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Altro parere

Quegli altri resistenti

Redazione InPiù 30/11/2022

Altro parere Altro parere Raffaella Chiodo Karpinsky, Avvenire
“Dopo mesi di aggressione all’Ucraina e di repressione per chi si oppone alla guerra nel Paese da cui è partita l’invasione, emerge il quadro di una società russa che sembra vivere travagli inediti”. Lo scrive Raffaella Chiodo Karpinsky su Avvenire parlando di “un processo al quale chiunque abbia a cuore il futuro democratico di quel grande Paese dovrà guardare. Infatti, di pari passo con la controinformazione che il giornalismo e l’attivismo indipendente portano avanti fuori e dentro i confini russi, si può notare che la repressione ha prodotto alcuni effetti collaterali. Non solo esilio e diserzione di massa. Lo osservano personalità che hanno la possibilità di leggere la realtà fuori dal raggio della propaganda (sia essa putiniana o del mainstream occidentale) per cercare di cogliere gli umori di quella società. Tra loro ci sono Dimitri Muratov, Ekaterina, Shulman politologa, Kirill Martynov direttore di “Novaya Gazeta Europa”, Grigory Yudin sociologo, Alexey Venediktov direttore Radio Eco di Mosca. L’impatto del web, dei social network ma anche il solo cellulare che consente di condividere immagini e fatti in tempo reale  ha permesso di seminare un mai così ampio controcanto alla propaganda ufficiale, un attivismo individuale più o meno consapevole, sparso e disordinato ma articolato lungo i diversi fusi orari della grande Russia. Troppo presto per dire se si tratti di una trasformazione che porterà a nuovi scenari. Senza volere forzare paragoni – osserva Chiodo Karpinsky - la situazione non pare lontana da quella del ventennio fascista in Italia: esilio, emarginazione, carcere, tortura e uccisioni per oppositori, politici e intellettuali, mentre la maggioranza del popolo acclamava il duce. Quanti anni ci sono voluti per arrivare al Comitato di Liberazione Nazionale, alla Resistenza e poi alla Liberazione? Vale per la guerra di Putin all’Ucraina come per quella che Martynov ha definito «guerra al suo stesso popolo» da parte di Putin. Da mesi, la sufficienza con cui si è guardato a chi in Russia si oppone alla guerra e all’oppressione del sistema putiniano è qualcosa che ferisce e offende non solo gli oppositori russi. Nella migliore delle ipotesi, i resistenti nonviolenti russi vengono apostrofati come ‘sparuti’ e ‘solitari’. Si dice: non sono organizzati, non cambieranno nulla. Ma a oscurarne e indebolirne la forza saremmo noi per primi se non ci impegnassimo nel vederli e farli sentire, moltiplicando anche da qui la loro visibilità. Alcuni giorni fa a Ulan Ude c’è stata una manifestazione di donne contro la guerra. La maggioranza di loro è stata arrestata. È solo un esempio di proteste che ogni giorno si tengono in diversi angoli del Paese. In Occidente non trovano risalto. Forse perché disturbano un quadro che si vorrebbe lineare: una Russia dove Putin è il suo popolo, che per questo va sconfitto e punito col suo capo. Un’alleanza con i semplici cittadini ‘resistenti’ e con voci autorevoli come quella di Muratov – conclude - è invece indispensabile”.
 
 
Emanuele Felice, Domani
La transizione ecologica è un privilegio per i più ricchi. Non usa mezzi termini Emanuele Felice su Domani: l’editorialista osserva come “tutti i dati ci dicono che stiamo facendo troppo poco per evitare la catastrofe ambientale. Nonostante ciò, anche nella Cop27 alla fine si è auspicata soltanto l'eliminazione dei sussidi alle fonti fossili. Subito dopo, il nostro governo ha scelto di fare esattamente l'opposto: quasi i due terzi della manovra finanziaria, 21 miliardi su 35, sono destinati a fronteggiare il caro energia. Cioè, in larghissima parte, a sussidiare il consumo di fonti fossili. Certo – scrive - intervenire sul caro energia è inevitabile. Il punto è che bisognava attrezzarsi per tempo: se ci fossero stati negli scorsi anni significativi investimenti nel solare, ora il consumo di fonti fossili, e i soldi (i sussidi) che dobbiamo mettere per fronteggiare il caro bollette, sarebbero già minori. In questi anni, il principale strumento per finanziare (in parte) la conversione al solare è stato il Superbonus al 110 per cento: una misura costosa e inefficiente, sbilanciata a favore dei benestanti, aleatoria nei risultati. Adesso viene ridotto al 90 per cento: questo fa diminuirne un po' i costi e l'inefficienza, ma ne aumenta lo squilibrio a favore dei benestanti. Noi stiamo, con fondi pubblici, finanziando la transizione energetica dei più ricchi con il risultato di fare aumentare le disuguaglianze e di farlo dove queste sono più dolorose e ingiuste (nella capacità di fare fronte alle bollette, nella ricchezza immobiliare). Secondo Felice, “la soluzione è un piano di investimenti che affidi la transizione energetica alla regia pubblica, e parta dalle abitazioni che si trovano nelle fasce energetiche più basse. Un piano sistematico, volto al benessere dei cittadini e dell'ambiente, che vada innanzitutto a favore di chi ne ha più bisogno. Qualcosa di analogo, per ambizione e funzionamento, al piano Ina-Casa lanciato da Fanfani negli anni Cinquanta (attività che, se bene impostate, hanno un moltiplicatore elevato che ne ripaga in buona parte i costi). Una scommessa non facile, certo, date le condizioni dell'amministrazione pubblica e delle leggi in Italia. Ma a cosa deve servire la politica se non ad affrontare queste sfide? Si è già perso molto tempo (e soldi). Adesso, il governo Meloni mantiene la stessa linea: riducendo forse gli sprechi, ma orientandosi ancora di più a favore dei ricchi. Del tutto incurante – conclude Felice - di quello che invece una politica seria dovrebbe fare, in questa fase drammatica”.
 
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