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L'eterno puparo

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 17/01/2023

In edicola In edicola Antonio Polito, Corriere della Sera
“Il dubbio sistematico è l’abito mentale dell’Occidente, da Cartesio in poi. È un metodo che ci induce a sottoporre al vaglio della ragione qualsiasi verità, fosse pure matematica, prima di accettarla come vera”.  Antonio Polito sul Corriere della Sera si sofferma sulla sindrome dell’”eterno puparo” ricordando tuttavia che “allo stesso modo, nelle società aperte lo scetticismo è il dovere deontologico della stampa libera; così come il potere di inchiesta e controllo è la funzione democratica del Parlamento, e in esso delle opposizioni. È peraltro comprensibile non accontentarsi mai della versione ufficiale, perché la storia della Repubblica purtroppo abbonda di notti ancora avvolte nel mistero. Ma bisogna riconoscere che, forse proprio a causa di questa tradizione di opacità, in ampi settori dell’opinione pubblica si è diffuso, al posto del dubbio, un pregiudizio di sfiducia sistematica nei confronti dello Stato e dei suoi apparati. Che ha trasformato spesso l’ansia di verità in presunzione di menzogna da parte delle autorità. Riforniti a getto continuo di presunti complotti da quella che potremmo definire una vera e propria setta, Dietrology – osserva l’editorialista - anche stavolta molti italiani si sono subito chiesti se non ci stanno mentendo sull’arresto del boss, se in realtà si sia consegnato, oppure sia stato tradito (il che non inficerebbe comunque la vittoria dello Stato); o peggio ancora se non sia stato immolato sull’altare di una nuova trattativa dei vertici mafiosi al fine di ottenere benefici per chi è in galera e concessioni per la mafia che verrà. Così, mentre in tutto il mondo dicono «gli italiani hanno preso il capo della mafia», molti italiani si chiedono perché solo ora, se era così facile. Ha preso insomma piede una cultura politica che prima di chiedersi «che cosa giova» al Paese, si chiede «a chi giova». E che deforma la storia della Repubblica italiana come un mero gioco di specchi, un coacervo di intrighi shakespeariani, una vicenda di apparati e poteri, nella quale – conclude - spariscono non solo le masse e il loro ruolo, ma anche i risultati conseguiti da quello stesso Stato che viene presentato come infido e nemico”.
 
Gianluca Di Feo, la Repubblica
Gianluca Di Feo su Repubblica rilancia l’importanza fondamentale delle intercettazioni nella lotta all’illegalità: "ll potere dei vecchi padrini siciliani e le ambizioni dei nuovi boss cosmopoliti - scrive l'editorialista - hanno le stesse radici, che affondano in una sterminata zona grigia popolata di imprenditori, professionisti, pubblici funzionari, politici collusi. Sono glocal, con gli artigli piantati sul territorio e le menti rivolte al mondo. Ecco, bisogna tenere a mente questo scenario per entrare nell’ultimo dibattito sulle intercettazioni, nato dai piani del governo Meloni. ‘Sono assolutamente indispensabili nella lotta alla mafia, quello che va cambiato è l’abuso che se ne fa per reati minori’, ha ribadito ieri il guardasigilli Carlo Nordio, sintetizzando il mantra che anima i disegni di riforma di una destra in costante oscillazione tra garantismo e giustizialismo. Il diavolo si nasconde nei dettagli e l’insidia è tutta nella definizione di quei ‘reati minori’, tra i quali spesso nei discorsi della maggioranza vengono inclusi la corruzione o il traffico di influenze, un crimine che appare vago ma che coincide con i comportamenti del Qatargate che ha portato le tangenti nel Parlamento Ue. Anzitutto – sottolinea - è aberrante considerare ‘minore’ la corruzione: è un reato gravissimo, in assoluto e particolarmente nel momento in cui il futuro del Paese è affidato alla pioggia di miliardi del Pnrr, la tavola più ghiotta per chi è abituato a banchettare con i quattrini delle emergenze. E senza le intercettazioni, le indagini sulla corruzione diventeranno impossibili: sarà di fatto depenalizzata, perché le bustarelle non verranno mai scoperte. Se poi entriamo nel merito della criminalità organizzata, allora bisogna aprire gli occhi sulla maglia di collusioni che permette a Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta di prosperare. Qualsiasi magistrato o investigatore con una minima esperienza – conclude - sa che le mafie sono strutture invisibili e per metterle a nudo si ricorre a campanelli di allarme, chiamati ‘reati spia’”.
 
Donatella Stasio, La Stampa
“Il carcere ostativo non c’entra con la lotta alla mafia”. Così Donatella Di Stasio sulla Stampa torna sul dibattito di questi giorni: “La mafia – scrive -  è un fenomeno umano e prima o poi finirà, diceva Giovanni Falcone. Ma non con un arresto, neanche dell’ultimo o penultimo boss latitante; a decretarne la fine sarà il tramonto della cultura che la mafia l’ha nutrita, cresciuta e l’ha resa capillare. Resta un irrinunciabile bisogno di verità a tutto campo. Anche sull’ergastolo ostativo, tema troppo cruciale per essere manipolato. Ma tant’è. Per molti il carcere è carcere solo se ostativo, se butta la chiave, altrimenti non è. E i giudici di sorveglianza, chiamati a decidere se, come e quando aprire la porta, sono creature tremule incapaci di portare il peso di queste decisioni oppure marionette i cui fili sono tirati dai boss a piacimento. Non è così. A far riaccendere i riflettori sull’ergastolo ostativo è stato Salvatore Baiardo, uomo di dei fratelli Graviano. Poco più di due mesi fa, in un colloquio con Massimo Giletti, lasciò intendere di essere ancora ben collegato con certi ambienti al punto da preconizzare l’arresto imminente di un Messina Denaro molto malato, che stava trattando per consegnarsi: lui sarebbe entrato in carcere con un arresto clamoroso mentre qualcun altro ne sarebbe uscito senza molto clamore grazie alla riforma dell’ergastolo ostativo, all’epoca in fase di approvazione”. Quella sull’ergastolo ostativo, scrive Stasio, “è una riforma delicata - e perciò lasciata dalla Consulta al Parlamento, anche per bilanciarla con le esigenze della sicurezza – ma necessaria per dare concretezza alla cultura costituzionale in cui affondano le radici del nostro ‘stare insieme’. Riforma peraltro ambivalente nel testo diventato legge. La premier Meloni, infatti, si vanta di aver «salvato l’ergastolo ostativo», che però, in quanto incostituzionale, dovrebbe essere morto. E del resto, anche chi quella riforma è chiamato ad applicare nei confronti dei detenuti ‘ostativi’ - che non sono né tutti ergastolani né tutti mafiosi - la considera un tradimento delle sentenze della Consulta perché – conclude - per ottenere i benefici impone una prova ‘diabolica’, quindi, impossibile”.
 
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