo, il Messaggero
Quanto costa riparare ciò che i russi hanno distrutto in un anno di “operazioni speciali”? Francesco Grillo sul Messaggero pone questa domanda e lancia delle proposte: “Capire chi paga e come si può costringere l’aggressore a rispondere dei danni. Definire quali sono i meccanismi che garantiscano certi risultati alla comunità internazionale e a chi investe. La Banca Mondiale – scrive l’editorialista - stimava al primo giugno del 2022 che il costo della ricostruzione era di 349 miliardi di dollari. Più precisamente, la Kiev School of Economics calcolava in 127 miliardi il conto per ripristinare le infrastrutture - ponti, dighe, pali di alta tensione e strade - fatti saltare dagli attacchi. Una ricostruzione dovrebbe, dunque, mirare non solo a ricostruire ma a valorizzare la possibilità di un rilancio puntando non solo sulla sostituzione delle strade abbattute ma sulla costruzione di opportunità nuove. Ciò potrebbe paradossalmente abbassare il costo della ricostruzione, se riuscissimo a far tornare a Kiev tanti giovani laureati. In secondo luogo, va stabilito chi paga e come fare in modo che i russi si assumano le proprie responsabilità. C’è, in realtà, un precedente: quello del fondo per la compensazione dei danni subiti dal Kuwait dall’invasione da parte dell’Iraq nel 1990. Il fondo – sottolinea Grillo - istituito dalle Nazioni Unite, distribuì circa 50 miliardi di dollari di indennizzi usando i ricavi della vendita del petrolio dell’Iraq (per dodici anni fino alla destituzione di Saddam Hussein). La proposta è in questo caso quella di finanziare la ricostruzione usando non solo i capitali degli oligarchi congelati nelle banche occidentali (e nei paradisi fiscali): il NEW LINES INSTITUTE stima una cifra potenziale di due mila miliardi. La riparazione, tuttavia, andrebbe affiancata da un contributo da parte di tutti gli Stati interessati ad un’Ucraina più forte e, dunque in primo luogo, dall’Unione di cui l’Ucraina farà parte. Ricostruire significa non solo pagare e far pagare un conto. Ma – conclude - ricordarci che solidarietà e efficienza economica possono coincidere”.    
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