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La difficile identità a sinistra

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 30/11/2022

In edicola In edicola Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera
Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera firma un editoriale nel quale analizza la situazione della difficile identità a sinistra: “Nelle due maggiori candidature che allo stato attuale appaiono destinate a disputarsi la segreteria del Partito democratico— quella di Elly Schlein e quella di Stefano Bonaccini —non si confrontano le due anime che erano tradizionalmente presenti nell’antico Partito comunista (l’anima diciamo così movimentista e quella governativo-riformista), le quali sia pure con mille modifiche si sono in seguito riprodotte anche nel Pd. Quelle due candidature – scrive Della Loggia - non esprimono in alcun modo due diverse linee politiche. Appaiono soprattutto due specie di marchi tratti dal patchwork identitario «democrat», i quali entrano in lizza sul mercato elettorale contando sul potere di attrazione delle rispettive immagini. «Con quale brand siamo più accattivanti come partito? Con il brand usato sicuro del ‘partito dei territori’ incarnato da Stefano Bonaccini o con il brand moderno del ‘partito della soggettività’ incarnato da Elly Schlein?». Il richiamo ai «territori» - aggiunge - è così diventato un motivo sempre più ricorrente del discorso pubblico del Pd ogni volta che la sua strategia politica nazionale mostrava la corda, ogni volta che l’immagine del suo gruppo dirigente nazionale appariva particolarmente appannata. In alternativa al brand «partito dei territori» — con il suo piacevole sapore di antico — si schiera il brand «partito delle nuove soggettività» di Schlein. È il partito che c’è e non c’è ma che potrebbe esserci perché potenzialmente già esiste in certa misura nella società. Brand per antonomasia dei giovani, di tutto quanto di «nuovo» e di «liquido» si agita nella società e della sua voglia di essere riconosciuto, legalizzato e istituzionalizzato, il partito che la figura della Schlein evoca realizza al di là di ogni più audace previsione l’antica profezia di Augusto Del Noce sul Pci destinato a divenire un Partito radicale di massa. Tanto il partito dei territori che il partito delle nuove soggettività nascono su un terreno che sembra aver ormai archiviato definitivamente la dimensione nazionale, che di fatto ignora tale dimensione e tutto quanto essa implica e significa. Quasi che ormai – conclude Della Loggia - tra il Pd da un lato e dall’altro il Paese reale e la sua storia si stia consumando qualcosa che assomiglia molto a un divorzio definitivo”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
“Com’era prevedibile, l’esistenza di tre opposizioni prive di un minimo di coesione determina un disaccordo permanente sulla spartizione del potere”. Così Stefano Folli su Repubblica sottolineando che “non c’entrano in modo diretto i grandi temi di prospettiva, il futuro del Pd e quello dei 5S o le manovre ‘centriste’ di Calenda e Renzi. In primo luogo è una questione di poltrone. Lo abbiamo visto ieri con il rinvio del Copasir, il comitato di controllo sull’attività dei servizi: è mancata l’intesa sul nome del presidente e se ne riparlerà la settimana prossima”. A tale riguardo Folli ricorda il gioco delle sedie facendo notare che “oggi siamo nella stessa situazione: tre partiti girano intorno a due poltrone. Uno resterà con un pugno di mosche. Quello che al momento si sente più tranquillo è il Pd, consapevole di essere la maggiore forza dell’opposizione. Almeno in base ai risultati, pur deludenti, del 25 settembre: perché se invece si segue la curva dei sondaggi successivi, ecco che il partito di Letta risulta ormai scavalcato dai ‘contiani’. Mentre il cosiddetto Terzo polo sopravanza Forza Italia e persino la Lega salviniana. In ogni caso al Pd toccherebbe la presidenza di una commissione (il Copasir, nella persona dell’ex ministro Guerini) e ai 5S spetterebbe l’altra, la Rai. Ma si è visto che l’accordo era molto fragile, per usare un eufemismo. Il problema è il conflitto irrisolto tra un movimento, il M5S, che Conte governa con un certo piglio e un Pd smarrito nei meandri di un congresso che in teoria si svolgerà nel 2023, ma che in pratica è già cominciato nello scontro tra notabili. Ogni giorno che passa, l’avvocato del popolo si convince vieppiù di poter orientare il Pd, o almeno una parte di esso, su una linea che di fatto implica una sorta di sudditanza verso il M5S. In altri tempi il braccio di ferro sulle due commissioni spettanti all’opposizione non sarebbe stato verosimile. Oggi invece diventa un passaggio della partita a tre che si sta svolgendo. Nella quale Conte vuole tenere ai margini i suoi avversari dichiarati del Terzo polo — e questo è comprensibile — ma allo stesso tempo intende misurare fino a che punto può mortificare il Pd. Così – conclude Folli - tira la corda sulle commissioni, ben sapendo che alla fine l’intesa non lo danneggerà, anzi”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Il paradosso di Pd e 5 Stelle che aiutano Meloni. Ne parla Marcello Sorgi sulla Stampa: “Con un’abile manovra parlamentare – scrive l’editorialista - Meloni è riuscita ieri a trasformare il dibattito sugli aiuti all’Ucraina in un’occasione per ricompattare la maggioranza e sottolineare le divisioni dell’opposizione. Un’opposizione divisa al punto che ciascuno - Pd, Calenda, Conte, Sinistra e Verdi - ha votato la propria mozione, senza neppure tentare di trovare un momento di unità. A Berlusconi e a Salvini, non è rimasta che la sponda impraticabile di Conte e del Movimento Cinque Stelle - i soli a schierarsi contro l’invio delle armi, che pure avevano sostenuto nelle votazioni precedenti, quando erano al governo con Draghi. Così a Lega e a Forza Italia non è rimasto che votare il testo proposto da Palazzo Chigi. Quanto alle opposizioni – osserva Sorgi - facendo astenere la maggioranza sulle mozioni distinte di Pd e Terzo Polo, Meloni ne ha ottenuto l’approvazione, nella cornice di una specie di nuovo ‘arco parlamentare atlantico. Niente male, come risultato. Se solo si riflette che appena due settimane fa le stesse opposizioni, sempre divise, marciavano in piazza a Milano e a Roma in cortei pacifisti (da cui, per inciso, Letta era stato sostanzialmente espulso), vederle adesso allineate con il governo, escluso Conte, pur mantenendo le distanze tra loro, dà l’idea di quanto la leadership della premier si sia rafforzata, e quanto invece si siamo indeboliti sia i mugugni degli alleati, sia le resistenze delle oppositori. Meloni non ha fatto altro che applicare il vecchio intramontabile metodo dello stato di necessità. Una strategia simile adesso è lecito aspettarsi per la manovra, da approvare a tappe forzate entro dicembre. Meloni - che nel frattempo ha fatto un’apertura formale a Calenda, accrescendo la gelosia di Salvini e Berlusconi - porrà l’accento con i suoi alleati, che premono per ottenere più mezzi per pensioni e tagli di tasse, sui limiti invalicabili di spesa e di indebitamento posti dalla Commissione europea, che da domani manderà i suoi ispettori a verificare l’andamento dei progetti del Pnrr. E – conclude Sorgi - sfiderà le opposizioni sul caro bollette: volete davvero votare contro 21 miliardi di tagli dei rincari energetici? A presto la prossima puntata”.
 
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