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Un po' di futuro

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 07/12/2022

Un po' di futuro Un po' di futuro Daniele Manca, Corriere della Sera
“Siamo a uno snodo difficile per l’Italia. I numeri raccontano un Paese che sta correndo. Anzi, l’Istat certifica che quest’anno il Pil è cresciuto del 3,9%, contro stime che poco tempo fa lo davano al 2,5%. Eppure, il senso comune del Paese, il sentimento diffuso, non è quello di un’Italia felice che si sta godendo la crescita”. Ne parla sul Corriere della Sera Daniele Manca, secondo il quale “alle enormi potenzialità di un’Italia che non si è mai arresa, si associa un diffuso disagio”, a cui si potrà rispondere solo andando “spediti sul Pnrr, come ricordato ancora ieri dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella”. “La corsa del Pnrr – sottolinea Manca - non va rallentata perché per la prima volta in un progetto si tengono assieme le riforme e le azioni per garantirsi un futuro di sviluppo. Punta sulla crescita di quel Sud che rappresenta ancora, purtroppo, una potenzialità e non ancora la realtà di una metà del Paese che può contribuire in maniera sorprendente allo sviluppo. Indica la sostenibilità sociale, ambientale ed economica come asse portante. Trova nel digitale il motore di questa nuova Italia. E proprio sul digitale ci si dovrà chiedere se il dibattito avviato sull’eliminazione dell’obbligo ai pagamenti elettronici se richiesti rientri tra i problemi urgenti. L’errore è pensare di risolvere la questione con lo sguardo rivolto al passato. Sappiamo che l’alfabetizzazione digitale rappresenterà una delle scommesse che se vinta ci garantirà di mantenere quei primati sulla manifattura e sull’export, che ci assicurano la crescita. Chissà, forse scopriremo nei prossimi mesi che proprio questo rinnovato orientamento al digitale di famiglie e imprese ci ha dato quella inattesa spinta al Pil. È necessario supportare chi rimane indietro affinché nessuno arranchi nell’inseguimento. Ma non lo si fa certo frenando il Paese”.
 
Angelo De Mattia, Il Messaggero 
“Visto il polverone sollevato, vale domandarsi se sia ancora possibile discutere delle misure previste nella legge di Bilancio, in particolare sui Pos e sul limite all’uso del contante, senza che da un lato si coinvolga l’autonomia e l’indipendenza della Banca d’Italia e dall’altro che si considerino evasori o sostenitori di questi ultimi quanti intendono usare le banconote per acquisti di lieve importo”. Lo scrive sul Messaggero Angelo De Mattia, secondo il quale “la via maestra è allora affrontare il merito delle proposte e dei rilievi, avendo presente che le considerazioni che svolge Bankitalia, riconducibili alla sua funzione di alta consulenza agli organi dello Stato, sono ‘tecniche’ e non vanno intrecciate con le posizioni espresse dal governo. La politicizzazione delle indicazioni della banca centrale è il grave rischio dal quale tenersi sempre lontani. È pur vero che, in base al Trattato dell’Unione, i governi dell’area euro non possono dare istruzioni alle banche centrali del Sistema europeo, ma neppure deve accadere l’inverso, che cioè i pareri tecnici diventino norme per i governi o addirittura per il Paese. Autonomia e indipendenza da una parte e dall’altra, dunque. Ora, se si va al merito della relazione di Bankitalia, questa ha affermato che i limiti all’uso del contante, i quali non forniscono un impedimento assoluto a condotte illecite, rappresentano un ostacolo per diverse forme di criminalità e di evasione, aggiungendo che soglie più alte favoriscono l’economia sommersa. Tuttavia, né nella relazione né finora a livello dell’Unione né nelle Raccomandazioni della Commissione o negli impegni del Pnrr, è fissato il livello più adeguato sia per l’uso in questione sia per l’impiego dei Pos. Per di più tarda ancora la fissazione a livello europeo di un tetto al contante. In una materia che resta priva di assolute certezze e che vede una pluralità di posizioni la soluzione – conclude De Mattia - non può che essere pragmatica”.
 
Carlo Bonini, Repubblica
“Si dice, a ragione, che la giustizia italiana, a cominciare da quella penale, abbia disperato bisogno di un suo Giustiniano. La notizia è che ha trovato il suo Nerone, che oggi veste i panni del ministro di Giustizia Carlo Nordio, ex magistrato arruolato dal governo della destra nel ruolo di angelo vendicatore”. Carlo Bonini commenta così, su Repubblica, le linee programmatiche illustrate ieri dal Guardasigilli. “Nel suo ‘vasto programma’ di demolizione di alcuni pilastri costituzionali della giustizia penale illustrato ieri al Senato - scrive Bonini -, si rintracciano infatti due caratteristiche identitarie di questo governo: la rozzezza degli argomenti e la furia iconoclasta nei confronti delle istituzioni di garanzia e controllo. Ieri la Banca d’Italia, oggi l’ordinamento giudiziario, lo statuto del pubblico ministero e l’obbligatorietà dell’azione penale, immaginata e voluta dal costituente non come una minaccia alle libertà politiche e non dell’individuo, ma come garanzia di un controllo diffuso e dunque democratico di legalità. E’ l’esito drammatico di trent’anni in cui la magistratura italiana, prigioniera di una deriva corporativa, ha mancato troppe volte l’appuntamento con una necessaria riforma e autoriforma, in cui il codice di procedura penale, in alcuni dei suoi istituti fondamentali (come la prescrizione) è stato manomesso dalle leggi ad personam, e durante i quali la politica, orfana di una legittimazione sostanziale agli occhi dell’opinione pubblica, ha ritenuto che la via maestra fosse quella di addomesticare una funzione cruciale per una democrazia quale è quella del controllo di legalità. In questa desolante prateria ha dunque avuto buon gioco Nordio a trasformare un’audizione parlamentare in una performance politicamente sgangherata che, riesumando in modo macchiettistico l’ossessione del trentennio, garantisti versus giustizialisti, ricordava nella genericità e grossolanità degli argomenti qualche comiziaccio di piazza”.
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