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I ritardi europei (ed italiani)

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 04/12/2022

In edicola In edicola Federico Rampini, Corriere della Sera
“Nove mesi di guerra hanno rafforzato in Occidente il progetto di ridurre la nostra dipendenza economica da potenze antagoniste o rivali come Russia e Cina”. Così Federico Rampini sul Corriere della Sera ricordando in tal senso i ritardi europei e italiani: “L’idea che sia urgente riportare vicino a casa nostra molte produzioni strategiche – scrive l’editorialista - si era già affermata durante la pandemia. Di fatto è da cinque anni che una sorta di de-globalizzazione figura nell’agenda dei governi occidentali e delle nostre aziende multinazionali. ministrazione. Non è facile però sostituire la più grande classe operaia del mondo. I cinesi nel trentennio della loro simbiosi produttiva con l’Occidente si sono guadagnati la fiducia di tante multinazionali, non solo per i salari bassi (che nel frattempo sono cresciuti). Il miracolo cinese ha avuto vari ingredienti: qualità e disciplina della manodopera e degli ingegneri; flessibilità e capacità di adattamento; una formidabile logistica appoggiata su infrastrutture moderne per raggiungere in tempi record i clienti di quattro continenti. Se per noi la dipendenza dalla Cina è diventata un pericolo, per Xi Jinping è l’esatto contrario: un’arma di pressione sull’Occidente a cui non rinuncerà facilmente”. Peraltro, aggiunge Rampini, “nell’ultimo biennio una reindustrializzazione dell’America è cominciata. Un tema che vede America ed Europa altrettanto impreparate, è il ruolo dei Paesi terzi, i non allineati. La nuova geografia della globalizzazione deve includere un ruolo maggiore per potenze emergenti come l’India, l’Indonesia, le nazioni sudamericane e africane. Per molti di questi Paesi però la Cina è il partner economico numero uno.  Al prossimo capitolo della globalizzazione noi arriviamo con una strategia delle alleanze incompleta. Un’altra incognita della nuova globalizzazione riguarda la nostra effettiva disponibilità ad accoglierne i benefici. Nel trentennio delle delocalizzazioni l’Occidente non ha soltanto cercato di sfruttare la manodopera a buon mercato dei Paesi emergenti. Abbiamo marginalizzato la cultura operaia al nostro interno; per una maggioranza di giovani le professioni operaie e tecniche non sono un’opzione. Abbiamo preso le distanze da ogni attività accusata di sporcare il Pianeta, cioè in sostanza da ogni industria estrattiva o manifatturiera. Se non vogliamo che nella nuova globalizzazione «tra amici e alleati» i beneficiari siano soltanto Paesi come l’India e il Vietnam, questo nodo andrà affrontato: vogliamo ancora essere una nazione industriale?”.
 
Gianni Vernetti, la Repubblica
Ora tocca all’Occidente sostenere l’Iran. E’ l’auspicio di Gianni Vernetti dalle colonne di Repubblica. L’editorialista prende spunto dalla notizia (peraltro non confermata a livello governativo) dell’abolizione della polizia della morale secondo quanto annunciato dal procuratore generale Mohamad Jafar Montazeri. “Dopo due mesi di rivolta popolare, 400 morti e 14.000 manifestanti incarcerati – scrive Vernetti -  l’annuncio rappresenta una prima crepa nel muro della teocrazia iraniana. Ora la strada per l’abolizione del velo obbligatorio è aperta. È necessario, ora più che mai, sostenere con più convinzione la rivolta in Iran che chiede libertà e democrazia e la fine della dittatura della repubblica islamica. Il sostegno di quella rivolta – sottolinea Vernetti - è un interesse strategico per tutto l’Occidente di fronte ad una Iran che non solo uccide i propri giovani, ma esporta instabilità e terrorismo in tutto il Medio Oriente e uccide, con i suoi droni, i civili nelle città dell’Ucraina. È necessario un cambio di passo nelle azioni politiche e diplomatiche dell’intero Occidente nella convinzione che un cambio di regime in Iran sia una possibilità concreta. Bene ha fatto il presidente Emmanuel Macron ad incontrare pochi giorni fa Masih Alinejad, la giornalista iraniana dissidente in esilio a New York ed ispiratrice della campagna contro il hijab obbligatorio, dimostrando che un leader occidentale può fare la differenza non soltanto decidendo di non stringere più la mano insanguinata dei dittatori, ma scegliendo in più di offrire una forte legittimazione politica ai suoi oppositori. Questa – scrive in conclusione Vernetti - è la strada giusta da seguire e sulla quale sarebbe auspicabile anche un impegno più esplicito del governo italiano: sostenere in ogni modo i dissidenti del regime autoritario dell’Iran, chiedere in tutte le sedi internazionali un’immediata amnistia per gli arrestati e la liberazione di tutte le donne incarcerate per avere violato le regole della polizia della morale, includere i Guardiani della Rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche, decidere nuove sanzioni mirate contro i responsabili delle violenze e della repressione”.
 
Alessandro De Angelis, La Stampa
Alessandro De Angelis sulla Stampa interviene nel dibattito sul nuovo segretario del Pd individuando in contenuti e alleanze il vero nodo: “Bella ciao: anche la volta scorsa, dopo la rovinosa sconfitta del 2018, fu il leit-motiv del post-voto. Ed è andata a finire col Conte 2 prima, col Draghi 1 poi, e, da ultimo, con una sconfitta ancora più rovinosa. Antico riflesso del Pd: quando sta al governo, ci sta quasi a prescindere; quando per de, c’è chi riscopre i nobili canti della propria o altrui giovinezza. Bella ciao – sottolinea De Angelis - cantano pure stavolta con Elly Schlein. Va bene: è giovane, donna, ama una donna, è animata da sincera passione, promette percorsi ‘collettivi’ e ‘un nuovo modello di sviluppo’ (già sentito dai tempi di Pietro Ingrao). E giura che combatterà le correnti, però sembra quasi una ‘excusatio non petita’ vedendo i suoi principali sostenitori, di cui Elly Schlein avrà bisogno per vincere il congresso tra gli iscritti. La novità, si dice. Eppure è lo schema più antico del mondo: lei il volto presentabile, loro, i Gattopardi, che tengono i fili del comando, secondo l’antica logica che per non cambiare nulla bisogna far finta di cambiare tutto (se cadesse Giorgia Meloni, sarebbero già pronti ad accroccare un governo senza perdere tempo a cantare). La verità – spiega - è che c’è assai poco di nuovo in questo congresso molto emiliano tra presidente e vice (a proposito anche Paola De Micheli è emiliana), con l’Italia spettatrice. Dettaglio mica male: tutti espressione dell’unica regione dove il consenso è rimasto più o meno in piedi. Però, davvero, il grande assente, in mezzo a tanti bei discorsi è il merito delle politiche: il ‘come’ declinare i principi e ‘con chi’. Da un lato un candidato che esprime una rimasticatura poco convinta di questa vocazione maggioritaria, ancora priva di una profonda innovazione di programma; dall’altro la vocazione minoritaria di una sinistra, compiaciuta e rassicurata del suo essere parte, che non si pone il problema di una visione d’insieme. Un po’ social-populista, ma neanche fino in fondo proprio a causa del condizionamento correntizio. Il rischio: comunque vada a finire, se vince l’uno, l’altro se ne va (la separazione avvenuta nel medesimo piano della medesima Regione tra un presidente e una vice non è un dettaglio). Insomma – conclude - un congresso (per ora) di declino”.
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